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giovedì 5 agosto 2010

Living With War - Rassegna Stampa pt.2


“Tanto gli scassarono i maroni che alla fine tornò sui suoi passi!”. Per fortuna, dico io, visto che la furiosa protesta di Neil Young contro l’amministrazione Bush contenuta nell’edizione originale di Living With War (2006) appariva come una perla per il famigerato porco se propagandata su un disco musicalmente tanto maldestro e (di)sgraziato.
Neil Young, a rigor di logica, deve aver riascoltato quel disco a poche settimane di distanza dalla sua pubblicazione e, quasi certamente, dev’essersi accorto d’aver fatto una cazzata sovraincidendo tutte quelle voci e tutti quei cori gospel che soffocavano letteralmente un album che, per carisma e tempismo, avrebbe benissimo potuto rappresentare l’ennesima pietra miliare nella sua carriera. Era bella, certamente, l’idea di riunire 100 persone (100 voices) che urlassero contemporaneamente il proprio dissenso ed il proprio schifo nei confronti sia dell’Iraq che di quel vecchio furbacchione di George W. Bush. A risentirne però c’era l’amalgama del disco ed alla fine sia Neil Young che il produttore Niko Bolas hanno deciso di accontentare gli scettici pubblicando (finalmente!) una versione “liscia” intitolata Living With War “In The Beginning”. Niente più cori; niente remissaggio, niente. L’idea, quanto più azzeccata, è quella di mostrare la vera essenza del disco e dunque l’energia, la foga e la rabbia del momento in cui, oltretutto in presa diretta, è stato registrato. Come per il precedente Greendale (che però era più complesso e articolato e che proprio per questo motivo forse meritava un mixing più accurato) ecco dunque riapparire quella sana e vecchia sonorità impastata (la stessa che oggi forse chiameremmo garage) che contraddistingueva gli album con i Crazy Horse. Ci sono chitarre scordate, batterie fuori tempo, bassi che non si sentono e parti cantate udibili a malapena. Lo-fi, sì, ma non è il caso. Young tenta proprio di ricreare quel sound “live anche in studio” che lo accompagnava negli anni settanta e che, su un disco viscerale e furioso come questo, alimenta la drammaticità dei testi e l’atmosfera rabbiosa delle canzoni.
È bizzarro leggere di come l’intero processo creativo di Living With War (dalla stesura dei brani al download degli stessi su internet) sia durato solamente due settimane e di come i musicisti al suo fianco (Chad Cromwell alla batteria e Rick Rosas al basso) non abbiano mai avuto modo di ascoltare i pezzi prima di entrare in studio per le registrazioni. L’essere approssimativo, in questo caso, è una forza anche se è vero che alcune canzoni (la struggente “Roger And Out” in particolare) avrebbero a mio avviso dovuto contare su un make-up più marcato per trasformarsi in qualcosa di veramente eccezionale
L’emozione più grande del disco arriva però su “Flags Of Freedom”. –“Today’s the day our younger son. Is going off to war, fighting the age old battle we sometimes won before”-. Il riferimento ai testi che Dylan scrisse per A Hard Rain’s A-Gonna Fall è evidente. –“è giunto il tempo – secondo Neil Young – di tornare a combattere la battaglia che già una volta riuscimmo a vincere”-
Sia ben chiaro; non si tratta di un capolavoro né tanto meno di uno dei migliori album della sua carriera. Innegabilmente però c’è qualcosa di fascinoso e provocante in questa nuova versione ed è facile ritrovarsi a cantare a squarciagola frasi del tipo –“Let’s impeach the President for hijacking our religion and using it to get elected”- mentre una tromba inizia ad accennare Taps (la canzone funeraria intonata durante le esequie militari) e si riprende con potenza in un esaltatissimo –“Let’s impeach the President for spyin’ on citizen inside their own homes – breaking every law in the country, tapping our computer and telephones”-.
A differenza dell’originale Living With War, “In The Beginning” non termina sulle note epopeiche di “America The Beautiful”. Non è chiaro il perchè di questa scelta ma rimane il fatto, la speranza e la consapevolezza che questo governo non potrà durare per sempre. Il tempo è oramai maturo per chiedersi (come in “Lookin’ For A Leader”), chi sarà il prossimo Presidente degli Stati Uniti. Sarà una donna (Hillary) o un afroamericano (Obama)?
In ogni caso... saprà questa persona essere in grado di creare un’America in cui musicisti come Woody Guthrie, Dylan, Steve Earle, Springsteen, Neil Young o Roger Waters non debbano più cantare di guerre assurde? 
John Robbiani, universomusica.com


Domenica 14 maggio il San Francisco Chronicle ha pubblicato la mia lettera aperta a Neil Young “Hey, Neil Young, We Young Singers Are Hog-tied, Too.” [ “Hey Neil Young, anche noi giovani cantanti abbiamo le mani legate” n.d.t.]. Ho cercato di spiegare come l’industria musicale abbia censurato la musica di protesta negli ultimi anni. La lettera ha spopolato su Internet ed io sono stato inondato di risposte entusiaste da qualsiasi tipo di persona. Persino Neil e il suo team l’hanno posta al centro della prima pagina del loro blog per l’intera settimana.
Quello che ha sollecitato la mia lettera e il mio sfogo è stata la spiegazione di Young sul perché si sia sentito costretto a scrivere il suo nuovo album anti-Bush, Living With War. “Stavo aspettando che qualcuno si facesse avanti, qualche giovane cantante dai 18 ai 22 anni, che scrivesse queste canzoni e si svegliasse”, ha detto al Los Angeles Times. “Ho aspettato per molto tempo. Poi ho deciso che forse la generazione che doveva farlo era ancora quella degli anni ’60. Ed eccoci ancora qui.”
Come primo cantante-di-protesta a levarsi dalle strade delle manifestazioni anti-guerra a nti WTO e dopo un contratto di distribuzione mondiale, mi sono sentito costretto a spiegare che i Dylan, gli Ochse e i Neil Young d’oggi ci sono, ma sono obbligati al silenzio da un’industria che ha ricavato per anni i suoi profitti da bambine-porno e ragazzi-ideali.
Appena due giorni dopo l’uscita del mio articolo, MTV, che si è rifiutata di mandare in onda video anti-guerra persino dalle più grandi star, ha pubblicato un articolo sul suo sito mirando al bisogno di una coscienza politica nella musica mainstream. In crescente orgoglio pro-Bush, uno dei gestori capo del paese di annunci di arruolamento rivolti ai giovani ha riportato sull’articolo “Dov’è La Voce Della Protesta Nella Musica D’Oggi?”. La pagina web vantava un videogioco dell’Esercito nell’angolo in fondo a destra. (MTV, comunque, rifiuta di mandare in onda annunci pubblicitari contro la guerra prodotti da organizzazioni come Not In Our Name e Win Without War.)
Dov’è la voce della protesta? È nel bidone dell’immondizia di MTV.
Dove sono oggi i cantanti di protesta? Sono sulla lista “non adatti” delle stazioni radio, dove sono stati aggiunti sempre di più soprattutto dopo la deregolamentazione FCC (Commissione Federale per le Comunicazioni) che ha aperto la strada per la monopolizzazione dell’industria. Basta chiedere a Scott Goodstein. Egli dirige il grande gruppo di difesa politico-musicale “Punk Voter”, che, con Fat Wreck Chords , ha registrato delle compilation col nome di Rock Against Bush [“Rock Contro Bush”n.d.t.]. Questi cd, che includono canzoni degli Anti-Flag e dei Green Day, hanno venduto 650,000 copie. Quando Goodstein ha chiesto ad MTV di mandare in onda Rock Contro Bush, ha ricevuto un secco rifiuto. “Ci hanno detto “Il vostro progetto non è rilevante o perlomeno non abbastanza adeguato” ha raccontato, “E di certo i Rolling Stones non sono meglio”. Intanto l’attuale album anti-Bush dei Green Day American Idiot ha venduto 5 milioni di copie.
Infine svegliandosi, MTV ha avuto il coraggio di osannare i Green Day ed includere gli Anti-Flag nella sua storia delle band politiche! PunkVoter ha immediatamente ribattuto con l’articolo intitolato “MTV, Ancora Completamente Inadatta” in cui dichiara che le band politiche staranno ad aspettare che MTV sia pronta ad iniziare ad includere un po’ di musica di protesta. Cosa che non sta facendo.”
Peter Seeger mi ha detto che si è iniziato a dare libero sfogo alla libertà d’espressione negli anni ’60 quando il monopolio di Broadway e Hollywood sull’industria musicale era stato interrotto dal Rock’n Roll, dai Motown e da Nashville.
Ora, il conseguente monopolio che il Rock’n Roll, i Motown e Nashville hanno costruito è stato interrotto da Internet, dove artisti e organizzazioni stanno creando dei network che superano quelli di tipo corporativo.
“La maggior parte dei professionisti dell’industria non lo capiscono”, dice Molly Neitzel, produttrice esecutiva di Music for America, un’organizzazione senza scopi di lucro che include interventi musicali in eventi politici. “Siamo una generazione che non si adatta”, spiega.”Ascoltiamo tutti i tipi di musica ed è questo che non corrisponde proprio alla vecchia tipologia di vendita di dischi ai ragazzi di questa età, colore ed estrazione sociale”.
Considerando quanto dannoso sia stato l’obiettivo di vendita per la nostra democrazia, è magnifico che i cantanti di protesta d’oggi abbraccino un pò tutti i generi: dalla finezza indie dei rockettari Death Cab For Cutie e dei Bright Eyes agli artisti hip-hop come Coup, Mr.Lif e gli Immortal Technique; dai gruppi punk come gli Anti Flag e i NOFX agli artisti country e folk come Liza Gilkyson e Merle Haggard; dai normali canzonatori come David Rovics, Pat Humpries e Chris Chandler ad artisti come i Thievery Corporation e Manu Chao.
Alcune etichette stanno già sondando il terreno. Andy Kaulkin, che gestisce un’etichetta chiamata “Anti” per la Epitaph afferma che è rimasto affascinato dal movimento per i diritti civili e riflette su ciò che potremmo fare con la musica per arrivare a creare un movimento del genere al giorno d’oggi. Di conseguenza, ha ingaggiato artisti di generi musicali che tendono piuttosto alla coscienza politica e alla spiritualità. La lista dell’etichetta include ora Billy Bragg, i Coup, Tom Waits e gli Spearhead.
Parlando con Billy Bragg dopo l’uscita del mio articolo, eravamo concordi che l’ “attacco” moderno -– la canzone di protesta che ha realmente effetto politico grazie alla sua tempestiva capacità di incidere sull’opinione pubblica–- è l’mp3. “Nel modello di categoria”, dice, ”è tutto basato sulle vendite, non sulla coscienza sociale e persino le anteprime di Internet sono sfruttate come promo per le anteprime in uscita, così come l’uscita dei singoli viene ancora fatta ritardare di quattro mesi come intervallo che l’industria discografica necessita per la stampa, la pubblicità e la distribuzione” . Al giorno d’oggi nessuno vuole scrivere canzoni su una guerra che dovrebbe finire nel periodo d’uscita dell’album.
La mia conversazione con Goodstein e la Neitzel inevitabilmente fa girare il discorso verso l’idea di un tour nazionale di una diversa selezione di artisti da riunire per un pubblico misto e attento. Ma abbiamo anche parlato di come ampliare il tipo di tour che io e pochi altri artisti stavamo facendo. Usiamo i nostri spettacoli per sostenere la pace locale e i gruppi di giustizia globale. Un po’ come quello che SNCC (Student Nonviolent Coordinating Committe)e la SDS (Students for a Democratic Society) hanno fatto durante i loro giorni, ma per la generazione globale di Internet.
Dov’è la musica di protesta oggi? È qui, è su internet, e potrebbe arrivare presto nella tua città per costruire un movimento internazionale di pace, diritti civili ed uguaglianza.
Stephan Smith, comedonchisciotte.org


Non c'è guerra senza canti di protesta. Non c'è conflitto armato senza folk music. Non c'è situazione emotivamente intricata senza Neil Young, mister-sempre-la-stessa-meravigliosa-canzone (a volte in versione acustica, a volte elettrica). Living With War è il disco registrato a sorpresa dal cantautore mezzo canadese e tutto americano. Uscirà a giugno, ma se ne parla già per i suoi testi ferocemente anti Bush. Musicalmente è un potente trio rock accompagnato da una tromba e arricchito da un coro di 100 voci, quasi fossero i partecipanti a una marcia pacifista. Un disco di metal folk protest music, dice lui.
Contro Bush, ma senza il fighettismo radical chic dei suoi colleghi. Neil Young è un anarchico, un libertario, un populista. Subito dopo l'11 settembre scrisse “Let's Roll”, inno al coraggio dei passeggeri del volo 93 che si ribellarono ai dirottatori e fecero schiantare l'aereo su un prato della Pennsylvania invece che sulla Casa Bianca. Young appoggiò il Patriot Act di Bush, due anni dopo, con Greendale, cambiò idea e compose una suite patriottico-pacifista-verde e no global.
Del nuovo disco si conoscono titoli e testi di metà delle canzoni. In “Impeach the president” vorrebbe processare Bush. “Living With War” è un manifesto contro la guerra e la corruzione. In “Looking for a leader” c'è la disperata ricerca di un nuovo capo popolare che “riporti il paese a casa”, “magari una donna”, “magari un nero”, “magari Obama”, “magari Colin Powell”. Il brano “Shock and Awe” sembra un collage di articoli dei giornali di questi mesi. Una logica c'è, in questo bizzarro peregrinare ideologico di Neil Young. È la stessa che lo ha portato a scrivere “Ohio”, canzone anti Nixon dedicata agli studenti della Kent State University uccisi dalla Guardia Nazionale, e poi a diventare un reaganiano cultore dei valori e della tradizione. Oggi è pacifista, ma in passato ha cantato “Hawks and Doves”, Falchi e Colombe: “Pronti per andare, restare e pagare/ USA, USA/ Così il mio dolce amore può vivere un altro giorno libero/ USA, USA”. Contraddizione? No. Neil Young, oggi come sempre, vuole soltanto “rocking in the Free World”, fare rock in un mondo libero. 
Christian Rocca da Vanity Fair


È difficile resistere alla tentazione di immaginarlo seduto all’ombra di un patio, le gambe allungate, la chitarra appoggiata in grembo, mentre rimugina di avere aspettato ormai abbastanza: ha aspettato che qualcuno, qualche giovane cantante tra i diciotto e i ventidue anni, si sollevasse in piedi e scrivesse quelle canzoni i cui accordi, invece, lui sta finendo di arrangiare. Con un sospiro, un pensiero veloce al tempo passato, si convince che, invece, tocca ancora alla sua generazione, a quelli degli anni Sessanta, ingaggiare la battaglia. Riflessione che, alla fine, affida a internet e alla stampa; e l’immaginazione corre ancora sul medesimo binario, domandandosi se, con lo sguardo stretto puntato a Ovest (uno come lui sa sempre dov’è l’Ovest) non abbia anche concluso “dopo tutto”.
Neil Percival Kenneth Robert Ragland Young, classe 1945, non ha un carattere facile: dice quello che gli passa per la testa, senza esagerare in diplomazia. Possiede il senso dei tempi, l’istinto delle cose che cambiano: rispetta maestri e compagni di viaggio della sua generazione (Phil Ochs e Dylan; Crosby, Stills e Nash); non trascura le piante giovani (il punk, a suo tempo; il grunge – o meglio, i Pearl Jam con i quali ha inciso Mirror Ball); ama le sue radici, la sua famiglia e il suo paese d’adozione. Segue i suoi umori che a volte sono buoni consiglieri e a volte no, come capita a tutti gli esseri umani. Sa riconoscere gli errori, però.
All’inizio dell’Era Reagan aveva salutato con favore l’ascesa del nuovo leader, per poi esprimere, nell’album Freedom (’89) delusione e critiche estese anche al successore George Bush senior; dopo l’11/09, come milioni di americani fa quadrato attorno al capo e sostiene il Patriot Act di George Bush junior. Questa volta, delusione e rabbia sono moltiplicate e a soli otto mesi dall’uscita del precedente Prairie Wind, Neil compone, incide e coproduce un intero, amarissimo lavoro incentrato sull’attuale Amministrazione Usa e sui guasti prodotti dalla sua politica e dalle sue guerre. Sceglie addirittura di presentare Living With War interamente in rete, dove tutt’ora si può ascoltare in streaming e leggerne i testi (nel blog livingwithwar.blogspot.com e sul sito neilyoung.com – una scelta che merita una riflessione più allargata), prima di far uscire il cd nei negozi. Registrato in sole tre settimane tra Marzo e Aprile, giocato sulla spontaneità e sull’immediatezza a scapito della produzione (il Chicago Tribune lo paragona, in positivo, a una “garage-rock band priva di budget e di tempo per le prove”; il Los Angeles Times ne associa la semplicità all’accuratezza dell’ultimo Springsteen “insieme, un uno-due micidiale”), raggiunge mirabilmente la qualità di lavoro a sé e non di un comizio in musica, anche se in alcuni momenti il testo è sovrastante. Non mancano cadute nella retorica e nel populismo; rischio, peraltro, che Young corre consapevolmente da sempre e dal quale si riscatta ogni volta grazie allo spessore e alla sincerità della sua visione. In Living With War ha voluto dichiaratamente rifarsi al modo di scrivere e suonare degli anni Sessanta, e in questo senso le liriche di “Shock And Awe”, con le quartine aperte e chiuse dalla stessa frase, sono esemplari.
Musicalmente, detto che il divertito paragone del Chicago Tribune va sommato alla definizione dello stesso Neil di “folk-metal”; e che la band include il bassista Rick Rosas, il batterista Chad Cromwell e il produttore Niko Bolas (tutt’e tre già al suo fianco per Freedom) e il trombettista Tommy Bray, più un coro di ben 100 elementi; il risultato finale è una particolare via di mezzo tra lo Young più elettrico e quello più tradizionale. La chitarra è alla pari con gli altri strumenti, il classico suono distorto e grezzo espresso quasi sottovoce; l’armonica viene utilizzata una sola volta (“Flags Of Freedom”, dove si cita Dylan anche nel testo), come un colpo di grazia emotivo; e la tromba interviene con poche, melanconiche note strozzate, come in “Shock And Awe”, un “deguello” rock. Nessun assolo dominante o crescendo liberatorio.
Si comincia con la ballata “After The Garden”, seguita dalla title-track e da “The Restless Consumer” e “Shock And Awe”, le due migliori della raccolta: grande equilibrio tra sarcasmo grottesco e denuncia sociale. Seguono le intimiste “Families” e “Flag Of Freedom”, in chiave più “southern” (il prossimo John Kerry potrebbe trarre qualche indicazione da qui); quindi, “Let’s Impeach The President” con la tromba che echeggia il Silenzio e la voce del Presidente Bush che parla al paese. Chiudono “Looking For A Leader”, dove Young si sbilancia a indicare due candidati, con duplice effetto sorpresa: il primo è Barak Obama, quarantacinquenne senatore dell’Illinois di origine afro (con il quale Neil ha avuto un “feeling positivo” dopo avergli parlato per cinque minuti in un backstage. Ah, Neil…) e Colin Powell (“che ripari ciò che ha fatto male”); “Roger And Out”, dedicata ad un amico d’infanzia scomparso e “America The Beautiful”, l’inno americano, qui interpretato dal solo coro, in un difficilissimo esercizio tra retorica patriottica e bellezza essenziale che sfiora il gospel (citato invece nel finale di “Let’s Impeach..”). E mentre la bandiera sventola e qualche conservatore indignato fa notare che Young è uno straniero che non ha titolo per fare certi commenti, l’uomo seduto sul patio imbraccia la sua chitarra e attacca la spina. Non sarà una gran minaccia, ma intanto lo stanno ascoltando in milioni. 
Andrea Montalbò, Left Wing


Da tempo circolava la notizia che il nuovo lavoro di Neil Young sarebbe stato contro la guerra. E così infatti è stato. Senza metafore o voli di fantasia, l'album si chiama esplicitamente Living With War e - nonostante sia in vendita in America dall'8 maggio - il disco è già stato 'rodato' in Rete. Young ha infatti anticipato la pubblicazione del disco rendendo possibile l'ascolto in streaming sul suo sito ufficiale(e successivamente su altri siti tra i quali Hyfntrak.com). Non clip di pochi secondi ma tutte le dieci tracce a disposizione gratuita degli utenti.
E di guerra, se si parla, meglio parlare a voce alta. Young, dopo la Rete, si è quindi avvalso dell'appoggio delle radio. Alcune emittenti americane, sia satellitari che terrestri, hanno infatti mandato in rotazione continua Living With War permettendo così prima l'ascolto, poi la metabolizzazione e infine il dibattito. Tra queste, diverse emittenti però non si sono esposte proprio per i contenuti delle canzoni e hanno negato la messa in onda dell'album ritenendolo anti-patriottico e troppo schierato contro il presidente. Touchè. Perché Neil Young questo canta, l'America contro Bush, e lo fa senza giri di parole, senza orpelli, senza reticenza e senza maschere. Il suo punto di vista è chiaro, Young dice no al conflitto, alla politica estera americana e addossa al presidente le responsabilità e le colpe.
La forza dei testi di Living With War sta nel tentativo di mostrare al mondo intero quanto la protesta e l'opposizione in America non siano dormienti e non siano in catalessi. La cassa di risonanza mediatica che Young mette in campo è quindi enorme e il disco riprende il discorso del Vote For Change Tour, piegato e interrotto dopo la rielezione di George W. Bush. Tra i brani montano la rivoluzione titoli come “Living With War” (vivere con la guerra), “Shock And Awe” (shock e sgomento), “Flags Of Freedeom” (bandiere di libertà), “Let's Impeach The President” (mettiamo in dubbio il Presidente), “Lookin' For A Leader” (cercando un leader). Alcune tra le parole sostengono la ribellione sorda cantando: "Non abbiamo bisogno di un uomo ombra che mandi avanti il governo, non abbiamo bisogno di questa lurida guerra" (“After the Garden”). "Non più menzogne..." (“Restless Consumer”). "Arriviamo a liberarvi tutti, la storia ha dato un crudele giudizio per l'eccesso di confidenza/Centinaia di corpi per terra, riportati a casa in scatole al suono di trombe" (“Shock and Awe”). "Mettiamo in dubbio il Presidente per aver mentito e condotto il nostro paese alla guerra abusando di tutti i poteri che gli abbiamo conferito sprecando i nostri soldi/Le ombre della Casa Bianca che si nascondono dietro le porte chiuse e piegano i fatti adattandoli alle loro nuova storia/Mettiamo in dubbio il Presidente per aver spiato i cittadini nelle loro case violando ogni legge/Se Al Queda avesse fatto esplodere gli argini New Orleans sarebbe stata più protetta e qualcuno sarebbe stato fuori casa per l'occasione?" (“Let's Impeach The President”).
Musicalmente Living With War percorre le strade del Neil Young più elettrico, abbinando la rabbia lirica con quella musicale che si limita tuttavia a essere grintosa ed elettrica ma mai feroce come sono invece le parole che predominano nell'economia del disco. Young lo definisce un album di 'protesta metal-folk'. "Il disco è uno scambio di idee - ha spiegato l'artista dalle origini canadesi durante un'intervista alla CNN -. Vuole essere un mezzo per trasmettere un messaggio. Vuole dare voce alla gente per renderla più potente. So bene che non tutti la pensano come me, ma il rosso e il blu non sono bianco e nero. Siamo tutti insieme. È un disco che parla di unificazione".
Dall'8 maggio, terminata la fase di promozione, Living With War è disponibile nei negozi americani, da noi arriverà invece con qualche settimana di ritardo e con una tempistica assai strana: dal 16 infatti le 10 tracce del CD saranno scaricabili dai principali stores di musica presenti sulla Rete, mentre il CD (fisico) sarà nei negozi dal 26 Maggio. Con la speranza che l'urlo di Neil Young si senta - comunque - anche qui. 
Luca Trambusti, Kataweb


Quasi tutti i giornali parlano del nuovo disco di Neil Young, uscito a ben 36 anni di distanza da After The Gold Rush, sicuramente l'opera migliore dell'artista canadese. Il disco uscì circa quattro mesi dopo il 30 aprile 1970, giorno in cui l'esercito americano si gettò come un bufalo impazzito sulla Cambogia, trasformando le sue campagne rigogliose in rovine disseminate di morte.
Villaggio dopo villaggio, il fuoco vischioso del napalm avvelenò il terreno rendendolo sterile per sempre e cancellò una civiltà antica sottraendola al resto del mondo.
Era stato lo stesso Richard Nixon ad annunciare la "vietnamizzazione" di altri paesi, che di fatto ampliava un conflitto già sufficientemente tragico.
Il lungo e fastidioso monologo con cui aveva cercato di convincere la nazione che solo sommando una guerra all'altra, l'America avrebbe recuperato la sua credibilità, fece esplodere la rabbia degli studenti in quasi tutte le università.
Il 4 maggio 1970, in una giornata di brezza leggera e un sole smagliante che annunciava l'arrivo dell'estate, la Guardia Nazionale, in piena tenuta anti-sommossa,apparve improvvisamente all'interno del complesso universitario. Gli studenti, riuniti in assemblea sulla Blanket Hill, davanti all'edificio principale, vennero colti di sorpresa dal fuoco che piovve su di loro uccidendone quattro. L'inferno, durato solo 13 secondi, paralizzò per sempre un quinto ragazzo.
Su Allison Krause, Jeffrey Miller,Sandra Scheur e William Schroeder, i quattro studenti uccisi in quell'agguato ordinato dal governatore dell'Ohio, Neil Young scrisse una canzone piena di rabbia.
L'ispirazione l'aveva avuta guardando le foto della tragedia su una rivista regalatagli da David Crosby.
In una si vedeva una ragazza inginocchiata accanto al corpo inerte di Jeffrey Miller che urlava disperata, nell'altra una mano pietosa che scostava dal bellissimo viso di Allison Krause i lunghissimi capelli neri intrisi di sangue, come se stesse cercando di ricomporli. Il singolo che traduceva quelle immagini in musica uscì dopo due settimane e subito fu bandito da tutte le stazioni radio militari. Il disc-jockey di una base NATO venne cacciato per averla suonata una sola volta.
A 36 anni di distanza, Neil Young è tornato con un album contro la guerra che uscirà intorno al 15 di maggio, ma può già essere scaricato gratis dalla rete su alcuni siti. Young ha saputo farsi amare dalle nuove generazioni senza mai cambiare lo stile di sempre: suono nitido e la chitarra acustica che prevale sugli altri strumenti. È molto difficile credere che siano passati tanti anni da After The Gold Rush e dalla tragedia di Kent.
Dalla guerra del Vietnam che Allison ed i suoi compagni contestavano 58.135 coetanei non tornarono mai più. Oltre 3.000 vennero dati per dispersi e 33.000 tornarono paralizzati. Quasi quattro milioni di asiatici vennero trucidati. A 36 anni di distanza, gli Stati Uniti e le sue succursali ONU e Nato continuano a servirsi del potere militare e i massacri non sono mai finiti. In tutti questi anni abbiamo amato, comprato case, educato figli, lavorato, perso qualche amico, scritto lettere, ecc. e tutto per scoprire che Kent ha ancora un suo posto nella storia ed è entrata nel nostro immaginario collettivo al punto da spingerci a tornare nelle piazze per protestare contro tutte le guerre sperando di costruire un giorno un mondo più giusto e solidale. 
Bianca Cerri, altremappe.org


Tre giorni per registrarlo, i tempi tecnici per pubblicarlo: l’urgenza di cantare e di cantarle a qualcuno non ha tempo da perdere. Soprattutto quando a parlare è uno che non le manda a dire: Neil Young.
Non è passato neanche un anno da Prairie Wind, che ci ritroviamo tra i piedi il grande vecchio. Si fa per dire, ovviamente: se tutti fossero e facessero come lui, il rock sarebbe ancora davvero rock, e non un’etichetta. Sarebbe ancora musica elettrica, incazzata e con qualcosa di importante da dire. Perché Living With War è elettrico, incazzato e con qualcosa di importante da dire. Anzi, è nato proprio dall’incazzatura, e dalla voglia di opporsi a quello che sta succedendo. Il titolo la dice lunga: si vive con la guerra, ma non c’è rassegnazione in queste 10 canzoni. Young dice che “non abbiamo più bisogno di bugie” (“The restless consumer”), ed esorta: “Let’s impeach the president” per tutti i suoi sorrisi, perché infrange ogni legge del paese... Il brano più bello del disco, che campiona gli stessi discorsi del presidente Bush per metterli alla berlina. Un’incazzatura che va dalla prima all’ultima canzone, una versione vocale di “America the beautiful”, giusto per far capire che non si tratta di rabbia distruttiva o antipatriottismo – Young è canadese, come noto, ma statunitense d’adozione – ma di amore per la propria terra martoriata.
Ma soprattutto una rabbia espressa con una grande creatività e un grande suono. Perché il bello di questo disco non è soltanto il processo, che ha spinto Young a fare pressione alla propria casa discografica affinchè lo pubblicasse appena possibile (il disco è in streaming dal 28 aprile sul sito del disco, e in vendita in formato digitale ancor prima della versione “fisica”, che ha ovviamente tempi manifatturieri più lunghi). No, il bello non è solo questo: sono le canzoni, e il modo in cui sono interpretate.
Living With War è un disco di canzoni secche, belle, dirette, suonate con “un power trio con tromba e 100 voci”, come ha detto lo stesso Young. Tradotto: ha il suono del miglior Young elettrico, quello che nei dischi di studio non si sentiva praticamente da Ragged Glory (1990) e Mirror Ball (1995) e, parzialmente, da Sleeps With Angels (1994) e Broken Arrow (1996). Insomma, chitarra basso e batteria (anche se non ci sono i Crazy Horse ma il bassista Rick Rosas e il batterista Chad Cromwel, con l’aggiunta appunto di una tromba e di molti cori).
Insomma, un vero disco rock. Come hanno commentato recentemente i Pearl Jam, autori dell’altro grande disco rock del momento, Young ha la forza e la capacità di comunicare idee semplici, con forza e credibilità. E di fare grande musica, aggiungiamo noi. 
Gianni Sibilla, Rockol.it


Accoglienza trionfale per l'ultima fulminea trovata discografica del loner canadese, almeno stando alle prime reazioni della stampa americana, rimasta abbagliata dall'urgenza emotiva e dal coraggio politico messo in mostra con Living With War. Dove finisca il confine della semplice devozione verso una figura cardine del songwriting rock e dove cominci una più ponderata riflessione critica in questa situazione è difficile stabilirlo, anche perché le posizioni controverse, i cambi di rotta (contro Nixon e poi sostenitore di Reagan, ad esempio) le bizzarre impennate del cavallo pazzo hanno da sempre fatto scuola. Oggi Neil Young sembra essersi accorto dell'incubo Iraq e del suo più accanito sostenitore, George Bush, a cui dedica una eloquente quanto un po' risaputa Let's Impeach the President, testo debole assai. Non mancheranno di suscistare reazioni contrastanti le varie “After the Garden”, “Living With War”, la requisitoria anti-capitalista di “The Restles Consumer”, la preghiera democratica di “Lookin' for a Leader”, tanto è vero che Neil si è già dovuto sorbire la solita bolsa retorica repubblicana dell'anti-patriottismo, aggravata dal fatto che il nostro è ospite in terra americana. A solo un anno di distanza dal quieto folk di Prairie Wind, Living With War è stato concepito con una formula inedita, a suo modo rivoluzionaria: scritto e registrato un paio di mesi fa, una session durata una settimana, e messo sul mercato secondo modalità insolite. Da fine aprile in streaming sul sito ufficiale, poi venduto digitalmente, quindi disponibile da metà maggio nei negozi, seguendo la logica di un disco aperto al confronto, che invita a ribellarsi e ad aprire le coscienze. Fin qui l'aprezzamento per la generosità del personaggio, poi arrivano la musica e i contenuti specifici e non tutto è miracoloso. Living With War è un'istantanea che paga proprio il prezzo della sua fretta: chitarre abrasive e fieramente elettriche, basso e batteria (Rick Rosas e Chad Cromwell, quelli di Freedom) ben piantati per terra, il sound che ne esce è un rock epico ma eccessivamente rimasticato, attaccato in modo maniacale ad un formula già sperimentata a sufficienza in passato. Alcune melodie restano toccanti (la tromba e il passo western di “Shock and Awe”, la dylaniana “Flags of Freedom”) e certi passaggi indicano senza dubbio una forza che da tempo non si riscontrava in un disco di Neil Young. Chi però ha sfoderato accostamenti con certe opere degli anni settanta (Tonigh't the Night, Rust Never Sleeps) oppure con il più vicino Ragged Glory mi pare abbia preso un abbaglio: le dinamiche dei Crazy horse non ci sono e la chitarra non lancia strali e assoli a profusione. È tutto più compatto e finalizzato al messaggio, con l'aggravante tuttavia che il mastodontico coro vocale piazzato in ogni canzone rende tutto troppo pesante, fino alla chiusura un po' retorica di “America the Beautiful”. 
Fabio Cerbone, Rootshighway


1971. Indignato per l’uccisione di quattro studenti universitari da parte della polizia, Neil Young sputa fuori l’instant song “Ohio”, rabbioso grido di protesta contro l’America di Nixon. Roba di più di trent’anni fa, quando il rock poteva – voleva? – se non cambiare il mondo come volevano gli hippies, quantomeno realmente incidere sull’opinione pubblica.
Una premessa necessaria per comprendere il senso dell’ultima, imprevedibile mossa del canadese: a neanche nove mesi da Prairie Wind, con Heart Of Gold, film-concerto di Jonathan Demme da poco arrivato sugli scaffali, ecco addirittura un instant record, registrato e mixato nel corso di appena tre giorni in aprile, subito diffuso in streaming e infine reso disponibile nei negozi a inizio maggio. Atto politico ancor prima che artistico, Living With War è l’urlo vomitato da chi ha accumulato delusione e insoddisfazione fino allo stremo: titoli come “Let’s Impeach The President”, “Looking For a Leader”, passaggi come “don’t need no more lies” o “ don’t need no stinking war” non lasciano spazio a dubbi di sorta.
Certo, di questi tempi un musicista schierato contro Bush è cosa piuttosto ordinaria (perfino Pink nel suo ultimo album ha “dedicato” un brano all’amato presidente), e alle nostre orecchie smaliziate - e disincantate - il tutto può suonare un po’ troppo naif e irrimediabilmente retorico. Tuttavia, Living With War colpisce nel segno, non tanto per la statura del personaggio in sé o per il suo valore musicale tout court, quanto per la valenza di atto politico - e mediatico - diretto, crudo e senza compromessi, come ancora non si era visto in tempi recenti; in questo il Young politicizzato di oggi si pone equidistante tra John Lennon (nell’immediatezza dei testi) e Bob Dylan (nella forma canzone, vedi anche la citazione esplicita in “Flags Of Freedom”). E pazienza se a livello strettamente musicale questo non verrà ricordato come un caposaldo della discografia del loner: basti dire che la forma è adeguata al contenuto (la veste elettrica dei brani e l’utilizzo di un coro di cento -!!! - voci riescono efficacemente a rendere i brani in ugual misura diretti, rabbiosi e solenni), e che la scrittura si pone idealmente a metà tra i momenti più accesi di Freedom (anche se qui, ahinoi, non c’è nessuna “Rockin’ In the Free World”) e le ballate soft di Broken Arrow e lo stesso Prairie Wind (qui però elettrificate, come “After The Garden” o “Families”).
Forse un po’ più di poesia e meno retorica senile (quella già assaporata in Greendale, per intenderci) sarebbe troppo per il Neil Young attuale, ma finché continua a mostrarsi tanto vivo, incazzato e presente, Dio - o chi per lui - ce lo conservi, così com’è.
Antonio Puglia, Sentire-Ascoltare


L’ennesimo contatto con la sofferenza dell’ormai sessantenne Neil Young (l’aneurisma che lo ha colpito nella primavera del 2005, ndr) ha isolato e contrapposto in modo più deciso due delle componenti principali del suo cosmo di supremo auteur rock. Da una parte continuiamo ad avere il loner acustico, quello di Prairie Wind, sempre più bisognoso di atmosfere rustiche e casalinghe. Dall’altra si fa avanti un bandleader più elettrificato, impegnato e rabbioso che mai. Living With War, il frutto di questo inedito progetto, è così totalmente proteso verso l’attualità della politica internazionale statunitense, orientata alla tenacia bellicista dell’amministrazione Bush-Rice. Una vera e propria presa di posizione politico-sociale che è realmente in grado di iniettare nuova carica (e nuovo senso, dopo il prolisso mega-concept di Greendale) al proverbiale feedback di Young.
Anzitutto c’è il titolo, sovrapponibile sintatticamente (e non solo) a Landing On Water. Quindi i retroscena di realizzazione, pure questi analoghi al (pessimo) disco del 1986: line-up ad hoc che esclude i Crazy Horse e adotta trombettista, sezione ritmica e addirittura un coro di un centinaio di voci, e altissima priorità compositiva e realizzativa (addirittura un instant record, se si pensa che la registrazione è durata appena tre giorni). In entrambi i casi c’è un messaggio di ribellione; in Landing sussisteva, tra le righe, un conguaglio a metà tra l’ipotesi di un disco anti-commerciale in risposta alle esigenze di Mr. Geffen e la malacopia di genere, Living è invece animato da un qualcosa di più assennato, da una maggiore coscienza civile e collettiva (la guerra, per l’appunto), da uno spirito di concept-album di ben altro spessore.
Infine, la tracklist: come per il degenerato predecessore, le tracce sono dieci. Ma anche qui lo spirito è chiaramente diverso. Dall’ attacca deciso di "After The Garden", un riff caldo e sporco, un folk-southern-fuzz che ingloba la batteria in seconda battuta e il refrain del coro trattato con levità alla fine della strofa, al toccante spiritual conclusivo di “America The Beautiful”, ciò che conta è soprattutto una gerarchia strumentale. In primis viene la chitarra di Young, il propulsore energetico di queste personali concertazioni di protesta. È questa a scodellare brani come il già citato “After The Garden”, o il dialogo esacerbato tra Young e il coro di “The Restless Consumer”, o “Lookin' For A Leader”, o l’anthem di “Shock And Awe”, il tutto con poche-minime divagazioni, ma anzi limitandosi a fornire un vibrante corredo accordale. Nella quasi dylaniana “Roger And Out”, la stessa chitarra riesce a far placare l’impeto della batteria e a far emergere l’ennesima reincarnazione del folksinger attivista.
Il coro, in ogni caso, svolge una parte non secondaria. “America The Beautiful”, come si diceva, è il punto di massima inversione gerarchica (tacciono tutti gli altri, Young compreso), in cui i cento cantanti (solisti compresi) sembrano tratteggiare l’inno nazionale statunitense con afflato pastorale. Prima ancora ci sono “Families”, cavalcata consapevole e sguardo commosso di Young dai risvolti gospel, e “Flags Of Freedom”, sua logica continuazione e ideale cerchio morale di condivisione con le altre due grandi voci americane: Dylan e Springsteen. La tromba di Tommy Bray, oltre a rafforzare questi momenti accorati, emerge anche e soprattutto nei registri eroici da inno civile. È il caso di “Shock And Awe” e della canzone più pubblicizzata (ma anche la meno interessante), “Let's Impeach The President”, con unisono tra Young, coro e tromba.
C’è ampio spazio alle critiche più disparate (la scoperta dell’acqua calda della guerra che ci accompagna giorno dopo giorno, l’ingenuità, la smania di demagogia, il punto di vista non perfettamente a fuoco), ma l’esasperazione e la spontaneità, così come dev’essere un semplice gesto di rivendicazione, sono fatte salve. Neil Young è vivo e lotta con il suo popolo. A modo suo, come sempre: una brutta bestia che prende la rincorsa dai requiem di “Like A Hurricane, “Sleeps With Angels” e “Tonight’s The Night”, finanche da “Barstool Blues” (Zuma, cfr.) e dalla seconda facciata di Rust Never Sleeps, lascia a casa i fronzoli, e va fino in fondo. Le analogie con Landing On Water non sono finite; ogni traccia dell’album sarà accompagnata da un videoclip, ma anche in questo caso non c’è il pericolo di retorica. Non ci sarà nessuno Young delirante conduttore-inviato di News inesistenti, ma crudi montaggi di servizi televisivi, a mettere le molteplici vie della tragedia quotidiana una a fianco dell’altra.
Michele Saran, Ondarock