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Neil Young - Roxy: Tonight's The Night Live

Il nuovo live d'archivio è la testimonianza del celeberrimo tour del 1973 con i Santa Monica Flyers, una selezione dai concerti inaugurali del Roxy Club di Los Angeles.

Neil Young + Promise Of The Real - Paradox

L'ultimo esperimento è un "pastiche" cinematografico surreal-western a base ecologista, più relativo soundtrack che mischia brani live, jam, cover e strumentali.

Neil Young Archives

Il sito web ufficiale dove potete rivivere l'intera carriera di Neil Young: canzoni, album, film, inediti, foto, manoscritti, memorabilia, video, radio clips e tanto altro.

Neil Young + Promise Of The Real - The Visitor

Il nuovo album è un viaggio personale tra i temi cari a Neil Young che esplora sonorità inedite tra blues e texmex, rock distorto e orchestrale, persino funk e rap.

David Crosby - Sky Trails

Terzo album in appena quattro anni, il nuovo sofisticato lavoro del membro più anziano di CSN&Y è un'altra prova della sua ritrovata creatività.

sabato 9 giugno 2018

Editoriale: vogliamo far crescere Rockinfreeworld

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Rispetto a tanti anni fa i progressi fatti sono stati notevoli, ma vogliamo crescere e raggiungere ancora più persone. La prima cosa da fare, di cui sentiamo la mancanza, è un dominio nostro. Cioè non dovervi costringere a ricordarvi di digitare https://csnyrockinfreeworld.blogspot.com ma un semplice www.rockinfreeworld.it e/o www.neilyoungitalia.it
La stessa cosa per le sezioni distaccate del sito (news e traduzioni). Questo significa anche di essere molto più visibili sui motori di ricerca.
Come forse saprete, questa semplice idea ha un costo in quanto i domini .it si pagano. La recente comparsa di annunci Google e Amazon sul nostro sito è rivolta a raggiungere la somma necessaria per fare questo primo passo e, se superata, a sostenere il resto del lavoro di gestione delle varie pagine della community, con ulteriori idee promozionali, come le inserzioni pubblicitarie su Facebook. Poiché le commissioni su questi annunci sono a livello di centesimi, servono molti clic Adsense e molti acquisti Amazon fatti mediante i nostri link per ottenere una cifra utile alla causa. Per questo vi chiediamo di sostenerci nei vostri acquisti Amazon chiedendovi di passare dai nostri link, utilizzarli il più possibile. Vale anche per quelli generali visibili nella colonna a inizio pagina, da cui potete per esempio acquistare da Amazon qualsiasi articolo (anche se non c'entra con quelli qui proposti). A voi non cambia assolutamente nulla, ma se vi piace il lavoro che facciamo qui potrete senza sforzo darci un aiuto importante.
Grazie a tutti!
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Lo staff

The Oral History: Trans / Island In The Sun (1982)


Neil Young: Lo adoro [il rock & roll], lo sai bene. Molta della nuova musica mi ricorda la Motown – ripetitiva, piena d'anima, ma è tutta accelerata dall'era dei computer. Mi piace perché ha molta energia. Ora ascolto solo questo. Sai, il più grande ostacolo è l'esaurirsi della tua energia... Quanto a lungo puoi mantenerla? Per quanti anni puoi sfruttarla a piena intensità? Ecco il problema. Vedi cosa succede alle persone che crollano. Continuano a tentare di tornare dov'erano, perché là erano bollenti, pensando che è l'unico modo per tornare a essere bollenti. Quando sento un vecchio gruppo, se essi si trascinano per poter continuare ad andare avanti, non riesco proprio ad ascoltarli. Mi viene da odiarli. [12]
La Reprise si era un po' smarrita e i miei ultimi dischi non avevano sbancato; […] fece un bel lavoro per promuovere i miei album, rendendo loro giustizia, anche se loro non vendevano. […] Io ero più interessato a comunicare cosa provavo in quel periodo che a ottenere un successo commerciale. Con questo spirito passai alla Geffen Records. Feci un album intitolato Island In The Sun, dove parlavo del pianeta Terra, e invitai David [Geffen] ad ascoltarlo nella casa che avevo affittato alle Hawaii. Non rimase impressionato e mi chiese di fare qualcosa di diverso. Era la prima volta che mi succedeva una cosa del genere. Per accontentarlo pensai di farne uno che combinasse quello e il suo successore, che già stavo sentendo nella mia testa. Il secondo era Trans, ispirato a mi ofiglio Ben e alle sfide che doveva affrontare per comunicare. La tetraplegia di Ben non gli permetteva di parlare e di comunicare in modo comprensibile ai più. Dunque registrai un album nel quale cantavo attraverso una macchina, così molti non avrebbero capito cosa stavo cantando. Io la sentivo come arte, perché esprimeva qualcosa di profondamente personale. Lo intitolai Trans, ovvero […] come si tenta di comunicare attraverso l'uso di macchine, computer, interruttori e altri meccanismi. […] Per promuoverlo immaginai una serie di video. Erano ambientati in un ospedale dove vari scienziati e dottori cercavano di sbloccare i segreti di una piccola creatura che aveva tanto da dire ma non riusciva. Trans doveva essere quel gruppo di canzoni, non una combinazione di quelle e qualcosa da Island In The Sun, che le annacquava. […] La Geffen non aveva intenzione di finanziarli [i video]. Trans fu il primo album per la Geffen e non vendette molto, chiaramente perché agli occhi dei miei ascoltatori era un disco bizzarro. […] Non avrei dovuto cedere alle richieste della Geffen sin dall'inizio. Avrei dovuto prima pubblicare Island In The Sun nella sua forma originale, e poi fare Trans, lasciando più spazio a quelle canzoni affinché si affermassero in un'atmosfera più coesa. Avevo tradito me stesso perché non avevo seguito la mia arte. Non avevo seguito la musa. [15]
Il primo album che ho dato alla Geffen, Trans, originariamente era intitolato Island In The Sun. Era un ottimo album ma non molto commerciale, non era un disco di rock 'n' roll, ma nessuno mi aveva mai detto niente del genere prima. Dal momento che era il primo disco che consegnavo a questa compagnia, ho pensato di ascoltarli. Da allora tutti i miei dischi sono stati manomessi. Mi vedo come se dipingessi dei quadri per poi appenderli in una galleria l'uno dopo l'altro. Se torno all'inizio vedo che raccontano una storia, parallela alla mia vita. Poi arriva un punto in cui non ho potuto appendere alcuni quadri, quelli che rappresentano gli ultimi anni. [13]

Nel disco c'è un largo uso del vocoder, come mai questa scelta abbastanza anomala per te?
Young:
Perché il futuro prevedo che sarà fatto dai computer, dominato dall'elettronica, e quindi non ci sarà più spazio per i romantici come noi. Perciò io ho voluto fondere computer e cuore, circuiti stampati e sentimento […]. Sto cercando di unire la mia vena poetica con la tecnologia. [11]

Ti stai dunque adattando?
Young:
Non direi, è solo essere consapevoli di quello che ti succede intorno. La gente ha un'immagine di me che non mi corrisponde, quelli che mi seguono dai primi anni settanta si ricordano certe cose, e per loro Neil Young è "Southern Man", mentre quelli che mi hanno conosciuto con Comes A Time, pretendono da me quelle canzoni. Ciò che la gente pensa di me non mi riguarda, riguarda solo loro, perché io ogni tanto cerco di trovare nuove idee e nuovi stimoli. Ecco perché ho cambiato casa discografica, dopo quindici anni alla Warner conoscevo tutti, mi ero abituato a quel metodo di lavoro e mi stavo adagiando; per questo sono passato alla Geffen. [11]

Elliot Roberts: Neil chiese [alla Reprise] di fare certe cose e loro non furono d'accordo, quindi a una cosa seguì l'altra. C'eravamo stufati di loro. […] David aveva lavorato con Neil per molto tempo. Ci andava d'accordo, lo riteneva un artista e non aveva preconcetti. Sapeva che poteva fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento della sua vita... Neil non pensa in termini di vendere più copie possibili del suo disco, si concentra nel fare dischi che piacciano a lui. Sfortunatamente non sono sempre commerciali secondo il punto di vista della casa discografica. David Geffen lo accettava. […] David iniziò a sentirsi veramente sotto pressione, aveva finanziato con una fortuna questi artisti [oltre a Neil] e nessuno vendeva, e David cominciò ad avere dei dubbi su se stesso […], perché Mo [Ostin] aveva fatto dischi di successo con questa gente e lui no. […] David non è abituato a perdere, e non accetta la sconfitta. [1]

Frank “Poncho” Sampedro: Trans ebbe inizio in modo normale – due chitarre, basso, batteria. Poi venimmo a sapere che Neil aveva stravolto la nostra musica e sovrainciso tutta quella roba – vocoder, sintetizzatori, sequenziato in modo bizzarro. [1] 

David Briggs: Billy, Ralph e Frank, tutti gli altri partecipanti, se ne lavarono le mani. Avevano effettivamente suonato su quella musica, ma non la ritenevano musica. […] Riesci a immaginarti Ralph e un bongo? Tu come suoneresti con un fottuto bongo? Neil non sa nulla di alchimia e produzione – lui sa come suonare, cantare e scrivere. Ogni volta che ha provato a fare qualcosa in più, quella band ne è il risultato. […] Ma trovami un artista grosso che abbia fatto qualcosa di nuovo e diverso negli anni Ottanta. Nessuno stava facendo quelle cose col vocoder […], e nel rock è difficile trovare terreno nuovo. Trans fu un successo per il fatto che l'artista di una major portò al pubblico una musica abrasiva e aspra, tanto quanto quella di Tonight's The Night. [1]

Young: Cercavo un modo per cambiare la mia voce. Per cantare mediante una voce che nessuno avrebbe riconosciuto e giudicato come se fossi io. Quando sentii il vocoder per la prima volta, pensai, “hey posso usare il synclavier, prendere una voce qualsiasi – tipo “ah aah aah” durante tutta la canzone - passarla nella tastiera, suonare la melodia e pronunciare le parole – e avere la melodia che passa per il vocoder.” […] Pensavo che forse era proprio quello che cercavo. Non mi resi conto quanto fosse senza scopo. Cioè, non è senza scopo – puoi fare certe cose molto buone da solo. Ma solo con uno scopo. Per il mio primo disco fu così – e poi non lo feci più. Non riesci a farlo respirare, in quel modo.
[…] Quando Geffen sentì il disco [Island In The Sun] la prima volta, non c'erano vocoder – era stile hawaiano, e Geffen pensò che fosse buono ma non abbastanza. “Neil, puoi fare molto di più con questi pezzi, continua.” Quello che mi disse era salutare, ma io anziché proseguire tornai indietro – sulla roba che avevo accantonato. Trans lo feci alla fine della Warner, non all'inizio con Geffen. […] Lo credevo veramente valido. L'unica cosa sbagliata fu di cercare di nasconderlo un po' inserendo alcune delle cose hawaiane, in modo che facessero da transizione – transizione da una persona vera a una macchina, o qualcosa del genere. […] Potevo far uscire Trans come EP con solo le cose col vocoder, sarebbe stato meglio. Ma non avevo le idee chiare. Geffen non volle darmi i soldi per alcuni video su Trans, che stavo per iniziare. Avevo un grosso progetto in mente. Tutta la gente con voce elettronica lavorava in un ospedale, e cercava di insegnare a un piccolo bambino come premere un bottone. Questo è ciò di cui parla l'album. Se ascolti le voci elettroniche, se segui tutti i testi, è chiaro che era l'inizio della mia ricerca di qualche interfaccia di comunicazione con una persona muta, e gravemente handicappata. I computer e i battiti di cuore si riunivano qui – nell'unione di chimica ed elettronica. Ecco a cosa miravo. E fu totalmente frainteso. […] I video avrebbero fatto la differenza, assolutamente. Volevo fare un film con Trans. Ero disposto a spendere di tasca mia duecentomila dollari se loro ne avessero messi altri duecentomila. Nessuno li voleva fare - “te ne basta uno”. Lasciai Mo Ostin e la Reprise – una stupida cosa da fare, un grosso errore. […] Erano stati buoni con me fin dall'inizio. Hanno presentato ogni mia cosa con gran classe – sia che fosse commerciale o no. [1]

L’uscita di Trans coincise con l’inizio della brutta relazione con la Geffen Records. Non avevi proposto un album intitolato Island In The Sun che loro rifiutarono?
Young:
Sì, offrii quello alla Geffen prima di Trans. Aveva toni tropicali, tutto riguardava l’andar per mare, le antiche civiltà, isole e acqua. Alla fine due o tre pezzi finirono su Trans. [2]
Trans deriva da una cotta per le macchine e i computer che ci riempiono la vita. Questa visione di ascensori con numeri digitali e la gente che sale e scende tra i piani – sai, gente che cambia di livello totalmente sotto il controllo di una macchina. E batteria campionata, dappertutto. E così eccomi, un vecchio hippy la fuori nei boschi, con tutto il suo equipaggiamento elettronico. Insomma, ero stupefatto.
Avevo tutto un video in mente per quell’album. Avevo personaggi e immagini di esseri con tutte le voci. C’era un tizio chiamato Tabulon, che cantava “Computer Age”. Aveva grandi speaker nel suo petto, e la sua faccia era una tastiera, e continuava a colpirsi la faccia. Ma non potevo trovare nessuno che avrebbe fatto quei video. Non trovavo nessuno che reputasse l’idea maledettamente buona, in alcun verso.
[…] Se tu ascolti Trans, se ascolti le parole di “Transformer Man” e “Computer Age” e “We R In Control”, puoi sentire molti riferimenti a mio figlio e alle persone che tentano di vivere una vita premendo pulsanti, cercando di controllare le cose attorno a loro, e parlare con persone che non possono parlare, usando voci computerizzate e cose simili.
È un aspetto nascosto, ma c’è. Ma ha a che fare con una parte della mia vita che nessuno può sapere. Così la mia musica, che è un riflesso del mio io interiore, diventa qualcosa che nessuno può interpretare. Ho cominciato a confondere gli stili, inserendo piccoli indizi di ciò che c’era nella mia testa. Non volevo apertamente condividere queste cose in canzoni che dicessero esattamente quel che volevo dire con voce alta che tutti potessero sentire. [9]
Se quando ho fatto Trans avessi potuto disporre della tecnologia che posso utilizzare oggi e di una maggiore sicurezza in me stesso come regista, avrei potuto raccontare la storia di Trans come ho raccontato quella di Greendale. All’epoca mi sarebbe piaciuto fare un video per ogni canzone, ma l’etichetta non se lo poteva permettere. Io l’avrei fatto anche da solo, almeno mi sarei preso la piena responsabilità per il risultato di Trans. Sarebbe stato più completo. [7]

Frank “Poncho” Sampedro: Dopo [Reactor] abbiamo iniziato a registrare Trans. All'inizio non stavamo usando neanche troppo il computer, poi all'improvviso è arrivata la musica computerizzata e a quel punto i Crazy Horse si sono trovati sfasati. [4]
Trans è qualcosa con il quale non abbiamo avuto molto a che fare, perciò non ho molto da dire su quel disco”. [5]

Tu hai suonato su Trans. Che ricordi hai di quel progetto?
Sampedro:
Be', fu un disco per cui facemmo parecchie registrazioni, poi Neil si trovò coinvolto nel programma per il figlio Ben. Doveva fare molta attività fisica con infermieri e assistenti. Si perse un po' e noi non potevamo essere sempre da lui. Finì per inserirci un synclavier e sovraincidere molte di quelle tracce. In quelle occasioni noi di solito non c'eravamo. Quando tornavamo e ascoltavamo quelle cose, la nostra reazione era, “Wow, che cosa hai fatto?” […] Mi è piaciuto quel disco. [14]

Fu una mossa audace per Neil fare un disco così anticommerciale. Suppongo non gliene fregasse un accidente, comunque.
Sampedro:
No. E' buffo, abbiamo fatto una cena recentemente prima di uno show. C'eravamo tutti e qualcuno ha detto, “Sapete di cosa abbiamo bisogno? Di una hit.” Abbiamo cominciato a ridere a crepapelle. È stata una situazione spassosa. Tutti ci siamo guardati l'un l'altro ridendo per almeno cinque minuti. [14]

Lui ha saltato da un genere all'altro negli anni 80 – dalla new wave al rockabilly, al country, al blues. Nel frattempo tu come ti sentivi?
Sampedro:
Quando non lavoro con Neil, non faccio molta attenzione a quello che fa. Cerco di godermi me stesso e il mio lavoro. Penso che sia là a prendersi cura della sua famiglia e di tutto il resto, ed è ciò che dovrei fare pure io. [14]

Ralph Molina: Per noi certe volte è difficile capire che cosa sia accaduto, perché sulla copertina dell'album c'è scritto che abbiamo suonato anche noi, ma molti non credono che ci siamo davvero […]. Quando feci ritorno dal tour di Trans, io, Frank e Billy ci ritrovammo e non c'era alcuna animosità tra di noi. [10]

Sembri pensare che Trans sia stato troppo sottovalutato.
Young:
Sottovalutato! Be’, devo dire che io non l’ho sottovalutato. […] Il contenuto è grandioso. [2]
In profondità negli Shocking Pinks o in Trans ci sono le stesse cose che la gente ascolta ora. Sono soltanto sepolte, non in superficie. E alcune cose sono molto più intense. [3]

Young: La vita mi aveva messo in un luogo dove questo era quello che facevo; facevo esperimenti con le cose... L'unico fottuto problema era che ero Neil Young. Avrei risolto qualsiasi problema se non fossi stato io. [5]
Trans ha significato la fine di un suono e di un'era, e l'inizio di un'altra era, nella quale ero indecifrabile e nessuno poteva capire cosa stessi dicendo. Tutto quel periodo aveva qualcosa di sbagliato. C'era sempre qualcosa tra me e quello che cercavo di dire. Uno scudo invisibile. […] Più cerco di distanziarmi dagli anni '80, più ci trovo un senso. Sapevo ciò che facevo quando pubblicavo quei dischi, e sapevo la reazione che avrei ricevuto. Sapevo cosa la gente voleva da me e cosa non voleva. Ma sapevo anche che il tempo sarebbe trascorso e che la gente avrebbe visto quei dischi come un preciso insieme, come un periodo, quasi fossero quadri. E ora ci siamo. Sono diventati sempre più chiari col tempo. [6]
Ho iniziato a viaggiare e fare musica live, fuori di me. Non così tanta su disco, ma in concerto. Per ritrovare me stesso dovevo continuare a suonare e suonare e non avere pause. Mi sentivo disconnesso. Quando suonavo dicevo “Che sta accadendo? Dove siamo, dove sono?” Era l’unico modo in cui potevo tornare me stesso. [8]

Billy Talbot: Gli ho raccontato come ci siamo sentiti, a me non importa se lui fa le cose country con gli International Harvesters, ma quello che è accaduto nel tour di Trans, quando lui eseguiva “Hurricane” e cose del genere, “Hey Hey My My”, senza che ci fossimo noi, questo mi ha fatto dar fuori di matto. Perciò non lo fa più, anche perché quello non è stato un bel tour per lui e quel materiale lo facciamo meglio tutti assieme. [10]

David Briggs (a proposito del tour): C'era molto da lavorare con quei ragazzi. Loro dovevano essere ubriachi e piallati per poter salire sul palco. […] Le loro performance facevano schifo. Era sempre bruttissimo. Solo Nils suonava bene tutte le notti. [1]

David Cline: Un mattino Neil volle una riunione. C'era il gruppo, e Briggs, e Neil seduto sul suo piccolo letto. Disse, “mi sono fatto il culo per questo, ho faticato, ho pagato – io sono ciò che l'ha reso possibile. E vi voglio qui, ma voglio che diate il cento per cento. Se vi fottete e vi ubriacate e mettete a repentaglio la qualità dei miei concerti, vi sbatto fuori.” E poi disse, “Bruce, tu non toccherai un altro bicchiere di alcol. Basta bere.” E Bruce – che è grosso – fece lo stupido errore di dire “Neil, non stavo bevendo”. Neil saltò giù dal letto e volò per la stanza come Superman, gli diede un pugno e cominciò a strangolarlo. Era piuttosto fragile a quei tempi. Non scherzo, avevamo paura che gli venisse un colpo. [1]

Young: Fu un tour deprimente. All'inizio sembrava splendido, verso la fine... “oh, fanculo”. Persi settecentocinquantamila dollari – eppure era tutto esaurito ogni sera. Era semplicemente troppo grosso. […] La verità è che non funzionò perché la musica non c'era, e se quella non funziona nient'altro funziona. C'erano diverse pecche nella concezione di quel tour, ed ero stato io a pensarlo. […] Avevo visto questo gigantesco tour dei Rolling Stone... ed ero stupido. Come artista non ero così grosso. Fu colpa mia se il tour non andò bene. [1]

A proposito di “Transformer Man”
Young:
È una canzone per mio figlio. Se leggi il testo e vedi mio figlio sulla sedia a rotelle, con questo piccolo pulsante e uno switch sulla testa, e il suo set di trenini col trasformatore, tutto quanto riguarda lui. E la gente... non lo capì per nulla. Mi fecero star male dicendo che mi stavo gozzovigliando con qualcosa che non capivo e che non avrei dovuto fare – fanculo. Però mi ferì, perché era per mio figlio. […] Non avevo neanche una chance. Era talmente mascherata la cosa, che mai l'avresti potuta riconoscere. […] Per me Trans è uno dei miei momenti migliori, togliendo le cose acustiche. […] “Transformer Man” - ti rendi conto che non capisci le parole, proprio non le capisci. E io non capivo cosa dicesse mio figlio. Ecco cosa sentivo. [1]

Perché non parlarne esplicitamente in una canzone?
Young: No, non avrebbe funzionato. E non è il mio modo di esprimermi. Troppo diretto. Per me è persino difficile parlarne. […] Il punto è: si tratta di comunicazione, ma non funziona. Lo stesso di mio figlio. [1]

Fonti
[1] “Shakey” di J. McDonough   
[2] Mojo Magazine 1995
[3] Rolling Stone 1993    
[4] Musician 1987
[5] Musician 1991   
[6] NY Times 1992
[7] Rolling Stone 2003   
[8] Village Voice 1989
[9] Rolling Stone 1988  
[10] Musician 1987   
[11] Ciao2001 1983
[12] Sydney Morning Herald 1985
[13] Ottawa Citizen 1986
[14] Rolling Stone 2013
[15] Neil Young, “Il Sogno di un Hippie” (2013)

venerdì 11 maggio 2018

The Oral History: Life / Muddy Track / Meadow Dusk (1987)


Frank “Poncho” Sampedro: Improvvisamente fummo coinvolti in questa cazzata midi-elettronica-techno-jive di cui non sapevamo nulla. La cosa che mi fece dare di matto fu che dovevamo tentare di copiare quegli altri ragazzi – Ralph suonare come Steve Jordan, io come Danny Kortchmar. Che barzelletta. […] Perdevamo il ritmo quasi tutte le sere. Neil urlava e imprecava. Tu vai sul palco per divertirti. Non vuoi pensare cose come, “Alla sedicesima battuta sentirò un piccolo ta-ta sul rullante.” […] Neil ci riunì sul bus nel bel mezzo della notte. C'erano tutti – Briggs, Mazzeo, Niko, la band. Neil camminava avanti e indietro come un capo guardia. Eravamo lì in silenzio, tutti con la testa assente. Neil non parlava con nessuno – andava e veniva – e Niko fece, “Allora, abbiamo passato l'ispezione, papà?” [1]

David Briggs: Quando mi chiamarono avevano già fatto quindici spettacoli ed erano già nella merda. E neil era incazzato, incazzato... Era in collera con tutti e tutti lo odiavano per questo. Era un tour dove le persone si odiavano reciprocamente, odiavano quello che facevano, e lo davano a vedere. C'erano anni di questioni irrisolte che venivano alla luce. Neil prese i Crazy Horse e li usò come puttane, come accessori – e loro acconsentivano. […] Era evidente che il gruppo odiava Neil perché li stava usando, ed era evidente che Neil odiava loro perché stavano suonando come scimmie. Un matrimonio infernale. [1]

Young: I Crazy Horse non avrebbero mai dovuto essere costretti a riprodurre cose che non erano venute da loro. I Crazy Horse funzionano secondo i loro termini, e io non gli resi proprio giustizia. Ma devi capire i miei problemi con loro. Amavo quei ragazzi, volevo fare le canzoni, e loro non si ricordavano gli arrangiamenti. […] È dura reggerlo dopo che l'hai fatto tante e tante e tante volte. […] In Europa fu terribile, orrendo. Billy non ci stava dentro. Nessuno sa com'è essere il fottuto leader di quella band, okay? […] Sapere che la gente non verrà a quel cazzo di concerto. Fu un tour duro. Ma è passato. Era la fine della marea bassa, prima che la gente ricominciasse a pensare che eravamo ancora fighi. [1]

Jack Nitzsche: Loro non riuscivano a far bene le loro parti e Neil, digitalmente, usava lo stesso ritornello ancora e ancora. Io proposi un'idea per un giro di basso stile “River Deep” e Billy non riusciva a tenersela a mente. Neil disse, “Be', o usi bravi musicisti e metti insieme quel genere di disco... oppure usi i Crazy Horse.” [1]

In Life ti sei servito di tre vecchi amici, David Briggs, Tim Mulligan e Jack Nitzsche, come co-produttori. […]
Young:
Briggs è stato con me per anni, suonando senza i Crazy Horse e trovandomi la gente con cui suonare. Dicevo sempre, “Non potrei mai trovarmi bene con nessun altro, loro sanno cosa faccio e chi sono, sono solidi”. Perciò lui lavorava sempre con noi e dopo le sedute prendeva la mia prestazione e quella era la cosa che nel missaggio finale veniva fuori […]. [2]

È interessante il fatto che tu abbia intitolato Life quel disco e che ci sia quasi una suite su temi politici in generale su un lato. Ti sentivi forse protetto dopo aver trascorso così tanto tempo al ranch lontano dalla musica? È stato quello il tuo modo di rientrare nel mondo?
Young:
Per rapportarmi al mondo vuoi dire? Credo che ciò che tu stai descrivendo sia probabilmente quello che stavo pensando quando scrissi le canzoni. Non so cos'altro dire, credo che tu abbia ragione. [2]

Cosa ti ha fatto volere che fosse così?
Young:
Non so, guardare la televisione. Viaggio per tutto il mondo... [ride] e ho lo stesso genere di stimoli che hanno gli altri. Landing On Water era un disco molto claustrofobico, molto personale, permeato di tristezza. Life è un po' più come le notizie del giorno, ma non l'ho iniziato pensando che avrei fatto così, non c'era alcun preconcetto. [2]

Hai appena finito un video di lunga durata chiamato Muddy Track, che riguarda uno dei tuoi ultimi tour con i Crazy Horse.
Young:
Avevo due piccole videocamere 8mm, che lasciavo andare tutto il tempo. Entravo nelle stanze e le lasciavo sul tavolo. Il punto di vista è davvero quello della videocamera. La videocamera assume un’identità – il suo nome è Otto – e la gente comincia a parlare con essa. E lei vede un sacco di cose che capitano in un tour, alcune non molto carine. Non è sul genere pop-band-on-the-road. C’è molta spontaneità, molto sentimento. [3]
Muddy Track non è un documentario. Non so cosa cazzo è. Ci sono un po' di bei combattimenti – tra me e Billy Talbot. E c'è una sommossa, suonavamo “Down By The River” e sul pubblico venivano lanciati fumogeni, e fuori c'erano mitragliette. A Milano. Gli italiani, che selvaggi. Volevo solo fare un film del tour, per avere qualcosa da fare mentre ero in giro. Quindi comprai queste videocamere, una per me e una per Briggs. La mia si chiamava Otto. Era sempre sulla scena, riprendeva continuamente. Registrai ogni cosa, dunque succede di tutto e a nessuno frega un cazzo. Diverse volte la videocamera è stata buttata via. […] Tutte quelle interviste dove quei tizi mi facevano tutte quelle domande stupide... Quella è la mia parte preferita – sai, qualche scena ridicola, feedback e selvaggia musica da viaggio – poi lo stacco su un idiota che mi chiede se negli ultimi otto anni ho fatto qualche disco. Cosa dovevo fare? Muddy Track è la cosa più distorta che si possa sentire. Totalmente distorta. Musica strumentale, da viaggio. Inizi e code di feedback delle canzoni. Niente ritmo, solo Ralph che dà di matto, tutti che fanno casino. [1]

Come ti senti a suonare quel tipo di rock & roll essendo nei tuoi Quaranta?
Young:
Muddy Tracks ne parla. Parla di quella sensazione, capisci? C’è quel lato selvaggio mentre fai quel tipo di rock veloce. La musica è più che altro l’inizio e la fine dei pezzi. Le canzoni in sé stesse non ci sono. È come una auto-intervista. Mi si vede a malapena. Puoi sentire soltanto le domande. È un concetto interessante per il tuo punto di vista. E parla di com’è avere quarantun’anni o quarantadue, e continuare a suonare quel tipo di musica.
E la questione è, quanto a lungo puoi continuare? E lo fai davvero? O sei una riemanazione di fatti del passato? Questa è la domanda che faccio a me stesso. [3]

Young a proposito dell'idea di Meadow Dusk: Era solo un'idea. Sarebbe stato un disco molto forte. Te lo assicuro, ma sarebbe stato veramente, veramente fuori. Sintetizzatori e strumenti acustici new age. Il ritmo doveva andare e venire, i suoni andare e venire. Molto simile a quello che ho fatto poi in Arc, però soft. I titoli erano molto descrittivi, e dovevano essere solo cantati ripetutamente oppure sussurrati a un certo punto. Era questo: sound concept, industrial noise. [1]

“Around The World”
Young:
Una delle ragioni per cui mollai coi Crazy Horse era quella canzone, si trascinava, è così affaticata, come migliaia di persone che portano un enorme peso su per una collina – ce la faranno? Il ritmo è sempre indietro. Mi piace quella registrazione ma poteva essere molto meglio, e questo mi seccò. [1]
L'ho scritta a Daytona Beach, e avevo una brutta influenza, ho dovuto anche cancellare cinque date. Quella l'ho scritta quando mi sono svegliato. [2]

“When Your Lonely Heart Breaks”
Briggs:
Una canzone-mostro, doveva essere la “I Believe In You” degli anni 80 per i Crazy Horse – così pura e semplice. Ma loro non desideravano tirarne fuori qualcosa, non l'hanno mai suonata bene, non l'hanno mai resa speciale. Che scempio. [1]

Fonti
[1] “Shakey” di J. McDonough
[2] Musician 1988
[3] Rolling Stone 1988

martedì 1 maggio 2018

Roxy - Tonight's The Night Live 1973 (Reprise Records, 2018)


Il 1973 rappresenta uno dei momenti più intriganti, affascinanti e misteriosi nella vita e carriera di Neil Young. La densità della sua produzione in quel periodo, sia in termini di quantità che di "peso specifico" di ciascuna canzone, ha pochi eguali. Un certo mistero ha sempre avvolto i tour intrapresi quell'anno, due principali più le serate al Roxy che costituiscono un evento a se. Non di meno sono le sessions in studio (Tonight's The Night e parte di On The Beach). Nella serie Archivi, la musica del 1973 era attesa con trepidazione.
Roxy - Tonight's The Night Live (Archives Performance Series #05) è probabilmente il documento più importante del periodo perché rappresenta la prima apparizione dal vivo delle (rare) canzoni di Tonight's The Night, nonché dei Santa Monica Flyers, la fugace line-up con cui Young registra TTN e va in tour nell'autunno 1973. Considerando che TTN è probabilmente il disco più significativo inciso da Neil, da lui stesso considerato il migliore, non sussistono dubbi che Roxy Live sia un evento speciale che doveva assolutamente venire alla luce. Certo, non è l'unico: il tour successivo è ugualmente eccezionale, con molte più canzoni; così come eccezionale è il Time Fades Away tour con gli Stray Gators all'inizio del 1973, ricco di esecuzioni anche migliori di quelle sull'omonimo album. Perciò il 1973 è lungi dall'essere esaurito e ci auguriamo che siano previste altre pubblicazioni.
Sulla qualità delle performance di Roxy non si discute. La bellezza alcolica della "veglia funebre" di TTN rimane esclusiva dell'album, ma qui le canzoni acquistano più spessore e pienezza rispetto alla controparte studio, man mano che la band stessa acquista familiarità con le parti. Infatti le canzoni suonano più sicure, decise e stratificate (un po' come quelle di Everybody Knows This Is Nowhere su Live at Fillmore East). La tracklist è quella del Tonight's The Night nella sua forma originale (senza i brani tratti da altre sessions), più "Walk On" in chiusura del set (un brano del periodo la cui inclusione è una scelta azzeccata).

Sebbene non sia possibile vederla, l'atmosfera surreale del set allestito da Young ("Miami Beach": palme finte, stivali appesi...) impregna la musica e diventa oggetto di bizzarri intermezzi parlati (il famoso slogan: "Benvenuti a Miami Beach; è tutto più economico di quel che sembra"). E' possibile vedere qualcosa nelle fotografie pubblicate su NeilYoungArchives.com come compendio alle canzoni, e vi consigliamo di vederle prima di ascoltare l'album. Su NYA, all'interno del file di "Roll Another Number" è presente anche un breve video in super-8 che mostra la band in auto lungo i viali di Los Angeles.
Ogni pubblicazione d'archivio è oro colato, soprattutto per quanto riguarda il decennio dei Settanta; l'unico problema è che sarà sempre troppo poco rispetto alla straordinaria ricchezza di tutto ciò che Neil ha prodotto e che varrebbe la pena avere in formato ufficiale. Grazie a NYA online, i tempi potrebbero essere maturi per rendere disponibile ulteriore materiale live inclusi concerti integrali, in formato esclusivamente digitale, come stanno facendo molti musicisti.

MPB, Rockinfreeworld

1. Intro   
2. Tonight's The Night (1973-09-22, Late)
3. Roll Out The Barrel (1973-09-22, Early)
4. Mellow My Mind (1973-09-20, Early)
5. World On A String (1973-09-22, Late)
6. Band Intro
7. Speakin' Out (1973-09-22, Late)
8. Candy Bar Rap   
9. Albuquerque (1973-09-21, Early)
10. Perry Como Rap   
11. New Mama (1973-09-22, Early)
12. David Geffen Rap   
13. Roll Another Number (1973-09-21, Early)
14. Candy Bar 2 Rap   
15. Tired Eyes (1973-09-22, Late)
16. Tonight's The Night (1973-09-20, Early)
17. Walk On (1973-09-20, Early)
18. Outro

20-22 settembre 1973, Roxy Theater, Los Angeles

Neil Young - voce, chitarra, piano, armonica
Ben Keith - pedal steel, piano, voci
Nils Lofgren - chitarra, piano, fisarmonica, voci
Billy Talbot - basso, voci
Ralph Molina - batteria, voci

giovedì 26 aprile 2018

Roxy - Tonight's The Night Live 1973: recensioni internazionali e italiane


Immaginate di camminare per i quartieri di Los Angeles e il loro passato bohémien fatti di party a base di sesso e follia. Lo scenario di Laurel Canyon e Hollywood e la presenza di Neil Young nei circoli di musicisti di Topanga sono ben documentati. Un'ulteriore prova del suo contributo al tessuto culturale di Los Angeles è che Young consacrò alcuni dei club più famosi della città. La nuova pubblicazione di esecuzioni live del suo famoso diamante grezzo, Tonight's The Night – uscita in occasione del Record Store Day - mira a ricatturare l'intrigante vita di Young a L.A. all'inizio degli anni '70.
Quando l'ormai famoso nightclub The Roxy aprì a West Hollywood nel settembre 1973, Young e la sua band, i Santa Monica Flyers, furono invitati a fare il concerto inaugurale. Erano appena usciti da uno studio di registrazione improvvisato di Hollywood, dove Young insieme a Ben Keith alla pedal steel, al polistrumentista Nils Lofgren e alla sezione ritmica dei Crazy Horse, il bassista Billy Talbot e il batterista Ralph Molina, aveva registrato in presa diretta alcune jam session. Quelle ore in studio furono anche una veglia musicale per due amici morti da poco, il chitarrista dei Crazy Horse Danny Whitten e il roadie Bruce Berry. Young medita sulla perdita nel brano di apertura: l'amico morì per overdose di eroina e cocaina, e Young si identifica troppo intensamente con la tragedia: "Sollevai il telefono e sentii che era morto bucandosi", dice.
Young e i Flyers trascorsero i mesi estivi del 1973 facendo i conti con il dolore, creando l'ossatura di quello che sarebbe diventato l'album di Young del 1975 Tonight's The Night. Lavoravano dalle 23 fino all'alba, scendendo – o volando – a tutta birra sul Santa Monica Boulevard per dormire nelle ore diurne all'hotel Sunset Marquis. Una volta al Roxy, con le nuovissime canzoni provate per mesi, il gruppo era una macchina che trasformava la meditazione sulla morte, ad esempio, di "Tonight's the Night", "Albuquerque" e "Tired Eyes", in una catarsi amplificata per i fan in adorazione. In studio, Tonight's the Night era imponente e oscuro, fendeva l'altoparlante come un rasoio. Dal vivo, però, le canzoni della famosa "Ditch Trilogy" di Young sono più calde, vibranti e vive. È una testimonianza dell'inarrestabile talento compositivo di Young anche il fatto che la leggera alterazione della velocità o del sound varia il tono emotivo delle sue canzoni, e ciò rende questa pubblicazione una valida aggiunta sia per gli avidi collezionisti di Young che per i fan occasionali.
Roxy - Tonight's the Night Live impregna le canzoni con lo spirito di un momento specifico nel tempo. Nei giorni del Sunset Strip il futuro direttore di etichetta di Young, David Geffen, era un volto tra la folla. Young punta il suo cappello su Geffen in un intermezzo tra "New Mama" e "Roll Another Number (For the Road)", e ci sono altri stacchetti improvvisati come la polka "Roll Out the Barrel", su cui il pubblico non risparmia applausi e grida di adorazione. Che un gruppo di persone possa reagire in modo così esultante a canzoni mai sentite prima è una cosa oggi impensabile nelle reunion ai festival, ma dimostra la grandezza e la grinta di Young nel 1973.
L'esistenza di versioni alternative dell'album Tonight's the Night è stata a lungo oggetto di molte speculazioni tra i giovani appassionati. Sebbene questa uscita non plachi quel prurito, è comunque una perfetta capsula del tempo proveniente da una L.A. più selvaggia, con nove canzoni dell'album originale eseguite in un ordine diverso e in uno spirito più gioioso. Anche "Walk On", dall'album On The Beach del 1974, è inclusa. Se le registrazioni originali di Tonight's the Night sono un lamento di miele e hashish, Roxy - Tonight's the Night Live è il rimedio per una tragedia così palpabile che rispecchia la grande tradizione di una comunione dal vivo. 
Pitchfork
Voto 8,3

In una rara intervista del 1975, Neil Young parlò a lungo con Cameron Crowe di Rolling Stone dei retroscena del suo album Tonight's the Night. Il chitarrista Danny Whitten era messo troppo male per suonare e Young lo aveva bandito dallo studio. "Quella notte il coroner mi ha chiamato da L.A. e mi ha detto che era andato in overdose", disse Young a Crowe. "Mi ha fatto impazzire, amavo Danny e mi sentivo responsabile."
Registrato nel settembre del 1973, Roxy: Tonight's the Night Live vede Young inaugurare un locale notturno ormai leggendario, fresco delle sessioni dell'album con una delle sue più grandi band, i cosiddetti Santa Monica Flyers: Nils Lofgren alla chitarra e al piano, Ben Keith alla steel, oltre alla sezione ritmica di Crazy Horse. Gli intermezzi sono straordinariamente buffi, Young che scherza su Candy Barr, superstar degli anni Cinquanta, e che scivola sull'hippie brillo alla Henny Youngman ("Benvenuto a Miami Beach! Vorrei ringraziare i miei manager per avermi reso famoso... Dieci anni nel mondo degli affari, gente. Mi sento come Perry Como!"). Ma le canzoni sono oscure come una notte senza luna, con i cadaveri di un traffico di cocaina finito male ("Tired Eyes") e quelli della cerchia più ristretta di Young ("Tonight's the Night") che si accumulano metaforicamente sul palcoscenico. Le voci sono sfilacciate e formicolanti: le acute note strazianti rispetto alla richiesta al cuore di "Mellow My Mind", le armonie traballanti di "Albuquerque", gli altissimi CSNY-ismi di "New Mama".
E' il sound alcolico dell'affrontare un dispiacere ancora bruciante, nel quale anche un pezzo allegro come "Roll Another Another (For the Road)" scivola in un requiem per il sogno degli anni Sessanta: "Non tornerò a Woodstock per un po' / Anche se desidero sentire quel solitario hippie sorridere / Sono a un milione di miglia da quel giorno in elicottero", canta con ironia e malinconia, come un Hank Williams in tenuta anni 70. Il set termina sulla nota positiva di "Walk On", da On The Beach, ancora non uscito, qui somigliante a una jam degli Allman Brothers, con Young che guarda avanti lasciandosi tutto alle spalle. "Qualcuno è fatto, qualcuno diventa strambo / Ma prima o poi tutto diventa reale", dichiara. Lo fa, e lo ha fatto. Ma lui è sopravvissuto per raccontare la storia.
Rolling Stone
Voto ****

È quasi strano pensare che Tonight's the Night sia stato l'album più enigmatico di Neil Young. Il secondo della famosa "Ditch Trilogy" ma l'ultimo a essere rilasciato, è stato un chiaro successore di Time Fades Away del 1973: una brusca virata a sinistra rispetto al folk-pop lucido di Harvest dell'anno precedente, a favore degli spettacoli disadorni, delle canzoni disperate e piene di droga che piangono la perdita di due amici intimi, il chitarrista dei Crazy Horse Danny Whitten e il roadie di CSNY Bruce Berry. Quando l'album è finalmente uscito nel 1975 - quasi un anno dopo il desolante e raffinato di On the Beach del 1974 - il suo rilascio ritardato e l'artwork criptico ne hanno solo incrementato il suo misticismo.
Essenziale in questo misticismo era il frammento di una recensione di un concerto del 1973 riprodotta nelle note di copertina in olandese non tradotto. "Il set del palco era molto strano", si legge. "Sul retro una grande palma; accanto al pianoforte e agli altoparlanti erano appesi tutti i tipi di stivali da donna e c'erano coprimozzi tutt'intorno. Eravamo nel buio più totale quando Neil e la sua band, Ben Keith, Nils Lofgren, Ralph Molina e Billy Talbot, sono saliti sul palco e lentamente hanno attaccato a suonare Tonight's the Night. Il suono era mediocre, il coordinamento della band era mediocre e il pianoforte e il canto di Neil erano mediocri." Tanto qui quanto altrove, le descrizioni dei concerti di Young del 1973 evocano una messa in scena surreale, in anticipo su David Lynch, con Young che chiamava il set "Miami Beach" e interrompeva lo spettacolo per far sì che il direttore di scena illuminasse la finta palma, ricordando al pubblico che "È tutto più economico di quanto sembra".
Circa 45 anni dopo, ovviamente, queste eccentricità rientrano a malapena tra le prime 20 più stravaganti mosse artistiche di Young, e Tonight's the Night è passato da quell'anti-commerciale "fottetevi" che era, a pietra miliare del canone rock classico. C'è quindi un inevitabile senso di disconnessione tra la performance catturata su Roxy - Tonight's the Night Live e quella entrata nel mito. Lo slogan "Miami Beach" c'è, ovviamente (ma bisogna dire che non è così potente senza la controparte visiva); e le canzoni - nove di Tonight's The Night, oltre a "Walk On" di On The Beach - sono ancora tra le più emozionanti di Young. Lontano da una "mediocre" esibizione da parte di una "mediocre" band, Roxy è una prova più calda e stretta, con Young che alle volte sembra abbastanza gioviale.
Date le condizioni dietro la realizzazione dell'album, ha senso che Roxy sembri più lucido della sua controparte in studio. Le tracce di Tonight's the Night sono spoglie e sgangherate, registrate dal vivo ai Los Angeles Studio Instrument Rentals da un gruppo ad hoc che Young soprannominò Santa Monica Flyers: il bassista dei Crazy Horse Billy Talbot e il batterista Ralph Molina, con Ben Keith alla chitarra steel e Nils Lofgren a chitarra e pianoforte. Al Roxy. un mese dopo, il gruppo è inevitabilmente migliorato: le armonie vocali di Keith addolciscono e rafforzano la voce di Young s in "New Mama", e "Roll Another Number" suona significativamente più pieno e meno stonata rispetto all'album. Neil eccede ancora il limite superiore della sua gamma vocale in "Mellow My Mind", ma laddove su Tonight's The Night suonava disperato e sconnesso, qui resta all'interno di quel range d'imperfezione concesso alle esecuzioni live.
Tutto ciò può essere deludente per gli ascoltatori che desideravano la fatica e la miseria beckettiane descritte in quella famosa recensione olandese; ma è prezioso ascoltare le canzoni degli anni oscuri di Young come, appunto, canzoni e non (solo) come urla esistenziali verso l'abisso. Molte delle tracce - "Tired Eyes", "Albuquerque" e ovviamente entrambe le variazioni dell'incendiaria title track - sono tra le più squisite di Young. E mentre Tonight's the Night è senza dubbio più drammatico, la performance dal vivo potrebbe risultare più ascoltabile. Non è la miglior base su cui costruire un mito, forse, ma è comunque dignitosa.
Spectrumculture
Voto ****

[…] Con la sezione ritmica dei Crazy Horse, il batterista Ralph Molina e il bassista Billy Talbot, aumentata dalla lap/pedal steel di Ben Keith e dal polistrumentista e cantante Nils Lofgren, questo quintetto, capeggiato qui dall'icona rock canadese, ci ricorda quanto l'essere “trasandati” può essere una virtù positiva quando si tratta di suonare canzoni che sfiorano nervi scoperti come quelle di Tonight's The Night. […] L'incredibile spontaneità della performance al Roxy potrebbero non essere così affascinante per chi ascolta Young casualmente; sebbene le canzoni in chiusura di questi show di ormai 45 anni fa fossero quelli più amati dal pubblico, come “Cowgirl In The Sand”, qui non sono stati inclusi; invece, con brani riflessivi come “Mellow My Mind” e “World Oo A String”, Neil e compagni affrontano lo shock psicologico derivato dalla morte del già menzionato Whitten (oltre a quella del roadie di CSNY, Bruce Berry), la cui sottile fragilità è trasmessa dal quintetto con chitarre acustiche, pianoforte e armonie vocali, protagoniste anche di “New Mama”. […]
Il sound apparentemente tenue ma essenziale di questa alleanza musicale contiene quei tratti che hanno caratterizzato le opere più durature che Neil ha prodotto nel corso degli anni, ovvero una consapevole carenza di manierismi combinata una coinvolgente vulnerabilità. Come risultato, il quasi mezzo secolo trascorso dalla registrazione di Tonight's The Night Live ne fa un'entrata ancora più speciale nella discografia dell'artista.
Glide Magazine
voto 8



Altre in breve - da Metacritic

In estremo rispetto, la performance catturata qui è spoglia e spontanea come l'album originale...  Che tempi.
Uncut - voto 10

A sorprendere nelle registrazioni del Roxy sono la concetrazione e la potenza dei Santa Monica Flyers... Le performance live sono più robuste senza che ciò comprometta la giusta atmosfera.
Mojo - voto 8

Sul palco, le stesse canzoni si esplicitano del tutto e, nel processo, acquistano un pizzico di leggerezza. Su Tonight's The Nigh, spesso sembrava che Young e gli altri stessero imparando le canzoni mentre le suonavano, ma su Roxy i Santa Monica Flyers hanno tutto sotto controllo e sono nel mood giusto per divertirsi.
Allmusic - voto ****

Il disco illumina una magia di tanto tempo fa.
Los Angeles Time - voto 9


Rassegna stampa italiana


"Da alcune performance emerge un lato ironico e soprattutto il piacere di suonare assenti dalle registrazioni in studio che sembrano gravate da dolore e alterazione dei sensi. Il live al Roxy non ha il fascino crudo, l’atmosfera spettrale, il pathos di Tonight’s The Night, eppure ne è il perfetto complemento."
Rockol - voto: 4 (su 5)

"La registrazione diventa la testimonianza di come la musica di Neil Young abbia subito una costante evoluzione, caratterizzata da tragedie personali, da cadute e riprese che hanno determinato per il pubblico la creazione di un brand fascinoso."
Faremusic - rece positiva

Segnaliamo anche le recensioni presenti sui numeri di aprile/maggio di Left (rece di Stefano Frollano) e Buscadero (di Paolo Carù), reperibili in edicola. 


Traduzioni: MPB, Rockinfreeworld

giovedì 12 aprile 2018

Neil Young + Promise Of The Real: Paradox (Reprise Records, 2018)


1. Many Moons Ago In The Future
2. Show Me
3. Paradox Passage 1
4. Hey
5. Paradox Passage 2
6. Diggin' In The Dirt – Chorus
7. Paradox Passage 3
8. Peace Trail
9. Pocahontas
10. Cowgirl Jam
11. Angel Flying Too Close To The Ground
12. Paradox Passage 4
13. Diggin’ In The Dirt
14. Paradox Passage 5
15. Running To The Silver Eagle
16. Baby What You Want Me To Do?
17. Paradox Passage 6
18. Offerings
19. How Long?
20. Happy Together
21. Tumbleweed

Questo soundtrack è stata un'uscita inaspettata di inizio anno, annunciato e uscito con poco preavviso così come il film per il quale la musica è stata composta e assemblata. E no, non si tratta di materiale d'archivio che conoscevamo da tempo e ci aspettavamo, ma una produzione completamente nuova spuntata fuori di punto in bianco, realizzata nel 2016/17. L'agenda di Neil Young è sempre piena e la prima domanda che sorge è: quante cose esistono nei suoi archivi, di produzione più o meno antica o recente, di cui nessuno sa assolutamente nulla? (Un altro esempio è stata la canzone "Hawaii" di Hitchhiker, brano di cui non è mai emerso nulla prima dell'uscita ufficiale.) Paradox non ha atteso nemmeno un secondo in più del necessario per essere pubblicato, come #10 della Special Release Series (un po' strano in effetti), ovvero l'ultimo in ordine cronologico (quindi altri 8 album inediti del passato, oltre a Hitchhiker, ce li possiamo aspettare per davvero).
Paradox Soundtrack è un'esperienza bizzarra come poche altre. Young riesce a confezionare qualcosa di ancora diverso, che certo non piacerà a tutti ma di cui non esiste un corrispettivo nella sua discografia. Nel suo insieme Paradox sembra trarre vari elementi e spunti differenti, quasi seguendo un'ispirazione istantanea e sfuggente.
C'è il sottofondo della chitarra elettrica solista alla "Dead Man", a cui temi e stile Paradox in effetti deve molto. Ci sono tracce acustiche scarne e mezzo improvvisate con le percussioni in evidenza insieme alla chitarra e alle voci, oltre a Neil, anche dei ragazzi Nelson. Ci sono brani tratti da vecchi dischi in versioni per lo più inedite e registrate dal vivo. Tra questi una furente jam elettrica dei Promise Of The Real al completo sul tema di "Cowgirl In The Sand" (ma senza le strofe e i ritornelli cantati) registrata nel concerto Desert Trip 2016; una spettrale, solitaria "Pocahontas" suonata all'organo dal solo Neil, registrata sempre al Desert Trip; poi la prima esecuzione in assoluto del brano "Peace Trail" (tema trainante del film) eseguita con i Promise, realizzata per il film, versione molto bella al pari di quella dell'album (ma non la loro migliore, che resta quella dal vivo nei vari concerti del 2016). Ci sono cover di altri artisti, intergali o parziali, tra cui spicca "Angels Flying Too Close To The Ground" (di Willie Nelson) registrata in presa diretta e cantata dal figlio Lukas. Ci sono persino due brani già editi ("Tumbleweed" da Storytone e una versione editata di "Show Me" da Peace Trail).


Insomma, un'insalata mista che contiene gusti diversi, cose più saporite, cose meno, qualche riempitivo (piuttosto innocuo in verità, giusto qualche passaggio strumentale)... Qui non esistono nemmeno i confini impliciti nel concetto di "album" che in qualche modo valorizzano anche i suoi lavori più recenti dotandoli di una certa apprezzabile integrità sia tematica che sonora. Qui invece Neil passeggia liberamente e in armonia per un territorio che non ha alcuna limitazione di spazio e di tempo, in linea con il concetto dietro al film e proprio come vediamo fare alla band nella foto sul retro del disco (Neil e i Promise che camminano nella foresta con gli strumenti). Paradox ha una natura imperfetta, disomogenea, quasi casuale, senza capo né coda (piuttosto, magari, ciclica) ma ricca di momenti musicali magici e che valgono l'ascolto e, anzi, che invitano a far ripartire daccapo il tutto per una seconda volta. La bizzarria di Neil all'ennesima potenza, sempre affascinante alla sua maniera.
MPB, Rockinfreeworld