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Neil Young + The Promise Of Real - The Monsanto Years

Il nuovo disco di Neil Young con i Promise Of The Real.

Crosby Stills Nash & Young - CSNY 1974

A 40 anni dal Doom Tour del 1974 che sancì la rottura del supergruppo Crosby Stills Nash & Young, ecco l'attesissimo cofanetto triplo cd + dvd.

Crosby Stills Nash & Young

Quella di Crosby, Stills, Nash & Young è una storia tutta particolare nel mondo della musica rock. Non un vero gruppo, piuttosto quattro individualità, quattro personalità forti legate da un rapporto artistico ed umano che avrebbe fatto la felicità di Freud.

Neil Young

Sulla scena da mezzo secolo, il solitario di Topanga è un perfetto esempio di eclettismo musicale a 360°. Da icona del country-rock anni 70 a padrino del grunge anni 90, la sua musica sconfina nei territori più disparati pur mantenendo una forte coerenza personale.

Neil Young - The Oral History

I dischi di Neil Young raccontati in prima persona: una collezione di interviste d'archivio a Young, i suoi musicisti e i produttori.

giovedì 20 aprile 2017

Eye To Eye: l'arte fotografica di Graham Nash


Forse non tutti sanno che Graham Nash, oltre a essere un bravissimo musicista e compositore, è anche un fotografo. Qualche anno fa ha pubblicato un volume, Eye To Eye, che raccoglie le sue più belle e celebri fotografie scattate in quasi mezzo secolo. Molti di questi scatti ritraggono scene di una vita rock 'n' roll (per parafrasare il sottotitolo della sua recente autobiografia, Wild Tales - A Rock n' Roll Life). Non mancano i ritratti degli amici e compagni musicisti, tra cui i fedeli Crosby, Stills e Young, ma anche Judy Collins, Joni Mitchell, Bob Dylan... solo per citarne alcuni. Sovente le sue fotografie sono oggetto di mostre in giro per gli States; l'ultima in ordine di tempo è quella di Carlsbad, California, che si svolge quest'anno da aprile ad agosto.
Ecco alcune delle immagini di Nash qui raccolte in una piccola galleria. Ci sembrava doveroso dedicare uno spazio a questo artista della fotografia: una forma d'arte che ha sempre accompagnato da vicino la musica per cui Nash è diventato famoso.


















 



Tutte le foto sono di Graham Nash

lunedì 10 aprile 2017

Time Fades Away in CD: una storia travagliata (a lieto fine)



Time Fades Away, l'ultimo album del catalogo di Neil Young rimasto inedito in veste ufficiale su cd, vedrà finalmente la luce in versione rimasterizzata il 12 maggio 2017 insieme all'intero box set Official Release Series 5-8 (che include anche Zuma, Tonight's The Night e On The Beach). Nella stessa data sarà pubblicato anche il terzo box set ORS 8.5-12 (che include gli album fino al 1979, per la precisione fino a Live Rust).
Ci è parsa l'occasione giusta per riepilogare la travagliata attesa del cd di Time Fades Away, considerato il Santo Graal del catalogo younghiano, che ha inizio a metà degli anni 90, oltre 20 anni fa, e che oggi ha finalmente il suo lieto fine.

1995. E' l'anno in cui, nel catalogo cd degli album di Neil Young, mancano all'appello 6 dischi, denominati tra i fan The Missing 6: Journey Through The Past (soundtrack), Time Fades Away, On The Beach, American Stars'n'Bars, Hawks & Doves, Reactor. Lo staff di Young prepara la pubblicazione di questi 6 mancanti in una rispettabile versione HDCD, ovvero la maggior qualità possibile per un cd. Young ne resta insoddisfatto e dopo le stampe di test blocca la pubblicazione dei cd. Ogni tanto negli anni a seguire arrivano voci su una possibile pubblicazione dei Missing 6, ma i cd non escono.


Primi 2000. Sul mercato arriva il formato dvd e Young lo ritiene finalmente di una qualità audio dignitosa. Dice in un'intervista a SFX del periodo: "Le case discografiche hanno un enorme problema ora. La qualità standard del dvd è indubbiamente migliore di quella del cd [...]. Quindi la vera risposta alla domanda [sul perché i Missing 6 non sono mai usciti] è che non li ho mai potuti accettare su cd perché su cd suonano male. Io adoro i master originali analogici e non voglio che la gente abbia una copia di cattiva qualità su cd da ascoltare da oggi in poi. Preferisco aspettare che le cose cambino in modo da avere un formato che rispetti quello originale."
Insomma, la stessa, travagliata storia degli Archivi.

2003. Grazie alla possibilità di avere la versione dvd-audio, anche i tanto attesi cd vengono pubblicati... ma solo in parte. Dei 6 originali vedono la luce 4 album (su entrambi i formati): restano esclusi Journey Through The Past e Time Fades Away. Se per il primo i motivi possono anche risultare comprensibili (essendo un soundtrack con poco materiale originale e ancor meno materiale interessante), per Time Fades Away resta un enorme punto interrogativo. "Penso sia l'album peggiore che io abbia mai fatto", dice Neil nelle pagine di Shakey (la biografia di McDonough). "Ma come testimonianza del periodo che stavo vivendo è un grande disco."
Nel frattempo tra i fan nasce una petizione web per la pubblicazione di Time Fades Away: il traguardo posto inizialmente sono 5.000 firme, che vengono raggiunte velocemente. Fino a poco tempo fa, quando ancora la petizione era raggiungibile su internet, si sfioravano le 20.000 firme.


2003-2010. Le copie di test di Time Fades Away in HDCD del 1995 emergono in rete, con tanto di artwork, e vengono acquistate su eBay a cifre ragguardevoli dai collezionisti. Di fatto è possibile avere l'album in HDCD scaricandolo da varie fonti in rete.
Intanto, nel 2009, quando Young parla di Archives vol.2 come se fosse lì lì per uscire dopo che il vol.1 ha finalmente aperto la strada (siamo nel 2017 e, sì, lo stiamo ancora aspettando), dice che il vol.2 includerà Time Fades Away II, ovvero una versione alternativa dell'album registrata nella seconda parte del tour ("una cosa completamente diversa, con canzoni completamente diverse").
Nel 2010, la pregevole rivista Uncut fa una classifica dei 50 maggiori "dischi perduti" della storia e piazza Time Fades Away in prima posizione.


2016. Time Fades Away viene ripubblicato... in vinile. Grazie alle ristampe rimasterizzate della serie Archives (Official Release Series) l'album è finalmente acquistabile in un formato ufficiale... almeno da chi possiede un giradischi. Esce sia singolarmente, sia come parte del box set ORS 5-8 (che contiene gli album 1973-75). 
Cresce la speranza nella versione cd, visto che anche il box ORS 1-4 (1969-72) era uscito in cd oltre che in vinile.

Lieto fine. Dopo appena un anno, nel maggio 2017, il Santo Graal younghiano è disponibile in cd, grazie alla pubblicazione della Official Release Series 5-8 anche in cd.

Postilla. Ad oggi l'unica uscita discografica originale che non risulta essere ristampata in cd è Journey Through The Past, ma è lecito supporre che non uscirà mai. Gli unici estratti davvero interessanti ("Soldier", inedita altrove, e una lunga versione di prova di "Words" tratta dalle sessions di Harvest) sono stati inseriti in Archives vol.1.
Un'altra parte di materiale che resta inedita è il contributo di Young alla colonna sonora di Where The Buffalo Roam (film del 1980 con Bill Murray), costituita di brevi strumentali e un'interpretazione (pur molto bella) di "Home On The Range".


MPB, Rockinfreeworld
Fonti:
hyperrust.org
thrasherswheat.org
uncut.co.uk

domenica 2 aprile 2017

Harvest Moon / Lucky Thirteen / Unplugged - The Rolling Stone archives

HARVEST MOON - 1992

Neil Young ha trascorso gli ultimi vent’anni svolazzando da uno stile all’altro come una falena in un negozio di lampadine. Per cui non ci si dovrebbe sorprendere se dopo aver esplorato i limiti estremi del guitar noise in un paio di album, Young abbia staccato la spina, ripreso a frustare la chitarra acustica e fatto girare la ruota della pedal steel per Harvest Moon. Il titolo si rifà a Harvest, l’album countreggiante di due decenni fa, e la musica si richiama a quell’aroma gentile. Harvest fu un dolce campione di vendite, una non caratterizzante fermata nella trappola dello stare “in mezzo alla strada” in un decennio di pubblicazione profondamente personali e qualche volta altamente eccentriche. Anche Harvest Moon suona fatto per pomeriggi trascorsi a ondeggiare pigramente sulla propria amaca. Ma accanto alla placida superficie, ci sono le rocciose cicatrici della mezza età, quando tenersi stretto e coccolare un amore è molto più difficile che trovarlo.
L’ultima volta che Young ha esplorato il soggeto in Ragged Glory nel 1990, aveva sollevato fuligginose nubi di feedback; Harvest Moon sembra la quiete dopo la tempesta, con un paesaggio musicale silenzioso, talvolta popolato da un’evanescente armonica, poche linee di basso e la rotta e triste voce tenorile di Young. La serie di canzoni in apertura traccia un sentiero dall’irrequietezza alla riaffermazione in cui il narratore senza radici di “Unknown legend” e quello pieno di dubbi di “From Hank to Hendrix” alla fine trovano contentezza sotto la Luna del Raccolto. Per mostrare quanto sia cambiata la sua prospettiva, Young usa un’orchestrazione simile a quella di “A man needs a maid” di Harvest in “Such a woman”, ma la prospettiva senza tempo della prima si trasforma solo in un omaggio. In “One of these days”, Young riguarda gli amici perduti (le cui iniziali sono forse C, S e N?), e anche nella banale “Old king” devia brevemente verso l’autocommiserazione e il triviale. Ma “War of man” e l’altissima “Natural beauty” vanno in collera con la rabbia paternalistica di uno che apprezza la fragilità di tutte le cose del pianeta, incluso il pianeta stesso. Gli Stray Gators e uno stormo di cantanti, tra cui Linda Ronstadt, Nicolette Larson e James Taylor, danno il giusto massaggio a queste melodie e all’interno di questa povertà d’impianto, la ricerca di un riparo dalla tempesta risuona come una palpitazione del cuore. 
Greg Kot, Rolling Stone 1992

[…] A quarantasette anni Young ha tirato indietro l’orologio di ben vent’anni con il nuovo album Harvest Moon. Ricatturando le ampie melodie di Harvest del 1972, ancora il suo disco più popolare, Harvest Moon rappresenta la prima apparizione di Young nei Top 20 da quasi dieci anni a questa parte. Ma Harvest Moon è più complicato di un semplice trip nostalgico o di un remake. Accanto alla pedal steel e ai toni soavi di Harvest, lo Young ventiseienne sembrava più raggrinzito rispetto alla sua effettiva età per il modo in cui affrontava per la prima volta l’invecchiare e la mortalità. “Col passare dei giorni perderemo la nostra presa?” domandava con la voce pizzicata e misteriosa nella canzone del titolo. In “Are you ready for the country?” cantava: “Mi sono imbattuto nel boia che disse: è ora di morire”. Perfino “Heart of gold”, l’unico singolo nostalgico di Young che sia stato primo in classifica, finiva ciascuna strofa con “E sto invecchiando”. Harvest Moon è il resoconto di un sopravvissuto, concentrato sulla perdita e il compromesso uniti al definitivo senso di trionfo devastante dall’essere felicemente padre e marito all’alba dei cinquanta. È pieno di tributi agrodolci ad amici perduti, cani morti e amori invecchiati. “Questo album parla di questo sentimento, di questa capacità di sopravvivere e continuare, di crescere e salire sempre più in alto, non per come ci si mantiene, cioè non solo sul sentirsi bene, sono ancora vivo a quarantacinque anni. Si può essere più vivi”. […]
Harvest Moon può sembrare l’ultima concessione ai vecchi fan di Young, ma lui lo vede come un’impresa valida, perfino sperimentale: “La gente mi ha chiesto di farlo per vent’anni e all’inizio non riuscivo a immaginarmelo”, dice. Ma quando ha scritto una manciata di nuove canzoni e ne ha finite alcune più vecchie l’estate scorsa in Colorado, quello che aveva in mente era il suono di Harvest. “Questo è quello che è successo quando ho scoperto cosa diavolo stavo facendo, ma è stato così solo perché le canzoni mi hanno spinto a farlo” dice. “È successo di nuovo, qualunque cosa fosse successa allora”. “You and me”, un quieto quadretto domestico che cita “Old man”, uno dei successi di Harvest, è secondo Young l’anello che lega i due album: “Quella canzone l’ho cominciata nel 1975, ma non l’ho mai finita. Nel 1976 Tim Drummond (il bassista degli Stray Gators) l’ha sentita e ha detto: devi finirla, è come la roba di Harvest, facciamola, e questa cosa mi ha spaventato e mi ha infastidito perché era come se qualcuno dicesse come sarebbe stata, prima ancora che la facessimo. Non voglio sentirmi come se dovessi fare le cose a chili”. Ma insieme a una manciata di nuove composizioni arrivò anche una nuova introduzione e un’ultima strofa e così il salto di vent’anni è stato completato. Esprime ancora ambivalenza nei confronti di Harvest: “Quando la gente comincia a chiederti di continuare a rifare sempre le stesse cose, significa che la tua strada comincia ad essere troppo vicino a qualcosa a cui non vuoi essere accanto. Non posso prendere posizione contro qualcosa che ho fatto; certamente aveva la profondità degli altri dischi, ma c’è voluto un po’ per arrivare a ciò. Non volevo proprio fare la cosa ovvia, perché non mi sembrava giusto”. […] In “Unknown legend”, il brano che apre Harvest Moon, Young canta: “Lo sai che non è facile/ devi tener duro” e il riferimento a perseverare attraverso le difficoltà, anche nei momenti più tragici, è evidente quando parla della sua vita familiare. 
Alan Light, Rolling Stone 1993


LUCKY THIRTEEN – 1993

Le canzoni, i remix e i live presenti su Lucky Thirteen derivano dal tentativo di Neil Young di affiliarsi, negli anni Ottanta, alla Geffen Records, un periodo che lo ha visto subire insulti più che celebrazioni. In effetti, questa transizione spiega il passionale ed eterno impegno di Young nei confronti dell’emozione al di là dello stile; sperimentazioni di genere da parte di chi si è opposto allo stile Eagles dei primi Settanta, per esempio, con una musica che somiglia a un country rock suonato dai Sonic Youth. Lucky Thirteen rimette in fila e riconsidera il lavoro imperfetto ma fondamentale degli Ottanta di un artista che recentemente ha dichiarato le sue atmosfere acustiche, i suoi picchi distorti, la sua combattuta techno e i suoi voli sinfonici, sono in fondo “la solita roba”. È una visione straordinaria di musicista rock decollato nei Sessanta – un rifiuto di moralizzare sui generi – e, con questa compilation, Young comincia a disporre il suo percorso artistico.
Compilato da Young stesso, Lucky Thirteen s concentra a dimostrare il valore eclettico più che raccogliere le hits del periodo Geffen; molte canzoni memorabili non ci sono. Invece, Young cerca di mostrare che gli impulsi emotivi dietro alla composizione, all’esecuzione e all’incisione rimangono costanti anche se il genere varia. A partire da uno spettacolare remix, risoluto ed echeggiante, di “Sample And Hold” (Trans, 1982), seguito dalla fusione di una bramosia romantica e un rigore tecnologico in “Transformer Man”, dallo stesso album, Young compie l’audace passaggio all’analogico timbro chitarra-e-armonica dell’inedito “Depression Blues”. Nel contesto, l’incisivo effetto di una sequenza narrativa è attraversato da dubbi e speranze che lamentano la mancanza di “magia” nel mondo di oggi e che non è possibile esagerare. Queste canzoni da sole mostrano il punto di vista di Young molto chiaramente: quando non sei sposato a un particolare stile, la musica può essere libera di svilupparsi totalmente, senza paura nei confronti di quella che Young chiama la “superficie”.
Nel resto di Lucky Thirteen Young vince ulteriormente la sua battaglia non con la teoria ma con la musica: in una grezza e inedita versione dal vivo di “Don’t Take Your Love Away From Me” estende le parole in modo somigliante a George Jones. In “Hippie Dream” e “Pressure” (Landing On Water, 1986) canta dolori di paese insieme a crude chitarre elettriche. Racconta la storia di “Mideast Vacation” (Life, 1987) stendendo quella patina metallica stile “Like A Hurricane” che potrebbe essere, alla fine, il contributo musicale migliore di Young.
Una lunga retrospettiva chiamata Neil Young Archives seguirà Lucky Thirteen. Nel frattempo, c’è questo straordinario album, che ci mostra le ragioni cruciali del perché Neil Young continui a perseverare e trionfare. 
James Hunter, Rolling Stones 1993

UNPLUGGED - 1993

Neil Young e Warren Zevon condividono una parentela talmente profonda che dovrebbe essere immediatamente ovvia. Nonostante stiano entrambi avvicinandosi ai cinquanta, rimangono insolentemente originali, lontani dal mainstream, amabili cinici. Dopo esser stati alla deriva (Young) o assenti (Zevon) per la maggior parte degli anni ottanta, entrambi stanno ora crogiolandosi in una rinascita di mezza età. Ma se volessero vendere nuove versioni di canzoni che i loro fan già conoscono, dovrebbero cercare di trascendere la moda crescente e vuota degli Unplugged. Perfino nello spoglio contesto della sua apparizione Unplugged, Young ha dato sprazzi di entrambe le sue personalità musicali: l’ardente folkettaro e lo spigoloso eretico. Il suo set è nettamente diviso a metà: le prime sette canzoni sono in completa solitudine e toccano il materiale più oscuro, come la pietra miliare dei Buffalo Springfield “Mr. Soul” e la desolata “Stringman”, una gemma inedita. Per le ultime sette canzoni è sostenuto dall’odierna incarnazione degli Stray Gators (sostenuti da Nils Lofgren) e si adagia su un folk più soffice, spaziando da “Helpless” a tre brani di Harvest Moon. Una seducente rivisitazione acustica di “Transformer man” e una versione all’organo a canne di “Like a hurricane” sono delle vere e proprie rivelazioni. In definitiva sembra un momento di riposo: la musica ha quell’aura rilassata di un amichevole canto folk accanto al fuoco, ma si intuisce che può sparare improvvisamente brandelli di gloria. Mentre Unplugged di Young è essenzialmente un altro episodio di “Neil, l’enigmatico folkettaro”, la raccolta di Zevon funge più da panoramica di una carriera. Entrambi gli album sono dei bei ricordi per i fan, ma sono l’equivalente sonico di una T-shirt souvenir, perfetta e molto carina, ma destinata a sbiadire.
Burl Gilyard, Rolling Stone 1993

Unplugged di Neil Young è più una conferma che una rivelazione: quando fa folk acustico non ha nulla da dimostrare, inoltre canzoni come “Helpless” e “Harvest Moon” risultano formidabilmente abbaglianti in qualunque versione vengano proposte. Fare “Like A Hurricane” all'organo è audace, mentre l'inedita “Stringman” è un regalo extra. Ma I piaceri di questo album stanno nelle cose familiari come la straordinaria voce di Young (in una registrazione cristallina) e la straziante sequenza dei suoi strambi successi.
Paul Evans, Rolling Stone 1993