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mercoledì 11 agosto 2010

Landing On Water - Rassegna Stampa


A ciascuno va riconosciuto il diritto d’invecchiare come meglio crede. Però, ciò detto non si può trattenere un modo istintivo di tristezza di fronte alla senescenza tecnologica di un buon artista qual è stato (fu) Neil Young: perché questo suo album è opera chiaramente senile, che tenta di alleviare una desolante carenza d’idee a forza di sintetizzatori e trucchetti elettronici, senza rendersi conto di sprofondare nel più desolante dei luoghi comuni. Povero Neil. Molto s’è scritto contro i gruppi che ripetono sé stessi anno dopo anno, ciclostilando sempre lo stesso disco con titoli diversi; ma che dire allora di fronte a un tal patetico tentativo di rinnovamento? Il problema dell’album sta già della concezione. Le melodie, le armonie, i tratti stilistici di base sono sempre i soliti. Ma questo vino vecchio è travasato a viva forza nelle botti d’un arrangiamento che pare la caricatura di Thomas Dolby: ritmi spezzati di batterie più o meno automatiche, sintetizzatori usati a proposito e a sproposito, bassi filtrati ed elettronizzati. Il tutto a sostenere, magari, le solite ballate, miagolate con quel filo di voce appena concepibile sopra una chitarrina country. Per non dire di bani come “Weight of the world” o “Hippie dreams”, stancamente pomposi, intrisi d’una solennità magniloquente quanto vuota. È l’album di un rocker che palesemente non sa che cosa scrivere, e rovista nei cassetti alla ricerca di ispirazioni antiche, per colorarle d’un malinteso senso del “nuovo”. Non c’è tensione, non c’è drive, non c’è nemmeno qualche minimo spigolo a nobilitare tanta stanchezza. Il vocoder di Trans quasi s’era riusciti a sopportarlo, ma questo è davvero troppo. Sarebbe stato salutare per Young tenere presente quanto diceva (all’incirca) Wittgenstein: se non c’è nulla da dire, è bene tacere. 
Paolo Bertrando, Buscadero 1986


Un ritorno al rock, un lavoro in potenza valido ma, in realtà, poco riuscito.
Con la produzione di Danny Kortchmar Neil cerca di cambiare sonorità, ma crea un bel disastro con "Weight Of The World", poi, anche se il disco si risolleva, non arriva certo a toccare gli apici della decade precedente.
Intanto la sua figura pubblica è scaduta notevolmente, e i suoi dischi vengono accettati di malavoglia. Indubbiamente Neil ha raggiunto definitivamente lo scopo di screditarsi di fronte a un pubblico che lo ha seguito ed amato per oltre un ventennio.
Pubblicato nell'agosto '86, Landing On Water non contiene canzoni particolarmente belle.
Paolo Carù, Buscadero 1989


Gli anni '80 di Neil Young sono tutti protesi verso qualcosa che non sa, forse, verso qualcosa che non gli riesce. Frequenti sono quindi gli appigli, mai veramente convinti verso l'elettronica (Trans), un certo "rockabilly" (Everybody's Rockin') e il polveroso country di Old Ways. Questo appannato divagare, destinato a concludersi solo verso la fine del decennio con lo splendido Freedom, trova qui altri provvisori approdi tra sintetizzatori, ruvide chitarre e un suono tipicamente "anni-ottanta", il tutto cosparso da arrangiamenti che sono troppo simili a meri esercizi di stile, incapaci di convincere a pieno. E0 un altro di quei momenti-amnesia in cui a salvarsi dal naufragio sono solamente gli episodi in cui l'esperienza sonora e vocale di Young ritrova un certo equilibrio con i (deboli) temi affrontati: un'alienazione diffusa, la ricerca di un controllo sulla propria vita allo sbando. Troppo poco per salvarne i destini, là dove la crisi creativa si fa sempre più evidente attraverso canzoni che si ascoltano e altrettanto facilmente si scordano. Come motivetti ascoltati alla radio durante un viaggio, con la ricerca che va e viene, e il vento forte che soffia e disperde. 
Dischi da evitare, Mucchio Selvaggio


Un'altra brusca sterzata. Questa volta tocca a un synth-rock nato già vecchio, ma al di là del genere il problema vero sta nella deprimente qualità della musica e nell'assetto base: in sostanza una band di tre persone impegnate ad armeggiare con macchine e macchinette. Prodotto sciaguratamente da Danny Kortchmar, una star dell'easy-rock californiano, Landing On Water è scorbutico fino al parossismo, volutamente non piacevole, severo nel negarsi alle aspettative e al gusto medio dell'ascoltatore. Le sonorità sono grevi e ferruginose, i testi anche, e pure le melodie (poche, in verità, e plastificate). Forse ambiva ad essere opprimente come un'opera dei Suicide, ma una batteria sproporzionata (Steve Jordan) e un invadente magma di sintetizzatori lo fanno sembrare più come un disco dei Toto. Si salva, si fa per dire, la commiserevole “Hippie Dream”, amara riflessione sul fallimento dell'utopistico “peace & love”. Oggi lo si può trovare infognato nelle vasche degli autogrill, scontato a cinque euro, ma la cosa triste è che nessuno se lo compra.
Mucchio Selvaggio Extra 2004

Dopo una serie di album che spaziano nei più vari territori musicali che vanno dall'Hard Rock grezzo alla Grand Funk Railroad di Re-ac-tor alla tecno-dance di Trans, per passare all'archeologia rockabilly di Everybody's Rockin' ed al country più ovvio di Old Ways, con Landing On Water invece Young si rivolge ad un suono nuovo. Lavora ancora con l'elettronica, ma mentre in Trans usava i convenzionali ritmi dance dei computer e soprattutto nascondeva la sua voce, caratteristica principale della sua arte, dietro ad un vocoder in Landing On Water lascia quegli arnesi elettronici in garage. Invece di usare la tecnologia per l'hi tech, Young crea un suono sintetizzato accompagnato da un arrangiamento rado e vivace con frequenti assoli della sua magica chitarra. Quello che scuote davvero in questo suo lavoro è il suono della batteria di Steve Jordan tenuto ad un volume così alto nel missaggio tale da sembrare che Jordan stesso stia prendendo a calci gli altoparlanti dello stereo. L'album si apre con una nota ottimistica, inusuale per Young, gettando via il "Peso del mondo" (“Weight of the world”), ingentilisce le cose con un tocco pop in (“Violent Side”) e (“Hard Luck Stories”) ma il resto picchia come un martello pneumatico. I testi scarni ed a volte terribili non sono certo il pezzo forte di Landing On Water, nessuno ha l'inventiva dei suoi momenti migliori e quelli più interessanti sembrano ridurre tutto il fermento degli anni sessanta a un "Sogno hippie" (“Hippie dream”), in ogni caso la musica sopperisce in termini di freschezza laddove i testi mancano di carattere. Certo Landing On Water non ha la portata di Rust Never Sleeps o di Tonight's The Night, album al quale si avvicina se non altro per i toni cupi e disperati, ma è il suo album più consistente degli anni ottanta e la cosa più importante è che con questo disco Young getta il seme per quella rinascita che lo vedrà puntualmente eroe del nuovo decennio. 
Giuseppe Patané