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mercoledì 11 agosto 2010

Everybody's Rockin' - Rassegna Stampa


Il nuovo Elvis: Neil Young

Chi è l'uomo con le gambe a compasso e la chitarra nera alla Elvis che sta rimirandosi le scarpe di camoscio bicolor (bianco e nero) sulla copertina di Everybody's Rockin? Cosa ci fa tutto vestito di bianco, sprofondato nel fondale rosa cipria, il ciuffo impomatato cascante sulla fronte abbastanza rugosa da non confonderla con quella di un novellino? Il nome della banda, “Neil and the Shocking Pinks”, potrebbe suscitare sensi di colpa verso qualche dimenticata e non riconosciuta vecchia gloria dell'età del rock 'n' roll se il profilo del Nostro non fosse fin troppo noto. L'uomo, imbottito di cultura americana degli anni Cinquanta, che ha provocato questo equivoco è Neil Young.
Anche i più convinti sostenitori di un Neil Young poliedrico, trasformista, gigione, difficilmente si sarebbero aspettati una mossa tanto sibillina e sofisticata dal più famoso cantautore degli anni Settanta. Per i fans dell'ex “loner” (cioè solitario, aggettivo al profumo di leggenda che comunque si attaglia bene alla vocazione individualista di Young) di On The Beach, Harvest, After The Gold Rush o Zuma, per gli aficionados del westcoastiano più atipico e intransigente, si dovrebbe parlare di shock vero e proprio, se il paesaggio poetico a cui Young ci ha abituati non avesse già registrato negli ultimi anni strane mutazioni e frequenze insolite. Questo scarto di imprevedibilità (a rischio calcolato?) lo ha messo al riparo dal “logoramento dell'immagine” che ha tarlato i vari Crosby e Stills e Nash e compagnia cantante, ma soprattutto ha dato a Neil Young lo spessore del “vero” interprete del mito americano.
Rust Never Sleeps, ovvero “la ruggine non dorme mai”, dalla réclame di una vernice anti-ruggine che Young (su suggerimento dei Devo) ha adottato come titolo del suo monumentale doppio live di qualche anno fa, potrebbe essere la chiave per scassinare l'allegoria younghiana. La ruggine ti fa a pezzi se non te la scrolli di dosso.
Del resto, risuona ancora nelle orecchie il suo “Hey Hey, My My, Rock 'n' roll can't never ie”; un sentiero infuocato di rock 'n' roll o solo un modo per surriscaldare la vecchia pista? Il penultimo album, Trans, annunciava addirittura miraggi elettronici e sfracelli di vocalità distorta. Era questo il “nuovo” Neil Young?
Everybody's Rockin' taglia corto con i problemini sul futuro del musicista canadese. Il leone di sale si è mosso? Certo, ma per ritornare alle “radici”, ai primi passi del rock 'n' roll bianco, impiantando un revival che non si sa bene quando è cominciato, né quando potrà finire realmente. A differenza degli Stray Cats, degli Shocking Pyramids o di altre giovani band rockabilly, Neil Young a “quei tempi” c'era e cominciava a suonare miagolando le melodie ascoltate nei dischi. “Cominciai scrivendo pezzi strumentali; i miei idoli erano chitarristi come Cliff Richard e Hank B. Marvin degli Shadows”.
Registrato nella sua fattoria di campagna, vicino a San Francisco, ma missato a Nashville, nella patria del country & western, Everybody's Rockin' coniuga aspetti di divertimento personale e di “culto” retrospettivo. Tutti i pezzi sono originali, scritti da Young con l'aiuto di Ben King Kate (sax e lead guitar), Tim Drummond (contrabbasso) e Larry Byron (piano) che li hanno anche eseguiti. Niente “remake” pseudo-ironici o pseudo-nostalgici, ogni nota è distillata dal più puro serbatoio melodico ante-Beatles, con un riciclaggio malizioso e ricercato che ricorda più le falsificazioni geniali di un esperto dell'epoca che l'entusiasmo del neofita. In realtà è un grande disco sulla falsificazione. “Betty Lou Got A New Pair Of Shoes” è un brano che solo per il suo titolo merita una citazione di merito. Presley e Buddy Holly: chi è il piccolo padre ispiratore di un motivo del genere?
E l'elenco può continuare con “Mystery Train”, contenente quei giochini di chitarra puliti-puliti che Neil Young dice di aver ammirato negli Shadows. E con “Jellyroll Man”, omaggio implicito nella parola, al grande pianista Jerry Lee Lewis (oggi passato ad un più stretto stile country & western). Il lato nero del rock 'n' roll, ed ecco “Payola Blues”, prima di una canzone particolarmente “scema” ed eccitante, “Kinda Fonda Wanda”. Come un'antologia di facsimile l'album di Young registra solo il luogo topico, esemplare, rafforzando la convinzione che non ci sia davvero limite alla verosimiglianza, specie se scorretta da un genuino amore per la musica, e se possibile per le automobili e gli oggetti, di un periodo che si presta alla falsificazione come gli anni 50 e dintorni.
In Everybody's Rockin' contano le voci, i suoni nitidi e apparentemente ingenui, ma anche i silenzi “fatti sentire” tra due note ben sgranate, gli spazi lasciati rispettosamente in bianco, come un requiem giocoso per lo stile che ha smesso di riempirli. Sicuramente il disco più colto che Neil Young abbia mai realizzato e il meno compiacente verso se stesso.
Fabio Malagnini, L'Unità 1983

Il 1983 si era aperto tragicamente con Trans, l’album più avventuroso e fallimentare di Neil Young, un disco che mostrava una carenza di idee incredibile, mascherate attraverso una allucinante sonorità vecchia di almeno 5 anni, in Europa sicuramente. Il dopo-Trans era un mistero. Everybody's Rockin' scioglie il mistero: Neil Young conferma di non avere assolutamente idee, confeziona un disco di rockabilly revival, della durata di circa dieci minuti a facciata (bella professionalità), senza inventare né aggiungere alcunché di nuovo a quanto il rock americano ha da anni proposto. Da Hank Williams, il padre di tutto, per finire con gli Stray Cats, l’esempio più recente da seguire, visto l’incredibile successo americano, Young ripercorre il cammino del rock, esegue dieci brevi canzoni, con tanto di coretti, country blues, rockabilly roots, country roots e via discorrendo, ma il tutto suona abbastanza gratuito.
Il disco è ben fatto, ma non ci vuole molto, specialmente se ci si chiama Neil Young, e poi, a mio parere, il canadese ha ben altri mezzi e ben altre qualità che perdersi in un mero esercizio di revival, vista la sua inventiva e la sua creatività, stando almeno a quanto dieci anni di attività ci hanno mostrato. Inoltre Neil non ha assolutamente una voce adatta a questo tipo di musica, i suoi vocalizzi acuti e stridenti sono ogni tanto fuori luogo, ed il risultato è scolasticamente modesto. Sia chiaro nei confronti di Trans questo lavoro è un sole, ma rispetto al passato è sempre buio pesto. Everybody's Rockin' mi dà l’idea di una mascheratura, di un volere uscire dagli schemi prefissati e usuali, ma senza sapere né dove né come costruire qualcosa di nuovo o di diverso: è troppo facile per un personaggio della sua statura fare un dischetto come questo, perché di un dischetto si tratta, venti minuti di musica, bella finchè volete, ma non younghiana perché di Young in questo lavoro non vi è nulla, a parte il nome e la foto di copertina. 
Paolo Carù, Buscadero 1983


Mentre il precedente tentativo di allontanarsi da sé celava un'umanissima necessità, da qui in poi si succederanno strampalati e malriusciti esercizi stilistici, alla contorta ricerca di un altrove in dichiarata lotta contro il sistema. Dopo l'elettronica manifestamente artificiale, ecco dunque l'improbabile rockabilly. Più la Geffen tenta di instradarlo verso canzoni “regolari”, più Young fa finta di obbedire. In realtà, questo rock 'n' roll è caricaturale come uno scherzo (il disco, guarda caso, esce il primo di aprile), camuffato fin dall'intestazione (Neil Young and the Shocking Pinks, con Drummond al contrabbasso e Keith addirittura al sax) e dalla banana da teddy boy portata su uno sgargiante abito rosa shocking. Sono appena venticinque minuti, incisi in un solo giorno con Elliot Mazer e divisi tra scialpe cover e originali vezzosamente “old fashion”. Pieno di coretti doo-woo e chitarre Gretsch, l'album rappresenta meno di niente nell'evoluzione artistica di Neil Young, ma è spiritoso e beffardo, anche un po' perfido.
Mucchio Selvaggio Extra 2004