Featured Posts

Neil Young + The Promise Of Real - The Monsanto Years

Il nuovo disco di Neil Young con i Promise Of The Real.

Crosby Stills Nash & Young - CSNY 1974

A 40 anni dal Doom Tour del 1974 che sancì la rottura del supergruppo Crosby Stills Nash & Young, ecco l'attesissimo cofanetto triplo cd + dvd.

Crosby Stills Nash & Young

Quella di Crosby, Stills, Nash & Young è una storia tutta particolare nel mondo della musica rock. Non un vero gruppo, piuttosto quattro individualità, quattro personalità forti legate da un rapporto artistico ed umano che avrebbe fatto la felicità di Freud.

Neil Young

Sulla scena da mezzo secolo, il solitario di Topanga è un perfetto esempio di eclettismo musicale a 360°. Da icona del country-rock anni 70 a padrino del grunge anni 90, la sua musica sconfina nei territori più disparati pur mantenendo una forte coerenza personale.

Neil Young - The Oral History

I dischi di Neil Young raccontati in prima persona: una collezione di interviste d'archivio a Young, i suoi musicisti e i produttori.

giovedì 17 agosto 2017

The Oral History: Zuma (1975)


Young: Mentre ero a Chicago [nel 1975, per il funerale della madre di Carrie Snodgrass] chiamai […] i Crazy Horse a Los Angeles per chiedere se potevano venire a suonare con me ai Chess Recording Studios, lo storico studio dove erano stati registrati tantissimi grandi dischi di blues. Avevo già suonato una volta con Poncho a casa di Billy Talbot […]. Poncho si era inserito molto bene e fummo in grado di improvvisare della roba molto figa. […] Quando arrivammo ai Chess Studios, scoprimmo che era ubicato al quinto piano di un vecchio palazzo in mattoni con un'aria antica. Ebbi la sensazione di trovarmi in un luogo sacro. […] In quella seduta registrammo “Changing Highways”. Fu una specie di esperimento con Poncho in studio. Andò bene. Suonavamo alla grande. […] Tornato a Los Angeles mi diedi alla vita di Malibu. […]
Continuavo a scrivere e quando composi “Cortez The Killer” e “Hitchhiker” per registrarle chiamai il Cavallo. Decidemmo che la location ideale era la casa di [David] Briggs a Point Dume, dove c'era il Green Board. Io vivevo pochi chilometri più a nord, vicino a Zuma Beach. Una situazione perfetta per divertirsi. Zuma fu il primo album fatto con i Crazy Horse dopo che Poncho si unì alla band. È uno dei miei preferiti. […] Continuavamo a suonare, un giorno dopo l'altro, e a fare festa la notte. Realizzammo la versione originale di “Powderfinger” che fu messa da parte. Facemmo “Sedan Delivery” che fu messa da parte. Fu registrata la mia canzone “Born To Run”, che rimase incompleta e fu messa da parte. “Ride My Llama” fu finita, missata e poi messa da parte. Registrammo tantissime canzoni che vennero messe da parte, ma su Zuma pubblicammo “Cortez”, “Don't Cry No Tears”. “Stupid Girl” e un mucchio di altri brani. Ha un grande sentimento. Oggi mi piace riascoltarli tutti insieme in una compilation che ho chiamato Dume e che è in The Archives Vol.2. Furono tra i giorni più belli e vivaci della mia vita.

Perché hai lasciato il ranch?
Young:
Era un po’ troppo grosso. C’è stato troppo viavai nell’ultimo paio d’anni. Niente che avesse a che fare con la musica. Solo troppe fottute persone che gironzolavano senza davvero conoscermi. Erano parassiti sia che lo volessero essere o no. Mi vivevano addosso, usavano i miei soldi per comprare le loro cose, il mio telefono per fare le loro chiamate. Un dissanguare generale. Mi ha urtato parecchio quando l’ho scoperto. Non volevo credere che ne traevo vantaggio. […] Non voglio pensare che sia l’unico posto dove posso essere ed essere al sicuro. Mi sento molto più forte ora.
[…] Mi sento molto libero. Non ho più una ragazza. Collego a questo molte cose. Sono tornato a vivere nel sud della California. Mi sento aperto come non lo ero da un bel po’. Esco e parlo con molte persone. Sento come se qualcosa di nuovo sta succedendo nella mia vita. Sono davvero carico dalla musica che faccio ora, di nuovo con i Crazy Horse. Oggi, anche se sto parlando, le canzoni mi passano per la testa. Sono eccitato. [2] 

Come avete fatto a ritrovare l'alchimia?
Young:
Non l'abbiamo mai fatto. Abbiamo semplicemente trovato un'alchimia diversa. È buona, grandiosa, ma non è quell'alchimia. Non puoi mai tornare indietro. È questo il bello di andare avanti. […] Per un amico così vicino come Danny è sempre una esperienza traumatica. Sono certo che tante altre persone l'hanno vissuta. [2]
La morte di Danny ha ucciso la dinamica che era propria dei Crazy Horse, ma non il feeling. Il passato resta ancorato dentro di noi, ma il presente sopravvive. Quando suono con Ralph Molina e Billy Talbot so che gli altri non torneranno, ma il gruppo continua. Quando ho voglia di suonare quella musica, chiamo loro due. [3]

Billy Talbot: Dissi, “hey, ho questo nuovo chitarrista. Lo voglio con noi.” Neil fu sorpreso perché non avevo mai detto una cosa così. Non l'avevo ancora detto neanche a Ralph. […] Dissi, “non ti preoccupare, Poncho può farlo, vedrai.” […] [Le prime prove] furono grandiose. Eravamo alle stelle. Neil adorava il sound, noi anche – era la prima volta dopo la morte di Danny. [1]

Frank Sampedro: Prima incontrai Billy [Talbot]. Era appena tornato dal tour di Tonight's The Night in Europa. […] Ho incontrato Neil ai Chess Records. No, aspetta, è stato nella stanza dell'hotel la sera prima. Era veramente spassoso. Io ero completamente fuori dalla macchina del rock 'n roll in cui era dentro Neil all'epoca. Eravamo nella sua stanza d'albergo e lui stava suonando alcune nuove canzoni alla chitarra. Io cercai di seguirle. Ne suonai un paio e poi passai la chitarra a Ben Keith, dicendo “Ecco, ora suona tu per un po'”. Lui me la restituì dicendo, “No, amico, devi suonare.” Non stavo realizzando che erano le canzoni che avremmo registrato il giorno dopo. Pensavo stessimo semplicemente jammando e fumando erba!
Comunque, era il 1973. Zuma non uscì prima del 1975. Ci volle più di un anno per farlo per via di stupidaggini che succedevano. Billy intervenne in una lotta fra cani, il cane lo morse e lui non poté suonare per cinque mesi. Accadevano cose assurde di questo tipo.
[…] Per me era solo una nuova, grande cosa che cominciava. Ho dovuto imparare molto. Ricordo ai Chess Records, dopo circa quattro ore, uno dei fonici venne da me a dirmi, “Da dove vieni?” Loro erano un'intera famiglia di persone che lavoravano insieme da anni. David Briggs fu di grande aiuto e mi offrì supporto. Io cercavo di ricordare le sequenze di accordi. Inoltre in quel momento della mia vita ero abbastanza fatto. [10]

David Briggs: Poncho non sapeva come suonare, nessuno aveva un tono, niente. La band aveva un volume altissimo in una stanza piccolissima con un soffitto basso e pavimento lastricato e finestre panoramiche intorno. [Il mixerista] Bob Clearmountain non riusciva a far suonare bene la batteria. […] Non ci fu molto lavoro su dischi come quello, ci preparavamo, registravamo e mixavamo sul posto. Ecco perché suonano così crudi ed elementari. Abbiamo fatto molto editing, ho tagliato i momenti piatti dovuti all'improvvisazione. Alcuni take erano lunghi più di dieci minuti. Questo album è tutto una lezione su come Neil Young registra i dischi. Finché lui è grande, non me ne può fregare niente di niente... Neil è molto meglio in casa che non dentro uno studio. […] Durante Zuma Neil era felice come non mai. Una fantastica persona da avere intorno. Un ragazzo felice... eravamo come in crociera, a divertirci... le sessions di registrazione erano solo l'estensione della vita di tutti i giorni. [1]

Sampedro: Non sapevo nemmeno perché ero lì. Stavo come in un sogno. Andavo al bagno per darmi due schiaffi tra un take e l'altro, e mi dicevo, “sono a suonare con Neil Young, porca merda.” Rimasi in quello stato per mesi. L'unica cosa che lui doveva fare era guardarmi di traverso e io smettevo di suonare. […] Mi prodigavo per fare in modo che Neil si divertisse. Aveva pubblicato On The Beach e io lo provocavo, “guarda i titoli, questo blues, quel blues – ora siamo a L.A., ci sono belle pollastre dappertutto, stiamo impazzendo di divertimento, non c'è altro su cui scrivere?” [1]

Young: Zuma fu l’emersione dal buio. I miei migliori album sono quelli fatti con i Crazy Horse. Sono i più fluidi. Zuma fu un grande disco elettrico che proveniva dal luogo in cui il pop lascia il rock & roll. [4]
È un buon album. Ero di nuovo solo e questo si sente. Stessa cosa per American Stars ‘n Bars. [3]
Zuma […] è forse legato al fatto che mio figlio aveva dei problemi con la madre; è ispirato a questo tipo di problemi, è un album molto, molto personale, viene da dentro, la musica lo spiega molto meglio di me. [5]
[Il sound] è piuttosto scarno, vero? Molto rado. Anche secco. Non ci sono forti echi in Zuma. […] Old Black, Fender Deluxe con l'unità per il riverbero, poteva essere un pickup Gretsch. “Drive Back” è solo il Deluxe, puro. […]
Facemmo molte cose illegali e sono fortunato ad esserci oggi per poterlo raccontare... c'erano state delle volte a Zuma Beach – Poncho mi disse che si era sorpreso che io l'avessi fatto. Che la mia mente non fosse andata fuori di senno del tutto. […]
Poncho permise ai Crazy Horse di suonare. Avevamo di nuovo due chitarre, basso e batteria. Rimise la band insieme – grazie a Billy e Ralph che avevano legato con lui. A quel tempo lui non sapeva bene come suonare... il che era perfetto per me. [1]

Sandy Mazzeo: Neil mi disse di avere queste immagini nella sua testa, di uccelli che portavano donne in volo sul deserto, piramidi e cose così. […] [Vedendo il disegno della copertina] Neil disse, “perfetto! È questo! L'hai fatto! E d'improvviso mi ritrovai con un assegno di duemila dollari. Per quei quattro schizzi mi ci erano voluti dieci minuti – sono duecento a minuto. Pensai, “finalmente l'arte inizia a pagare”. [1]

Young: Quella di Zuma è una delle mie cover preferite. Alla Reprise pensarono fossi ammattito. Era concettuale. [1]

Il tuo primo tour fu nel 1976 in Giappone. Come fu affrontare improvvisamente un pubblico così?
Sampedro
: Se guardi le foto, me ne stavo indietro e cercavo di seguire gli accordi! [Ride] Non ero sconvolto, ma al tempo stesso sapevo che dovevo mettermici d'impegno, coinvolgermi e fare da supporto. Per fortuna Neil ha una presenza così enorme che gli serve poco appoggio. Solo qualcuno che lo supporti e la band alle spalle. Billy e Ralph cantavano bene e tutto funzionava. Più siamo andati avanti più siamo migliorati. [10]

Talbot: Suonammo in Inghilterra, Giappone, dovunque tranne l’America. Fu un periodo idilliaco, amico, Neil brillava. Avevamo di nuovo una band. Ho sentito noi suonare come nessun altro potrebbe. Ricordo a Rotterdam che scendemmo dal palco e trovammo Paul McCartney. Avevamo appena finito il set, noi quattro camminavamo per questo tunnel ventoso per tornare ai camerini e McCartney era lì. Mi fece un cenno come, sai, da musicista e musicista. Ho pensato… noi quattro. Loro quattro. Abbiamo una band o cosa? Non pensavo potessimo finire quel tour. Ho una registrazione dal Giappone. In confronto a questo nastro, Zuma suona come quattro persone addormentate sull’amaca a fumare la pipa. Ogni volta che mi sento giù ascolto quella registrazione. [4]

A proposito di “Cortez The Killer”
Young:
Viene dalla mia immaginazione, oltre che dai miei studi scolastici. C’è l’uomo caritatevole e c’è lo stronzo. Pensa a Cristoforo Colombo. Oggi tutti sanno che era un uomo senza valore. E non è neanche arrivato per primo [risate]… Ho sempre sostenuto il principio di rimettere in causa la legittimità delle icone. [3]

Ti identifichi con Cortez?
Young
: Quando è sulla nave, sulla sua strada... Non credo sapesse cosa stava per succedere. Non sono sicuro che alla fine sentisse di aver fatto la cosa giusta. Uccidere tutte quelle persone. […] Penso che cambiò la sua vita, quell'esperienza. In modo da non riuscire più a dormire bene. […]
Quando andavo a scuola, una notte non riuscivo a dormire... avevo mangiato qualcosa come sei hamburger. Mi sentivo malissimo... e questo prima del McDonald... Stavo studiando storia e al mattino mi sono alzato e ho scritto questa canzone. [1]

Sampedro: Avevo un po' di polvere d'angelo. Convinsi Billy a fumarla con me. Registrammo “Cortez”, io sedevo piegato. Quello fu il take. Avevo tutta la canzone rigirata, pensavo che il secondo accordo fosse il primo, erano solo tre accordi. [1]

Molte delle tue canzoni accennano alla reincarnazione. “Cortez The Killer” improvvisamente salta alla prima persona, quando canti “So che lei vive là / e mi ama ancora oggi”. Lo stesso significato esce da “Like An Inca” e tante altre. Credi nella reincarnazione?
Young
: Qualche volta mentre scrivo una canzone posso sentire che ci sono altre cose in me che non sono me. Ecco perché esito nel modificare le canzoni. Se è qualcosa su cui devo pensare e rimuginare, lavorarci su, allora non è buono. Le mie cose migliori semplicemente escono passando attraverso me. Molte volte quello che mi passa attraverso viene da qualche altra parte. In questo senso credo nella reincarnazione. […] C'è un lato della tua mente che tiene a bada l'altra parte che comunica, quella che è veramente sintonizzata con qualcosa. Se lasci aperta quella parte retrostante della mente e ti metti nelle giuste circostanze, riesci a produrre qualcosa che non viene davvero da te. [7]

La storia di quando stavate registrando “Cortez The Killer”, la corrente mancò e voi perdeste tutto l'ultimo verso, è vera?
Sampedro
: Sì, verissima. Controlla pure. Quello che fece Briggs... Non sapevamo perché la corrente era venuta a mancare. Nella stanza dove suonavamo c'era corrente, ma dove lui stava registrando, nella sala controllo, venne a mancare. Quando tornò e tutto riprese, David riavvolse il nastro e riascoltò fino alla parte che mancava, poi, mentre noi suonavamo ancora, fece ripartire e registrò da quel punto. [9]

A proposito di “Danger Bird”
Young
: Una canzone selvaggia. Così lenta e splendida. Briggs la voleva sempre remixare. Io adoravo il mix. È una combinazione di due canzoni. “L.A. Girls and Ocean Boys” non l'ho mai registrata, ma è una parte di “Danger Bird”. Talvolta succede – una canzone non esce, ne scrivo un'altra e dico, “oh, stanno bene insieme!”. […] Talvolta ho un'immagine in mente ma per lo più si lascia volare... Dipende dagli strumentali, dove ti dirigi, cosa vedi. È questo il suo bello – non è come avere un'immagine, ma più immagini. Non vedi sempre esattamente la stessa cosa. Vai verso posti nuovi... è terribile che non ci sia un modo per proiettare quello che hai in mente mentre lo pensi – immagini, suoni, tutto – in modo da poterlo registrare mentre suoni dal vivo. [1]

A proposito di “Don't Cry No Tears”
Carrie Snodgress
: Quando ero soverchiata dai miei sentimenti iniziavo a piangere. Questo faceva saltare in nervi a Neil. Diceva, “non voglio farti questo. È questo che mi trattiene dal chiamarti, perché piangi.”

A proposito di “Stupid Girl”
Sampedro
: Avevo un grammo di fumo, lo misi sul tavolo e Neil fece tutto. Lo guardai e pensai, “non sa nemmeno che cosa ha fatto!” [1]

A proposito di “Barstool Blues”
Il titolo di una canzone che hai scritto da ubriaco.
Young
: “Barstool Blues”. Quella è una buona. Non mi sono ubriacato abbastanza alla fine. [8]
Tornammo a casa dal bar e scrissi quel pezzo. Mi svegliai e, cazzo, non riuscivo a ricordare di averlo scritto. Non ricordavo niente. Cominciai a suonarlo ed era fottutamente alto, voglio dire tre toni più alto di quello sul disco. [1]

Fonti
[1] Jimmy McDonough, “Shakey”
[2] Mojo 1997
[3] Mucchio Selvaggio Extra 1993
[4] Rolling Stone 1979
[5] Best 1976
[6] Rolling Stone 1975
[7] Musician 1985
[8] Contemporary Books 1986
[9] Rolling Stone 2012
[10] Rolling Stone 2013
[11] Neil Young, “Il Sogno di un Hippie” (2013)

lunedì 1 maggio 2017

Sleeps With Angels / Mirror Ball - The Rolling Stone archives

SLEEPS WITH ANGELS – 1994

Apparentemente si sono incontrati per una questione di giorni. Agli inizi dello scorso aprile, Neil Young tentò attraverso gli usuali canali manageriali di entrare in contatto con Kurt Cobain. Era un gesto di preoccupazione e di supporto verso il chitarrista dei Nirvana dopo la quasi fatale overdose di Roma il mese prima. Cobain non ha mai ricevuto il messaggio, anzi ne ha lasciato uno lui, un biglietto d’addio in cui spiegava i motivi dei suo suicidio vergato con grafica che esprimeva dolore e una logica rischiosa che citava una delle frasi più famose di Young: “È meglio bruciare che svanire piano”. Young, che di esperienza con inni rivolti ai morti e alla morte ne ha parecchia (“Ohio”, “The needle and the damage done”, “Tonight’s the night”) sicuramente non pensava che quelle parole dovessero essere prese così alla lettera. Ma Sleeps With Angels, scritta da Young come replica immediata al mortale fraintendimento di Cobain e brano-chiave di questo straordinario nuovo album, non è una canzone né di dolorosa rabbia né di pungente autorimprovero. Di fatto ha l’apparenza di un breve semplice totem che segna la perdita con una delicatezza quasi paterna: “Lei era una regina adolescente/ vide il lato più oscuro della vita/ fece accadere le cose/ ma quando quella notte lui lo fece/ lei fece aumentare la bolletta del telefono/ si spostò di città in città (troppo tardi)/ lui dorme con gli angeli (troppo presto)”.
La turbata bellezza di “Sleeps With Angels” è nel modo amabile ed esperto in cui Neil Young & Crazy Horse, il miglior nome del garage rock americano degli ultimi venticinque anni, ricreano vividamente l’effettivo sound di Cobain e dei Nirvana. C’è tutto, come se “About a girl” o “All apologies” fossero sottoposte al feroce trattamento di Re-ac-tor: questo grazie al grezzo e impaziente rombo della sezione ritmica composta da Billy Talbot e Ralph Molina, al tetro luccicare della linea melodica e alle chitarre vigorosamente distorte di Young e Frank Sampedro che segano cicatrici nella preghiera sussurrata della litania del cantato. Con un’audacia e una sensibilità che va oltre la forma della più sincera lusinga, Young ha reso un affettuoso tributo a Cobain, alla sua vita, al suo dolore, al suo talento e a tutte le cose che ha lasciato incompiute o non dette, riportando il tutto brevemente alla vita in musica. Ironicamente Sleeps With Angels è un disco che avrebbe potuto dare conforto a Cobain se costui fosse vissuto abbastanza da poterlo sentire. Nonostante lo scoppiettare della pira funeraria della canzone che intitola il lavoro, Sleeps With Angels è carico sia di spirito combattivo e di romantico ottimismo, sia degli angoscianti botti che riecheggiano da una zona di guerra e di una paura mortale. A volte Young butta tutto nella stessa canzone, come in “Prime of life”, un impressionante salto all’indietro al dolente ronzio pop dei suoi primi lavori solisti (“The loner”, “I’ve been waiting for you”) in cui segna il luogo dove si comincia a non avere più il tempo di trovare tutto ciò di cui si è sempre sognato. Nello strisciare sconnesso del piano di “Driveby” Young riflette facendo venire i brividi su una maniera straziante e perfino casuale in cui il destino sceglie le vittime a sangue freddo: “Be’, ti senti invincibile/ è solo una parte della vita/ c’è una battaglia in corso e non lo sai”. Il ritornello è brutalmente diretto, con la parola “driveby” (è l’assurdo modo di uccidere passando in auto e sparando a casaccio con un mitragliatore, molto in uso tra le gang giovanili) ripetuta lentamente quattro volte in una specie di ritornello intontito cantabile. Accanto a ogni sussulto di tetro realismo come nella gelida struttura del giorno del giudizio di “Safeway cart” con quel glissando sgusciante del basso e una sorda armonica tipo sirena di un bombardamento, c’è anche la confidenzialità indurita dalla battaglia e la fede salutare di “Train of love” una ferma promessa di fedeltà nella vecchiaia resa nel vecchio stile resuscitato delle ballate di Harvest (“Di amare e onorare finchè morte non ci separi/ ripeti con me/ questo treno non torna mai indietro”). In realtà tutto il disco scorre avanti e indietro con il ritmo e il rigore di una bella, appassionata discussione da bar. Melodie vocali e frammenti di alcune canzoni vengono liberamente riprese con differenti effetti poetici in altre. Le due ninnananne sorelle che aprono e chiudono l’album, “My heart” e “A dream that can last” hanno in effetti lo stesso suono metallico dei vecchi pianoforti da saloon. “Change your mind” e “Blue eden”, due imponenti fantasticherie di distorsione chitarristica che insieme durano più di venti minuti, includono un grezzo ed esteso soliloquio sui saliscendi dell’amore (“Ti distrugge/ ti abbraccia/ ti protegge/ ti confina/ ti distrae/ ti sostiene/ ti distorce/ ti controlla”) e sul “tocco magico” che ti può aiutare quando hai toccato il fondo. 
Sleeps With Angels non è il primo album fatto da Young sulle ampie spaccature del Sogno Americano, o su cosa sia rimasto come rifugio ai teenager dopo le promesse infrante degli anni sessanta e l’era di Reagan e Bush, ma è uno dei suoi migliori, tra i più drammatici, combattimenti tra canzoni e coscienza che suggerisce, senza insistere, sul fatto che il camminare attraverso le fiamme non necessariamente comporta il prendere fuoco. Se questo venisse da un qualunque altro meschino membro dell’aristocrazia rock degli anni sessanta o settanta, suonerebbe come un inutile scherzo. Qui, guidato da queste chitarre agitate e dal trasporto del mormorio di quei pianoforti da vecchio west, non solo è credibile, ma ispira anche. Sleeps With Angels è anche ricco di risonanze della lunga vita in musica di Young. Il canadese si è raramente allontanato dai suoi schemi base del folk pop tinto di country e del rock ronzante senza orpelli. Ma qui entra nella propria eco con le stesse dignità e piglio che porta nel Nirvana sound di “Sleeps With Angels”. La minaccia bassa e gutturale degli assoli di “Change your mind” rievocano fortemente il carattere meditativo dei lunghi assoli oscuri di Everybody Knows This Is Nowhere. “Trans am”, una storia ambientata in un desolante paesaggio da battaglia nucleare, parla di un mitico cambio di gomme ed è una “Last trip to Tulsa” elettrica filtrata da Mad Max, un lungo racconto guarnito da uno stridore in sottofondo e dalle staffilate singhiozzanti di una chitarra wah-wah. E poi c’è “Piece of crap”, una rauca bordata contro il materialismo contagioso e una maledizione contro i canali televisivi commerciali (“L’ho vista alla TV/ l’ho comprata per telefono/ ora sei a casa da solo/ con una stronzata”) che fuma come se “This note’s for you” si incontrasse con “Opera star” al massimo volume di Weld. È un grande blob di r ‘n’ r che a un primo ascolto non sembra appartenere a questo disco. Ma scommetto venti testoni che entro la fine dell’anno sarà scelta come cover version nei bis dei concerti di tutte le punk bands più discriminate di tutto il mondo. Inoltre dice più o meno le stesse cose del resto dell’album: il fatto che ci sia tanta merda nel mondo non significa che dobbiamo sopportarla.
Kurt Cobain ha tristemente trovato un modo di uscirne. Neil Young, per fortuna, ci sta ancora lavorando sopra. 
David Fricke, Rolling Stone 1994

Con le sue melodie semplici come quelle di un bambino prodigio, con quello stile chitarristico più duro di quello di musicisti di decenni più giovani e con quell’inconfondibile voce affilata, Neil Young resta di gran lunga la voce più vitale della sua generazione. Quella voce trascina e sorprassa le barriere dello stile e del tempo. Vero nella forma, Sleeps With Angels spazia dall’amabile “My heart” a “A dream that can last”, entrambe riecheggianti al pianofortem passando attraverso le malinconiche aperture metalloidi di “Piece of crap”, “Western hero” e “Trans am”, brani che si uniscono alla precedente gloria stracciata di “Cortez the killer” e “Broken Arrow” nella loro ambivalente disamina del mito americano. Assi del protogrunge, i Crazy Horse inchiodano una tenera (e non lacrimosa) elegia a Kurt Cobain nella canzone che intitola il lavoro e nei quindici minuti (nessuno dei quali superfluo) di “Change your mind”, un quasi definitivo ritratto del difficile paradiso dell’amore. Autore di testi illuminato e teso sui dettagli e su umori indelebili (la minacciosa “Driveby”, il pathos dei senza tetto e delle loro vite nomadi di “Safeway cart”), Young ottiene dalla realtà odierna una poesia uguale alle sue tristi e amabili ricostruzioni del nostro passato. Ma è negli episodi più personali (“Prime of life”, “Change your mind”, “A dream that can last”) che è più toccante; con parole semplici rende le vere complessità del cuore. Sleeps With Angels è un frutto d’arte coraggioso, stimolante, ispirato di uno dei più avventurosi sopravvissuti: con Live through this delle Hole di Courtney Love (la vedova di Cobain) è un disco pauroso, feroce, ma anche meraviglioso nel condividere il fuoco del momento, la profonda intensità e il forte desiderio di vita. Adesso.
Paul Evans, Rolling Stone 1994


MIRROR BALL – 1995

Non è un segreto che Neil Young ami i Pearl Jam e viceversa. Quando nel 1993 il gruppo aprì per Young, spesso li richiamò sul palco per una versione di “Rockin’ in the free world”; quando venne introdotto nella Rock ‘n’ roll hall of fame, fu Eddie Vedder dei Pearl Jam a fare gli onori di casa, decretando il cantante un “grande autore, un grande esecutore, un grande canadese”. Perciò, il fatto che questa società di mutua ammirazione si potesse tramutare in un album era probabilmente inevitabile, ma anche sapendo questo è difficile non restare sorpresi dalla forza che Mirror Ball riesce a infondere a questa relazione.
Anche se Young è il partner dominante, dopotutto il concetto, le canzoni e l’album sono farina del suo sacco, sono i Pearl Jam che finiscono per determinare le forme e il sapore di questa musica, fornendo un livello di idee e di energia che va ben aldilà del dovuto per un gruppo di accompagnamento. Giusto per capire quanto i Pearl Jam sappiano trasportare in queste canzoni basterà confrontare questa versione di “Act of love” con quella di Young assieme ai Crazy Horse ascoltata all’inizio di quest’anno dal vivo. Sia alla rock ‘n’ roll hall of fame che al concerto “Voters for Choice” a Washington, la versione di “Act of love” dei Crazy Horse era un gigante legnoso, una lenta maratona di accordi e assoli divaganti. Non è solo la minore durata (poco meno di cinque minuti) e la relativa assenza di assoli di chitarra che distingue la versione dei Pearl Jam, ma anche la vitalità ritmica. Dove i Crazy Horse risultavano essere lugubri e muscolosi, i Pearl Jam hanno la pulizia di un campione di pesi welter, azzannando gli accordi forti del ritornello con agilità dal piede leggero e con la sicurezza di chi sa graffiare le orecchie. Non è solo una questione di stile musicale, perché abbiamo una differenza quasi generazionale all’opera. I Crazy Horse si cullano nell’eccesso della grandeur acid rock superamplificata, i Pearl Jam preferiscono la cruda bellezza del minimalismo anfetaminico del punk. Young comunque è affascinato da entrambi gli stili e dopo aver trascorso gran parte di Sleeps With Angels a passare in rassegna la generazione del rock alternativo attraverso il calore dei Crazy Horse, qui fa ruotare il telescopio per capire che effetto fa l’hippismo visto con le lenti dei Pearl Jam.
A essere onesti, la visione può essere anche divertente, perché “Downtown” per esempio rimanda la nozione dei fighissimi ’60 con hippie fumettistici che vanno tutti in un posto dove “danzano il Charleston/ e anche il Limbo”. Ma per quanto divertimento Young e il gruppo riescano a vivere con quest’immagine (assieme al gigioneggiare della canzone da tre accordi), non scherzano sull’eredità più forte e duratura dell’epoca, cioè la sua musica: “Jimi sta suonando là dietro”, canta Young “I Led Zeppelin son sul palco” e anche se la musica non cerca di evocare quel sound, ne tramanda comunque lo spirito. Ma non finisce qui. Con “Peace and love” Young e i Pearl Jam vanno al cuore del legame tra ’60 e ’90. Dopo aver invocato l’ideale mistico con Young che canta di trovare “amore nella gente/ che vive in terra sacra”, Eddie Vedder offre una sorta di contrappunto generazionale cantando “ho trovato l’amore, ho trovato l’odio, ho visto il mio errore” per poi concludere con “ho sbriciolato le mura del dolore per camminare di nuovo”. Due diversi generi di trascendenza di sicuro, ma come suggerisce il finale in crescendo e da inno, sono molto più vicini di quello che ogni generazione pensa.
Non tutte le questioni sollevate da Mirror Ball sono risolte agevolmente: “Act of love” per esempio attacca il tema dell’aborto senza offrire una soluzione politica netta, anzi le parole di Young giocano con l’ironia di così tanto odio e disperazione che si sollevano dopo un atto d’amore. Dipinge il movimento antiabortista come una “guerra santa… che sta lentamente sorgendo” poi descrive un prossimo padre riluttante che mette sotto pressione l’amante per farle terminare la gravidanza: “Ecco il portafoglio/ chiamami qualche volta”. È un correndo di immagini brutte e l’attacco del gruppo è inesorabile come le notizie che gli danno la sua valuta. Piuttosto che lottare contro il corso degli eventi, Young e i Pearl Jam decidono invece di lasciare l’onda, proprio come l’incidente imminente che Young descrive all’inizio di “I’m the ocean” dove il protagonista decide di “far durare l’attimo” invece di sbattere sui freni. E al proprio meglio Mirror Ball prende quell’attimo contraddittorio e da brividi per tutto ciò che vale: dal sollievo dell’accattivante e insistente “Throw your hatred down” alla grandeur telegenica del “cowboy cancerogeno” di “Big green country” sino alla dolorosa rassegnazione di una canzone spossata dal mondo come “Truth be known”. 
J.D. Considine, Rolling Stone 1995

giovedì 20 aprile 2017

Eye To Eye: l'arte fotografica di Graham Nash


Forse non tutti sanno che Graham Nash, oltre a essere un bravissimo musicista e compositore, è anche un fotografo. Qualche anno fa ha pubblicato un volume, Eye To Eye, che raccoglie le sue più belle e celebri fotografie scattate in quasi mezzo secolo. Molti di questi scatti ritraggono scene di una vita rock 'n' roll (per parafrasare il sottotitolo della sua recente autobiografia, Wild Tales - A Rock n' Roll Life). Non mancano i ritratti degli amici e compagni musicisti, tra cui i fedeli Crosby, Stills e Young, ma anche Judy Collins, Joni Mitchell, Bob Dylan... solo per citarne alcuni. Sovente le sue fotografie sono oggetto di mostre in giro per gli States; l'ultima in ordine di tempo è quella di Carlsbad, California, che si svolge quest'anno da aprile ad agosto.
Ecco alcune delle immagini di Nash qui raccolte in una piccola galleria. Ci sembrava doveroso dedicare uno spazio a questo artista della fotografia: una forma d'arte che ha sempre accompagnato da vicino la musica per cui Nash è diventato famoso.


















 



Tutte le foto sono di Graham Nash