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venerdì 24 marzo 2017

Ragged Glory / Arc / Weld - The Rolling Stone archives


RAGGED GLORY – 1990

Credo che Neil Young sia il re del rock ‘n’ roll. Oggigiorno non vedo sulla scena nessun altro che neanche si avvicini alla sua statura. Il titolo del nuovo album di Young incapsula in modo appropriato il suo fascino. Nove delle dieci canzoni di Ragged Glory (senza dubbio un classico di Young, uscite e compratelo) sono state registrate nel suo ranch della California del Nord. Qualche anno fa ci ho fatto una breve visita giornalistica, ed è una enorme distesa di terra. Nel mezzo Young ci ha costruito un palco all’aperto completamente equipaggiato sul quale lui e i suoi amiconi si possono arrampicare una sera e sfondare i loro amplificatori lì, nel mezzo di una distesa grande come il Connecticut e pensare che i suoi vicini si lamentano ancora! Quest’album sembra sia stato registrato su quel palco e in una serata veramente buona. È sciolto e selvaggio, e Dio sa quanto è alto di volume e sfreccia gloriosamente da un meraviglioso brano all’altro. Non ci sono ballate acustiche. Tutto, perfino l’inno ecologico che conclude l’album, è intensamente elettrico. Young si lancia in “Country home”, il brano di apertura, con il volume della chitarra al massimo e lo lascia così per l’ora successiva. Fa assoli ovunque, con grande profusione di invettive chitarristiche dirompenti e schiamazzanti e indugia molto in lunghezza. Due tra i brani del disco (effettivamente due tra i migliori, “Love to burn” e “Love and only love”) durano più di dieci minuti ciascuna (ci sono anche un paio di minuti di feedback sul finale). A scalciare Young per tutto il disco, per la prima volta in più di un decennio, ci sono i Crazy Horse (Frank Sampedro alla chitarra, Billy Talbot al basso e Ralph Molina alla batteria) forse l’ultima grande garage band del nostro tempo e sicuramente il più grande gruppo di Young. Ragged Glory è infatti un monumento allo spirito garage con quel perseguire la passione piuttosto che la precisione, la potenza grezza e l’anima semplice. Young e i ragazzi fanno perfino un assalto nucleare a quello che è effettivamente un classico da garage, il rhythm’ n’ blues di “Farmer John”, reso nello stile surf pestone dei Premiers del 1964. Questa è francamente una canzone drogata e la band (potremmo dire con maliziosa allegria) la pompa in una paurosa rilettura sonica implacabile e ipnotizzante, pienamente consapevole che il suo riff ingombrante e rumoroso da bedrock-punk è il nocciolo della questione.
Sì giovani, qui c’è un tipo abbastanza brizzolato da poter essere il vostro antiquato paparino ex hippie e lui e i suoi ugualmente antichi amici stanno bestemmiando una melodia intitolata “Fuckin’ up” che farebbe strinare i ricci di una qualunque combriccola di metallari correntemente in classifica. Ma Young non si è fermato all’adolescenza. La statura della sua musica è sempre derivata dall’abilità di usare le forme semplici delle radici che lo hanno influenzato (folk, rock, country e rhythm’ n’ blues) come veicolo per la sua sincerità emozionale. E le emozioni che sonda su Ragged Glory sono quelle di un uomo di quarantacinque anni a cui il rock ‘n’ roll risuona dentro ancora come in gioventù, anche se il suo contachilometri ha parecchi ricordi di ciò che una volta sembravano tempi più floridi. Nell’estemporanea squisitezza di “Mansion on the hill” (un andamento country seppellito da una camionata di chitarre sovramplificate) Young riguarda ai giorni spensierati dei sixties come a un paradiso di gioventù fermato nel tempo (“Una musica psichedelica riempie l’aria/ pace e amore vivono ancora là”). Ma non è debole, Young sa che quei giorni sono irripetibili, quantomeno per la sua generazione; sa che “proprietà e concessioni” cambiano le persone nel corso degli anni e che, come canta nella canzone seguente (la cui melodia e tono sembrano modellati in parte su “My back pages” di Bob Dylan) “non dovevamo fare di questi compromessi/ nei giorni andati”. Young riflette anche sulla sua recente ritrattazione politica e sul suo apparentemente corrosivo effetto nei confronti delle vecchie amicizie: “Le idee che una volta sembravano giustissime/ ora non hanno più nulla da dire/ vorrei poterti parlare/ e che tu parlassi con me”. Nell’oscura chitarristica “Love to burn” presenta una scena straziante da un matrimonio sull’orlo del collasso: “Perché hai rovinato la mia vita?/ dove porti i miei ragazzi?/ poi si abbracciano l’un l’altro dicendosi/ come abbiamo fatto ad arrivare a questo?”. L’album è raramente depresso. C’è speranza nella quasi psichedelica “Love and only love” e nella terrena “Over and over” (“Amo il modo in cui apri e mi lasci entrare”) e un senso di semplice contentezza nella melodiosa “Country home”. Lo stridore che spinge “White line”, un racconto sulla frenesia e sul rischio che caratterizzava l’era CSNY di Dejà Vu è un tributo alle eterne possibilità di pochi accordi e di un cuore pieno di umorismo.
Ma Ragged Glory raggiunge l’apice nell’ulcerante e suprema ruvidezza di “Fuckin’ up”, con il suo riff urlante e lacerante, pieno di sguscianti assoli chitarristici e con Young che piagnucola col solito avventuroso e microtonale stile vocale, sicuramente un lamento universale: “Perché continuo a sballare?”. A fine album Young si volta ad affrontare il futuro con “Mother Earth (natural anthem)”, un duro e godibilissimo brano registrato dal vivo al concerto di beneficenza Farm Aid VI nell’Indiana all’inizio dell’anno a cui il gruppo ha aggiunto in seguito delle armonie vocali registrate al ranch di Young. “Mother earth” è un inno diretto e corale dalla struttura folk, che con una melodia “già sentita” racconta delle grazie del pianeta mostrando la potenza del solitario, ululante accompagnamento della chitarra di Young che ripercorre il tema del brano in stile hendrixiano. Poi il tono si abbassa sulla strofa conclusiva per la conclusione-avvertimento: “Rispettiamo Madre Terra e i suoi modi salutari/ o ci giochiamo il futuro dei nostri bambini”. È un finale inaspettato ed emozionante di un esaltante album di duro rock chitarristico. Ragged Glory è grande, da uno dei grandi.
Kurt Loder, Rolling Stone 1990

Tutti a bordo per il ronzio. Con il dinamico, spavaldo Freedom dell'anno scorso, Neil Young ci ha forse consegnato l'indirizzo definitivo degli anni ottanta. In Ragged Glory con i fedeli compagni di garagerock, i Crazy Horse, Young introduce gli anni novanta con un monumento di sessantuno minuti al fascino scortese e senza tempo della distorsione e della perdurante eloquenza della classica formazione rock (due chitarre, basso e batteria suonate molto forte) con un piglio da scafato gattaccio selvatico. Infatti è tipico di Neil Young, le cui striature ribelli sono una delle sue qualità più amabili, di usare uno studio digitale per registrare un album pieno di amplificatori scoreggianti e di feedback tipo unghie sulla lavagna. Le parole di qualcuna delle canzoni di Young dell'album sembrano, francamente, casuali; tutto ciò che ha da dire sulla passione, sull'impegno e sul tortuoso cammino verso la felicità in “Love And Only Love” e “Love To Burn”, è detto in modo abbastanza esauriente con i lunghi, ardenti soliloqui chitarristici. “Country Home”, una semplice canzone sul cuore e sul focolare domestico, aggraziata da dolci e disordinate armonie vocali sembra Crosby, Stills, Nash & Sonic Youth. La cosa più bella di “Fuckin' Up” non è tanto il titolo quanto il grugnire dell'assolo. Perfino la toccante preghiera tipo salviamo il pianeta di “Mother Earth (Natural Anthem)” che chiude l'album trae la maggior parte della sua energia dalla sdegnata cacofonia dell'assolo della chitarra elettrica di Young; è una performance emozionante, la cugina ecologica della “Star Spangled Banner” di Jimi Hendrix. Con Ragged Glory Young fa un glorioso e poetico fracasso che spaventerebbe i punk che hanno la metà della sua età. Che lo sballo possa durare sempiterno. 
David Fricke, Rolling Stone 1990


WELD / ARC – 1991

Registrato all’inizio di quest’anno nell’unico Tour di Grande Rock che ha veramente avuto peso (Neil, i Crazy Horse e i Sonic Youth, il paradiso della chitarra a brandelli!), Weld è più che solamente Live Rust suonato con l’intensità di Ragged Glory. Cattura in Technicolor spruzzato di ronzio lo scontro di emozioni messe in moto dalla rigenerante vacanza di Bush in Medio Oriente. Young e i Crazy Horse andavano in tour proprio quando Bush decideva di liberare i campi di petrolio kuwaitiani. Il miscuglio di sentimenti su guerra, onore, imperialismo e aumento delle vittime tra gli americani erano vividamente e rabbiosamente racchiuse in questa scaletta: “Cortez the killer”, “Powderfinger”, “Crime in the city”, “Rockin’ in the free world”. La dylaniana “Blowin’ in the wind”, espansa in uno stupefacente inno di feedback chitarristico, riecheggia l’epocale “Star spangled banner” di Jimi Hendrix. L’elenfatiaca distorsione della chitarra di Young e le esplosioni dei Crazy Horse (la miglior garage band d’America) hanno fatto il resto. Se non c’eravate, Weld ve lo farà rimpiangere. Se c’eravate, le vostre orecchie sanguineranno di nuovo (nota: non dimenticatevi di Arc, il disco extra di puro orrore chitarristico, anch’esso registrato durante il tour). Dovrebbe essercene uno in ogni casa. 
Rolling Stone 1991

Nonostante Young si riferisca a loro come la sua garage band, i Crazy Horse funzionano meglio sulla strada, dove si possono portare le canzoni fuori dallo studio per aprirle e lacerarle. Per tutti coloro che pensavano che Young e la sua band avessero portato il feedback al suo limite estremo lo scorso anno con Ragged Glory, Weld apre nuove dimensioni di turbolenza sonica. Sicuramente questo doppio album dal vivo è un po’ una ridondanza, dato che la maggior parte del materiale viene da Ragged Glory, il suo predecessore Freedom e dai prevedibili successi da concerto, ciononostante è certamente una gloriosa ridondanza. Mentre “Crime in the city” tirava qualche pugno nella versione in studio, dal vivo è definitivamente feroce. Se una volta “Welfare mothers” sembrava una sciocchezza, oggi è un assalto selvaggio, umore nero che scaturisce dalla depressione economica. Espansa su oltre tredici minuti, “Like a hurricane” porta vorticosamente a un apice mistico (volete di più? L’album è disponibile anche in una versione a tiratura limitata di tre cd intitolata Arc-Weld, dove Arc consiste di trentacinque minuti carichi di un collage di feedback). Invece di essere il viaggio attraverso molti concerti, Weld offre musica dura per tempi duri. “Blowin’ in the wind” richiama l’agonia della Tempesta nel Deserto (la Guerra del Golfo del 1991) che imperversava durante il tour di Young e “Rockin’ in the free world” sembra anche più profetica di quanto non fosse su Freedom. I Crazy Horse una volta erano riservati solo per la musica di Young più brutalmente istintiva, ma “Mansion on the hill” li vede alle prese con una delle composizioni meglio riuscite. Lo sbarramento sonico di Young e del secondo chitarrista Frank Sampedro sul letto roccioso ritmico del batterista Ralph Molina e del bassista Billy Talbot offre una purezza polverizzante, una catarsi che fa apparire la triste emozione di “Love and only love” come la più delicata. Non tutto il materiale si rinnova in concerto. Espansa a oltre otto minuti “Tonight’s the night” rimane uno dei brani live preferiti, a questo punto risulta troppo familiare per una scontata inclusione. Come ricreazione dell’esperienza-concerto di Neil Young, Weld si indebolisce per la mancanza dell’effetto sorpresa che invariabilmente caratterizzava ogni suo tour prima di Ragged Glory. Ma ancora una volta Young ha seguito l’oscillare di questo pendolo fino alla sua entremità più lontana, il che suggerisce sorprese per la prossima volta.
Don McLeese, Rolling Stone 1991

“Qualunque cosa venda, per me va bene” dice Neil Young con la bocca piena di delicatezze da asporto negli uffici di Manhattan della Warner Bros. “Vedo la cosa a lungo termine, il tipo di musica che ho cominciato a fare e come si sviluppa. Ora ho quarantacinque anni,” dice Young ridendo, “e questo è l'essenza di quello che succede nella mia mente”.
“Questo” è Arc, il disco speciale che accompagna Weld, il nuovo doppio album dal vivo di Young. Arc potrebbe essere il disco più estremo mai pubblicato da Young, anche se confrontato persino con i controversi Re-ac-tor e Trans. Weld e Arc sono stati registrati entrambi all’inizio dell’anno durante l’acclamato tour di Neil Young con i Crazy Horse. Ma se Weld consiste in due ore di terremoto garage rock col marchio tipico di Young e dei Crazy Horse che combina i più grandi successi con le sue recenti canzoni di Freedom e Ragged Glory, Arc è invece un cd di mezz’ora intriso di feedback presi dalle turbolente introduzioni delle canzoni, dagli orgasmici finali e dagli informi e liberali break strumentali (tutti presi da performance diverse da quelle di Weld). Il risultato: un totale olocausto melodico salvo qualche ritaglio di “Like a hurricane” e “Love and only love”. “Quello è in un qualche modo l’essenza della musica, le cose che facciamo all’inizio e alla fine delle canzoni” insiste Young. “È il momento in cui perdiamo il ritmo, lo rompiamo e ci perdiamo. Non importa nient’altro. Ci sono tantissimi gruppi là fuori che credono di fare rock e poi in realtà suonano sul clic del ritmo della batteria elettronica. Questa è la mia reazione a tutta quella merda”. L’idea per Arc è venuta, abbastanza appropriatamente, al chitarrista Thurston Moore dei terroristi newyorkesi del feedback, i Sonic Youth, ovvero il gruppo che Young ha personalmente scelto come opening act per il suo tour del 1991. Young ha dato a Moore una copia di Muddy Track, un documentario video inedito di un tour del 1987 con i Crazy Horse. Secondo Young la musica che c’è nel video erano tutti “inizi e finali”. Quando Thurston è ritornato gli ha detto: “Wow, ragazzi, dovreste fare un disco intero di questa roba”. Young non si fa illusioni sul fatto che Arc o Weld (una più strutturata festa ulcerante di sei corde urlanti) vadano bene per il pubblico di After The Gold Rush ma non può fregargliene di meno: “Ho fatto Arc davvero per la gente che va in giro in jeep con quegli enormi altoparlanti” dice. “Se passi accanto a qualcuno per strada e lo stai suonando, questo è una fottuta dichiarazione”.
Weld è in se stesso una dichiarazione. La Guerra del Golfo e il susseguente entusiasmo di compiaciuto patriottismo da nastro giallo possono già sembrare ricordi lontani, ma Young e i Crazy Horse andarono in tour lo scorso gennaio proprio nel bel mezzo di ciò. Stavano provando ai Paisley Park Studios di Prince a Minneapolis quando le bombe hanno cominciato a cadere su Bagdad. Il 23 febbraio, il giorno in cui iniziò l’attacco di terra, erano sul palco a West Point. Da allora Young ha revisionato la scaletta originale, accantonando alcuni brani di Ragged Glory a favore di canzoni tematicamente appropriate come “Cortez the killer” e “Powderfinger”. Ha aggiunto anche una sbalorditiva rilettura hendrixiana di “Blowin’ in the wind” di Dylan, canzone che da sola varrebbe l’acquisto di Weld: “Eravamo tutti coinvolti” dice Young della guerra, “e per me questo è il senso di Weld. È molto brutale, specialmente le canzoni con quei grandi finali. Stavo cercando di creare un suono di violenza e conflitto, un pesante macchinario di completa distruzione”. Young afferma che non c’era canzone migliore di “Blowin’ in the wind” per incarnare il “corrosivo mix di emozioni” generato dalla guerra. “La canzone si pone le stesse domande che si facevano tutti allora su quanto tempo ci sarebbe voluto affinchè la gente fosse libera. Cosa bisogna fare? Guardavamo la CNN tutto il tempo, vedevamo succedere questa merda e poi dovevamo uscire a suonare, a cantare queste canzoni sui conflitti. È stata dura e sentivo che non c’era nient’altro che potessi fare. Qualunque cosa facesse aggregare la gente era più importante di me che suonavo le nuove canzoni. Non avremmo potuto uscire là fuori e fare intrattenimento”. La pubblicazione di Weld e Arc (disponibile separatamente o in una edizione limitata intitolata Arc-Weld) è solo l’inizio dell’attività autunnale di Young. Ha diretto infatti un lungometraggio video sia di Weld (un film concerto senza fronzoli alla Rust Never Sleeps) che di Arc che secondo lui “sarà semplicemente un trip da guardare”. Inoltre è sempre al lavoro, ormai da tempo, alla retrospettiva multipla che dovrebbe rappresentare il seguito di Decade e che sarà pubblicata (forse sì, forse no) nel corso della sua vita. “Davvero non lo so” ammette ridendo Young, “più tempo passa, più diventa grande, perché faccio altre cose. Ho già fatto altri due o tre album da quando ho iniziato a lavorarci”. Inoltre ha già messo in lista dai diciotto ai venti album di materiale inedito per il box. Devoti di Young prendete nota: due brani inclusi definitivamente sono l’outtake del periodo Buffalo Springfield “Sell out” e la più recente “Ordinary people”, una tempestosa epica ballata in stile “Desolation row” che era tra i momenti culminanti dei concerti del 1988 con i Bluenotes. “Non possiamo pubblicarlo tutto insieme” dice Young conciliante, “ma sarà come un archivio. Ci saranno un saggo di dettagli e di cose che usualmente non si trovano nei box set. Non sono poi tanto preoccupato del come o del quando possa venir pubblicato, perché tanto è tutto in ordine. Voglio farlo io e ho moltissimo tempo per fare queste cose”.
Infatti appena due giorni dopo questa intervista, Young cominciava a registrare il suo prossimo album di studio, Harvest Moon. Come suggerisce il titolo, è il ritardato seguito del suo disco di platino del 1972 Harvest. Come dicono i suoi fan: atteso da vent’anni. Anche il gruppo sarà lo stesso di Harvest, gli Stray Gators con Tim Drummond al basso e Ben Keith alla steel guitar, “probabilmente spaventerei qualcuno alla Warner Bros. se dicessi ora quando ho pensato di farlo uscire” dice Young, “ma ti dirò che non ci vorrà molto tempo”, poi aggiunge: “Ho intenzione di metterci del tempo per farlo davvero bello e sarà proprio l’opposto di quello che ho appena fatto, cioè un disco molto preciso ed eccezionalmente quieto”. 
David Fricke, Rolling Stone 1991

domenica 19 marzo 2017

Eldorado / Freedom - The Rolling Stone archives

ELDORADO  /  FREEDOM  – 1989

“Neil non farlo, non accettare”, mormora Nora Dunn ospite fisso di Saturday Night Live. A pochi passi, su una balconata del Palladium di New York ci sono Neil Young affiancato da Daryl Hannah, Chevy Chase e Tim Hutton. Daryl Hannah sta stringendo nervosamente un MTV Video Music Award che dovrebbe consegnare al cantante. Nonostante lo spettacolo di premiazione sia trasmesso in diretta da Los Angeles e la categoria di Young (miglior video dell'anno) non sia ancora stata annunciata, le telecamere di MTV sono pronte su Young quando il suo video di “This Note's For You” vince. Neil Young è intenzionato ad accettare il premio, ma il monitor esita e il discorso di accettazione si riduce a qualche secondo di assoluto silenzio. Qualche minuto più tardi nel camerino Young scuote la testa incredulo: “è molto strano che io abbia vinto questo” (MTV aveva rifiutato di trasmettere il video per paura di offendere i propri inserzionisti pubblicitari). “Non ho mai pensato che potesse accadere”.
Young sembra fare pace con molte cose della sua vita in questi giorni. Poco prima, quella sera aveva suonato il secondo concerto del suo tour acustico al Palladium. Nel suo spettacolo, che si è aperto con “Hey Hey, My My” e ha incluso le famose “Helpless”, “Heart Of Gold” e “Sugar Mountain”, si sono anche ascoltate alcune canzoni del suo nuovo album Freedom. Il nuovo materiale si inserisce perfettamente con i vecchi classici: brani come “Rockin' In The Free World”, “Crime In The City” e “Someday” denotano un conciso ritorno allo stile originario. Cosa l'ha riportato alle proprie radici? “Il tempo. Avevo davvero chiuso fuori un sacco di emozioni e di cose che non capivo della mia vita. Ora mi sento come se il tempo avesse guarito tutte quelle cose che mi infastidivano. Non so spiegarlo bene, ma ora mi sento più aperto e riesco a scrivere canzoni che hanno più direttamente a che vedere con quello che penso”.
Freedom ha attraversato un paio di incarnazioni prima che Young sistemasse le undici canzoni che ora compongono l'album. Inizialmente ha iniziato a lavorare a un album intitolato Times Square registrato a New York. Aveva anche registrato delle canzoni al suo ranch in California: entrambe le sedute vennero combinate in un ep intitolato Eldorado, ma arrivato il momento di fare il master ha cambiato idea. “Ho pensato che fosse davvero buono, ma non pensavo che alla gente sarebbe piaciuto” dice. “Non c'era nient'altro che abrasività dall'inizio alla fine”. I brani più rumorosi sono stati quindi pubblicati solo in Australia, Nuova Zelanda e Giappone in Eldorado.
Poi Young è tornato in studio per completare le tracce di Freedom: “ci ho giochicchiato un po' finché ho avuto qualcosa che pensavo fosse un po' più album e meno un assalto”, dice. “Per la prima volta da molti anni a questa parte ho sentito di aver fatto davvero un album così. Negli altri dischi ero più immerso in uno stile, ma avevo perso la traccia di ciò che volevo fare”.
Sheila Rogers, Rolling Stone 1989

La fine di un decennio sembra davvero scacciar via la paura e la riluttanza di Neil Young. Nel 1969 disse un amareggiato addio alle tremanti promesse di Pace e Amore degli anni sessanta con la chitarra irascibile e la confessionale disperazione di Everybody Knows This Is Nowhere. Dieci anni più tardi con Rust Never Sleeps apostrofò l’avanzante e artistica compiacenza da superstar del rock degli anni settanta con parole spinose e una corrosiva violenza chitarristica, per non menzionare la deliberata, provocante rievocazione di Elvis Presley e Johnny Rotten nella stessa canzone. Freedom è il suono di Neil Young che dopo un decennio guarda indietro ancora con ira e terrore. Le canzoni sono popolate da ferite e da rifiuti ambulanti di speranze infrante e di questioni di droga. Il filo che lega il tutto, fede, amore, carità, è incompiuto e il tradimento è la norma. Poi Young ti tira addosso tutto questo dolore e ti colpisce in pieno volto come un secchio di acqua ghiacciata. All’inizio accusi il colpo, poi ti indigni e alla fine provi un senso di rallegrante vendicatività. Come Rust Never Sleeps e Everybody Knows This Is Nowhere (e con altri classici più controversi come On The Beach, Tonight's The Night e Re-ac-tor) il viaggio di Young nei territori devastati di Freedom ti lascia sia esausto sia rinvigorito, sia sgomento di ciò che abbiamo contribuito a creare sia determinato a far bene. Non è una coincidenza che “Rockin’ in the free world”, di fatto la canzone guida dell’album, racchiuda Freedom in due separate versioni, una acustica dal vivo e una elettrica in studio. Come “Hey hey, my my” (la sua gemella su Rust Never Sleeps) la canzone è una cannonata, imperniata sull’asse di un’implacabile ironia in cui il suo andamento apparentemente superficiale rende acida la parata delle vittime di Young: i senzatetto che “dormono nelle scarpe”, la giovane donna tossicomane, il suo bambino abbandonato (“Ecco un altro ragazzo/ che non andrà mai a scuola/ che non si innamorerà mai/ che non sarà mai figo”). Nella versione acustica che apre il disco, Young la suona come un blues corporale con quella sua voce alta tenorile che squilla con lamentosa disperazione. La versione acustica, però, sfuma prima dell’ultimo verso cruciale che viene recuperato nella tempestosa versione elettrica. Su un roboante attacco fuzz che sembra Rust alla decima potenza, Young mira a morte alla facile retorica (“Abbiamo migliaia di punti luce/ per i senza tetto/ abbiamo una mitragliatrice più carina e gentile”) poi tira qualche frustata attorno e fa una diversa dichiarazione d’intenti: “Abbiamo un uomo del popolo/ che dice di tener viva la speranza” ulula, “Abbiamo benzina da bruciare/ abbiamo tanta strada da fare”.
Tutto il disco è così, tra pensosi dolori acustici e combattivo vigore elettrico. Questo è in parte conseguenza della varia provenienza delle canzoni. Le ballate “Ways of love” (uno dei due duetti con Linda Ronstadt) e la dolorosamente bella “Too far gone” risalgono alla fine degli anni settanta. “Don’t cry”, “Eldorado” e una delirante cover di “On Broadway” provengono dal recente killer ep Eldorado, scelte dalle sedute dell’anno scorso a New York con un trio classico (basso, chitarra e batteria) e gli amplificatori alzati oltre il massimo. L’ep, ahimè, è stato pubblicato solo in Giappone, Australia e Nuova Zelanda. Freedom include anche materiali con la band di blues e ottoni, i Bluenotes. Il make-up variegato dell’album innalza il suo peso tematico. Mentre molta gente sobbalzerà per Freedom dato che il suo rimbalzare schizoide tra le ballate folkeggianti e l’insistenza dei decibel mantiene una confortante somiglianza con il più moderato umore altalenante dei suoi grandi successi degli anni settanta (After The Gold Rush e Harvest), il variegato menù di suoni e sentimenti ha molto più a che vedere con il turbinio frenetico del dolore, della pressione e del piacere della vita reale. Due anni fa Young ha fatto uscire un disco intitolato “Vita” (Life), ma questo disco la rispecchia maggiormente.
Può essere difficile vedere la luce del sole attraverso l’ammasso di nuvole che caratterizza quest’album. “Crime in the city” è una raggelante litania di cinismo e rassegnazione, in forma di galoppo scheletrico quasi jazzato, guarnito dalla gelida steel guitar di Ben Keith e dal grossolano muggito degli ottoni dei Bluenotes. In “Don’t cry” Young riecheggia un gentile ma deciso addio tra due amanti con i gesti alternati di quieta colpa e viziose tempeste di fuoco chitarristica. “No more” è un aggiornamento in prima persona a “The needle and the damage done”, le confessioni di un ex tossico che finiscono sempre nello stesso sussurro stanco: “Mai più, mai più, mai più”. Ma se questo album riguarda l’illusione della libertà, riguarda anche il rifiuto di Young ad accettare questa come ultima parola. È comunque determinato ad andare a ballare in “Wrecking ball”. È desideroso di credere che lo “smog possa trasformarsi in stelle” in “Someday”, un’amareggiata ballata con una leggera spruzzata di rhythm’ n’ blues. La mega-metal cover di “On Broadway” è deliziosamente perversa, con Young che strangola la chitarra con drammatica convinzione. L’alta concentrazione di ottani tipo Crazy Horse che Young inietta nell’originale inno stradaiolo al blues e alle bravate dei Drifters cattura audacemente il senso di agonia e di estasi che attraversano tutto Freedom. Alla fine del brano esplode in un disgustoso sballo vocale gridando “Dammi quel crack/ dammi un po’ di quel crack!” e urlando come se si fosse gettato sotto i binari della metropolitana di Times Square. Gran bel finale per una favola. […]
Tornando a Freedom, è la preghiera di Young per gli anni novanta, un ruvido promemoria per ricordarci che tutto viene ancora con un prezzo. Incluso fare il rock in un mondo libero.
David Fricke, Rolling Stones 1989

I 100 migliori album degli anni ottanta – 85° Freedom
“Sapevo di voler fare un vero album che esprimesse come mi sentivo” dice Neil Young del suo più recente lavoro Freedom. “Volevo proprio un disco di Neil Young in se, qualcosa che fossi proprio io, dove non ci fosse un personaggio, un'immagine, un carattere distintivo come il tipo dei Bluenotes o di Everybody's Rockin'. È la prima volta da molti anni a questa parte che mi sono reso conto di aver fatto un album del genere”.
Freedom vira tra le ballate folkeggianti (“The Ways Of Love”, “Someday” e “Too Far Gone”) e rock stridente (“Eldorado”, e una rilettura con gli occhi del diavolo di “On Broadway”). L'album è racchiuso da versioni contrastanti dell'amara, ironica “Rockin' In The Free World”. Quella in apertura è dal vivo e acustica, con il pubblico a cantare il ritornello, mentre quella finale è un'arrabbiata versione elettrica con una strofa in più (Young aveva già usato un simile espediente in Rust Never Sleeps).
“È l'album più lungo che ho mai fatto” dice Young, “un vero boccone. Quando lo ascolto è quasi come sentire la radio, continua a cambiare e ad andare da una cosa a un'altra”. Inizialmente Young aveva intenzione di pubblicare un album puramente di rock elettrico (“Nient'altro che abrasività, dall'inizio alla fine” dice), intitolato Times Square registrato a New York (cinque di queste canzoni sono state pubblicate su un ep di importazione intitolato Eldorado). Per l'album definitivo Young aggiunse del materiale acustico registrato successivamente, cercando di dare un equilibrio. Il risultato è la serie di canzoni più personale e senza veli di Young da molti anni a questa parte: “La musica può essere una terapia, è come tirar fuori qualcosa di te, cosa che facevo sempre. Ero arrivato a un punto della mia vita in cui avevo davvero chiuso con le emozioni su un sacco di cose che non capivo. Avevo sospeso il programma (di riabilitazione per il figlio Ben) e facevo cose molto più superficiali, perché erano più sicure. Ora sento che il tempo ha guarito tutto; mi sento più aperto e riesco a scrivere canzoni che sono più direttamente legate a ciò che penso”. 
Rolling Stone 1989

mercoledì 8 marzo 2017

Life / This Note's For You - The Rolling Stone archives


LIFE – 1987

Attraverso la carriera errante di Neil Young l’unica costante sono stati i Crazy Horse. Contrariamente a tutte le sperimentazioni con country, technopop, rockabilly e qualunque altra cosa gli fosse passata per la testa, c’è sempre stato qualcosa di rassicurante nel rock solido fatto con la sua band abituale. Sono gli album con i Crazy Horse (Everybody Knows This Is Nowhere, After The Gold Rush, Tonight's The Night, Zuma, il secondo lato di Rust Never Sleeps, Live Rust e il sopravvalutato Re-ac-tor) il fulcro di un’imponente anche se non sempre riuscita mole di lavoro. Life, il primo album di Neil Young & Crazy Horse da Re-ac-tor del 1981, riafferma l’energia di quell’alchimia eccezion fatta per poche aberrazioni come la stralunga “Inca queen” e i due inni di garage grunge che aprono il secondo lato (“Too lonely” e la voluta e premeditata cattiveria di “Prisoners of rock ‘n’ roll”), in cui Young e soci suonano con un fervore e con uno spirito che contraddice la natura saltuaria della loro collaborazione (del resto, che album di Neil Young sarebbe senza queste poche aberrazioni, specialmente quando enfatizzate al pari degli altri tratti distintivi come gli arrangiamenti approssimativi, i testi imbarazzanti e il fraseggio vocale?). “Long walk home” inizia proprio laddove finiva After The Gold Rush, il rock di “Cryin’ eyes”, le elegiache ballate conclusive “When your lonely heart breaks” e “We never danced” si schierano al fianco delle migliori canzoni di Young. Perfino i brani dal sapore in qualche modo politico come “Mideast vacation”, “Around the world” e “Long walk home” (con i suoi noiosi effetti di bombe) stanno in piedi con la forza della loro musica, che a tratti si avvicina ai territori di Pete Townshend in termini di energia ed eleganza. Rabbia depressa, vitalità giovanile e incontaminata tenerezza sono i linguaggi musicali di Life. Definirlo un ritorno vorrebbe dire liquidare brutalmente i quattro album che Young ha registrato per conto suo dopo Re-ac-tor, ma nel complesso rappresenta il suo lavoro più forte di questo decennio e un’altra notevole entrata nel catalogo dei rocker americani più caratteristici e importanti.  
Steve Hochman, Rolling Stone 1987


THIS NOTE’S FOR YOU – 1988

YOUNG SI INCHINA A UNA BLUES BAND
L'ultima svolta nella strada musicale di Neil Young è una brusca sferzata verso il blues. La carriera discografica e concertistica dell'iconoclasta rocker canadese (che ha vagato dal folk all'hard rock, dalla psichedelia californiana al rockabilly, dal technopop al country, dall'improvvisazione chitarristica hippie al punk), è recentemente entrata in un nuovo territorio quando ha svelato una meravigliosa blues band elettrica di dieci elementi, annunciati come The Bluenotes, in un tour di dieci date per due set a serata, sulla costa ovest. Nel corso degli anni Young ha periodicamente abbandonato il circuito delle grandi arene per fare dei brevi tour in piccoli club che gli consentissero di esplorare materiale diverso: "è proprio una cosa divertente da fare" ha detto Young all'amico, da tempo famoso dj della Bay Area, Paul Lobster Wells in un'intervista per la stazione radio KSJO.
"Siamo stati in tour due anni e ho deciso che era abbastanza. Ero stufo di suonare i miei vecchi successi e non volevo più suonare nelle grandi arene. Così abbiamo messo insieme i Bluenotes (sei ottoni e i Crazy Horse) e abbiamo iniziato a suonare solo in questi teatri da cabaret e piccoli club". Young ha insistito affinché il materiale pubblicitario riportasse solo il nome Bluenotes, senza menzionare il suo. A giudicare dallo show di novanta minuti all'Old Fillmore di San Francisco, le performance dei Bluenotes hanno come momento saliente i tour del force di chitarra blues di Young. Sotto la dicitura Shakey Deal (e vestito come un bluesman hippie, con cappello nero a tesa larga, occhiali scuri, giacca sportiva, camicia bianca e cravatta), Young ha abbandonato il ruolo di hard rocker primitivo che caratterizzava la sua personalità durante gli spettacoli nelle arene e si è trasformato in un sofisticato camaleonte blues. Ha come riferimenti stilistici Albert King, Jimmy Reed, B.B. King, Buddy Guy, Freddie King e Michael Bloomfield. Lo show ha dato prova di essere più di un mero esercizio storico-musicale, in quanto Young ha profuso nel suo lavoro blues la passione che contraddistingueva le sue performance rock. Young ha offerto tredici brani blues sconosciuti che ha detto essere stati scritti nel corso della sua carriera, di cui almeno uno risalente alla sua adolescenza. Aperto da "Big Room", lo show dei Bluenotes ha incluso "Find Another Shoulder", "High Heels", "Hello Lonely Woman", "Ain't It The Truth" e "Your Love". Il gruppo ha suonato anche "One Thing", "Bad News", "Don't Take Your Love Away", "Sunny Inside", "Life In The City" e "Soul Of A Woman". Il brano preferito dal pubblico è stato però "This Note's For You", una canzone contro le sponsorizzazioni nella quale Young ha sputato versi come questi: "Non canto per la Miller/Non canto per la Bud/Non canto per i politici/Non canto per la Spuds". Tutto lo show è stato registrato dallo studio mobile a ventiquattro piste Record Plant. Non è chiaro se la performance apparirà in un album, dato che da un po' di tempo Young registra tutti i suoi spettacoli. Il manager Elliot Roberts dice che il suo prossimo disco non sarà interamente dedicato al blues, anche se non esclude che possa contenere alcune cose del repertorio dei Bluenotes.
Young ha recentemente terminato una burrascosa relazione con la Geffen Records, che ha reciso il suo contratto. Roberts dice che sono stati quasi completati i negoziati per far firmare nuovamente Young con la Reprise Records, l'etichetta con la quale ha goduto dei suoi maggiori successi con album come Everybody Knows This Is Nowhere, After The Gold Rush e Harvest. Il nuovo contratto di Young gli permette anche di registrare un album a nome CSNY, cosa che gli era stata negata mentre era sotto contratto con la Geffen. L'anno scorso Young si era ostinato a ribadire che voleva registrare e andare in tournée come membro di CSNY e ora potrebbe fare un tour con loro quest'estate. Prima però Young intende registrare un nuovo album solista: "Sarà un album di r'n'r perché lo sta facendo con i Crazy Horse" dice Roberts, "ha moltissime nuove canzoni ed è davvero eccitato all'idea di fare un disco per la Reprise". Per quanto riguarda i Bluenotes, Young potrebbe ritornare in giro con loro per qualche altro concerto. Come lui stesso ha detto al pubblico in un club di San Jose, California: "i Notes torneranno!"
Michael Goldberg, Rolling Stone 1987

Se ne sarebbero potuti sentire i grugniti fin sulla costa est. Lo scorso autunno Neil Young iniziò una serie di concerti non annunciati nei club della California, guidando una band allargata con tanto di sezione fiati chiamata The Bluenotes. […] This Note's For You, il risultato di questi guizzi d’attività, sembra al primo ascolto un altro passo falso, un’altra scappatoia usata da Young per sottrarsi ad un tormentoso obbligo contrattuale. Aperto da un basso pulsante e da un borioso squillo di tromboni che non sarebbe fuori posto al Tonight Show, “Ten men workin’” introduce sia il motivo della band che quello del disco: “Siamo uomini al lavoro, abbiamo un lavoro da fare” canta Young, “Dobbiamo continuare a farti agitare per tenere la tua anima lontano dalla tristezza”. Al confronto il borbottio stonato che apriva Tonight's The Night e le fughe d’archi di “The wayward wind” che dava il via a Old Ways sembrano del tutto ortodosse. A questo punto i fedeli di Young che ancora ricordano Everybody's Rockin', la sortita neo-rockabilly del 1983, possono avere l’impulso di lasciar perdere. Che facciano pure, ma a loro rischio. This Note's For You non è soltanto il lavoro più vivace di Young da un po’ di tempo a questa parte. È una riaffermazione della sua considerevole forza ritrovata dopo i più inverosimili assestamenti, nonché il suo primo album concettualmente riuscito degli anni ottanta (sarà una coincidenza, ma l’album segna anche il ritorno di Young alla riattivata etichetta Reprise, dove ha ottenuto i suoi più grandi successi artistici e commerciali). 
Ancor più importante: dai colpi pieni sulla chitarra e dalla compattezza dei Bluenotes (una band di nove elementi di cui sei alla sezione fiati e due compagni di vecchia data come Ben Keith al sax alto e Frank Sampedro dei Crazy Horse alle tastiere), This Note's For You è la riscoperta delle gioie della spontaneità e specialmente dei benefici di essere Neil Young, elementi che avevano mostrato la corda nei lavori recenti. Il meditabondo Landing On Water (1986) era focalizzato sugli insuccessi, i fallimenti e i rinnovamenti dell’uomo, ma il suo suono sintetico ne aveva spersonalizzato l’efficacia. Life, la riunione dello scorso anno coi fedeli Crazy Horse, toccava degli argomenti più generali, ma i lugubri arrangiamenti distruggevano l’impatto della band. Come le sue scorrerie musicali precedenti in campi subito abbandonati, anche queste erano movimenti senza via d’uscita: sensazioni impalpabili che non riuscisse più a compensare la perdita di una direzione musicale. Con This Note's For You si può semplicemente gozzovigliare, con lo swing robusto di questa big band e con le solita gesta blues come il botta e risposta fuori tonalità del coro dei musicisti, i solidi ritmi shuffle trascinati e i più risaputi assoli di sassofono. Le canzoni, tutte scritte da Young, rivisitano i cliché: “Ho perso il lavoro pensando a te/ ora c’è un altro che lavora al mio posto”; “I miei soldi se ne sono andati/ e così anche tu”. Ma il modo gloriosamente atonale di Young di suonare la chitarra dimostra che questo non è uno studio d’archivio alla Ray Cooder. Sputando fuori scarni assoli in “Ten men workin’” e “Married man” Young prova a se stesso di essere un chitarrista più che capace: nella tambureggiante “Hey hey” sfodera una chitarra slide così implacabilmente liquida che finisce col litigare con la sezione fiati battendola. Young si diverte con il blues, come quando rifiuta un’adescatrice da bar in “Married man” e quando canta di buon umore in “Hey hey” “Smettila con quella tosse/ spegni quela MTV”. La rimbalzante e inaspettatamente sentimentale “Sunny inside” vede un crescendo di fiati che farebbe arrossire i Blood, Sweat & Tears. Il meno che si possa dire è che Young abbia ritrovato il suo insolito senso dell’umorismo. In “This note’s for you”, un duro attacco alle sponsorizzazioni commerciali ma anche il brano rock più incalzante, Young sputa fuori: “Non canto per la Pepsi/ non canto per la Coca Cola/ io non canto per nessuno/ che mi faccia apparire un pagliaccio”. Con voce allegra e scherzosa nella strofa successiva aggiunge: “Non canterò per i politici/ non canto per la Spuds”.
Ma l’album brilla veramente quando Young rallenta il passo e diventa più intimo. Sia “Coupe de ville” che “Can’t believe you’re lyin’” abbandonano soffi e sbuffi in favore di un’atmosfera intima da fuori orario, con spazzole e tromba con sordina e il leggero tocco di Young sulla chitarra. “Coupe de ville”, che ricorda la depressione di alcuni angosciati racconti di Young come “On the beach”, è una ballata melodiosa e malinconica in cui supplica l’amata mentre se ne sta andando: “Ho il diritto in questo mondo pazzo/ di vivere la mia vita come chiunque altro”. “Twilight”, un racconto sognante sul ritorno a casa è perfino meglio, con quella batteria minacciosa e un cantato incerto. Momenti come questi rendono facile perdonare gli errori. Con quella sua voce tenorile da brivido, Young (sicuramente uno dei nostri rock ‘n’ rollers più bianchi) è un po’ più efficace come cantante blues di quanto non lo fosse stato come cantante pop sintetico su Trans o honky-tonker su Old Ways. E tutti coloro che si preoccupavano delle sue tendenze di destra non saranno certo confortati da “Life in the city”, un’allarmante visione paranoide dei problemi della società: “Gente che dorme sui marciapiedi in un giorno di pioggia/ famiglie che vivono sotto le autostrade, è il mondo americano”.
Come tutti i cambiamenti di direzione musicale repentini, anche questo lascia un dubbio fastidioso, che sia una posa? Forse. Con una riunione di CSNY imminente, i Bluenotes faranno la stessa fine dei Ducks, degli Shocking Pinks, degli International Harvesters e di altre band fatte su misura per Young? Probabilmente sì, però la rinnovata energia e la determinazione che si sentono in This Note's For You danno speranza per il futuro. Se l’album segna l’inizio di un nuovo periodo d’oro per questo musicista frustrantemente errante è una domanda aperta. Ma almeno, per la prima volta da molto tempo a questa parte, la domanda è stata posta. 
David Browne, Rolling Stones 1988

Così Young ci ha lanciato una palla ad effetto blues-bianco; sarebbe stato uno shock maggiore se avesse fatto qualcosa di più commerciale, come pubblicare un Harvest del 1988. Infatti i migliori episodi blues di questo album sono i più vicini al vero Neil: “Twilight” suona come una “Down by the river” orchestrata, in una tonalità più bassa da una sezione fiati soul di Memphis e l’acida “Life in the city” ha le fattezze dell’andamento tipico dei Crazy Horse. Stesso discorso per la canzone che dà il titolo all’album, divertente ed energica nella sua spinosa semplicità, efficace attacco al mondo delle sponsorizzazioni. È anche bello sapere che c’è almeno una grande canzone notturna (“Tonight’s the night”) che non sentiremo mai in uno spot della Michelob.
Rolling Stone 1988

MTV BOICOTTA IL VIDEO DI NEIL YOUNG "THIS NOTE'S FOR YOU"
Il nuovo video di Neil Young lo ha portato ha un'aspra polemica con MTV. "This Note's For You", la canzone che dà il titolo all'ultimo disco del veterano rocker è un sarcastico atto d'accusa nei confronti di quegli artisti che vendono la loro immagine per fare pubblicità a prodotti di consumo. Il video, diretto da Julien Temple, regista di Absolute Beginners e dell'imminente Le ragazze della Terra sono facili, nonché di video per Rolling Stones e David Bowie, è un duro colpo verso le campagne pubblicitarie di spot che vedono la partecipazione di Eric Clapton, Whitney Houston e Michael Jackson. Un portavoce di MTV dice che il canale di video musicali non lo trasmetterà.
Il video, che inizia con una ricostruzione dello spot di Eric Clapton per la birra Michelob, mostra Young mentre si reca a una jam session notturna. Da qui in poi il video alterna frammenti filmati al Continental Club di Hollywood con rapidi passaggi di finti spot pubblicitari sulla falsariga di quelli delle birre Budweiser e Miller, della Pepsi, della Diet Coke e di Obsession, il profumo di Calvin Klein. Il testo della canzone, che include la strofa "Non canto per la Pepsi/Non canto per la Coca Cola/Non canto per nessuno/Che mi faccia sembrare un pagliaccio", menziona anche la birra Miller e gli Spuds MacKenzie della Budweiser. La burla a tratti è particolarmente perfida e per MTV è troppo: a un sosia di Michael Jackson prendono fuoco i capelli, il famoso cane che beve la Budweiser sbava per tre fotomodelle e si vede una donna, nel frammento della Obsession, che lecca del profumo versato sul pavimento: "Ai responsabili della programmazione il video è piaciuto molto" dice Barry Kluger, vice-presidente delle relazioni pubbliche e con la stampa di MTV, "ma il nostro dipartimento legale ha detto che c'erano problemi con l'infrazione della legge sui marchi registrati".
Young, che chiaramente non vuole avere nulla a che fare con la pubblicità dei prodotti, non è comunque d'accordo con le argomentazioni di MTV: "Abbiamo pensato che avessero paura di trasmetterlo, ed è stato proprio così. Quella canzone traccia una linea e sapevamo che la gente avrebbe dovuto stare da una parte o dall'altra". Young ha aggiunto che è particolarmente contrariato dalla decisione perché originariamente gli esecutivi di MTV avevano detto di non aver problemi quando gli era stata mostrata la sceneggiatura del video prima che fosse girato, "poi quando glielo abbiamo mandato, hanno detto che non lo avrebbero trasmesso perché avrebbe offeso i loro sponsor e temevano di essere citati in giudizio".
In un insolito tentativo di calmare le acque, Young dice che la Warner Bros. ha anche offerto dei soldi a MTV come indennità di eventuali noie legali. Kluger di MTV conferma un'offerta ma dice che "non era abbastanza buona". A questo punto Young e il regista Julien Temple hanno proposto di rimontare il video facendolo diventare il videoclip di una performance dal vivo, tagliando tutti gli inserti pseudo-pubblicitari: "Allora hanno detto che era la canzone a preoccuparli" dice Young, cioè "come avere a che fare con degli smidollati". Young dice che la canzone suscita "una reazione e un responso di pubblico maggiore di qualunque altra cosa abbia mai scritto" quando è suonata dal vivo e continua a voler vedere il video in programmazione su MTV: "L'abbiamo mandato ad altri network e si sta parlando di trasmetterlo allo show di David Letterman. Ma MTV fa la differenza, ci fanno ancora più rock 'n' roll che General Hospital. Credono di essere dei ribelli, ma non hanno abbastanza fegato da far vedere qualcosa che non è primo in classifica". Young aggiunge che MTV aveva rifiutato anche il suo video precedente "Mideast Vacation" (un portavoce del canale dice che MTV non l'ha mai ricevuto) e che l'emittente non trasmette un suo clip dai tempi di "Wonderin'" nel 1983: "Credo di non inserirmi nei loro programmi" dice lui. 
Fred Goodman, Rolling Stone 1988