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giovedì 23 settembre 2010

Intervista a Neil Young

di Massimo Cotto

NEW YORK, 1988
LOS ANGELES, 1984

Posso iniziare chiedendoti qualche delucidazione sul testo di "After The Goldrush"?
Volentieri, ma non otterresti risposta. Non so cosa significhi, quella canzone. Immagino di darti un dolore, perché succede ogni volta che confesso di non avere la più pallida idea del luogo da cui provengono quei versi. Ho scritto come un automa, senza pensare. Avevo molte cose in corpo e altrettante in mente, mi è impossibile razionalizzare. "After The Goldrush" è la dimostrazione della grandezza dell'arte, è come incontrare una donna bellissima e misteriosa: non sai niente di lei e lei non parla. Se parla, non sai se mente. Però la ami più di ogni altra cosa al mondo. E, un giorno, smetti di fare domande. Non ti interessa più la sua provenienza, chi ha amato, chi ha conosciuto, come ha vissuto. Sogni solo che rimanga con te tutta la vita. Perché questo ti basta.

Ogni tuo cambiamento sembra, oltre che la logica evoluzione di un artista, anche una strana sfida all'establishment e, in parte, anche ai vecchi fans di Neil Young. Nessuno si è buttato in mondi diversi, come hai fatto tu. Questi cambiamenti così radicali avvengono a livello inconscio o li cerchi deliberatamente?
Se fossi stato consapevole di quello che sarebbe nato di volta in volta avrei cercato di evitarlo, vista la reazione della gente ai miei ultimi prodotti. Semplicemente, ogni volta mi sentivo attirato da nuova musica e nuove direzioni. È difficile parlare del mio passato. Sono un attore frustrato che sogna di interpretare parti diverse. Credo sia il modo migliore per descrivermi. Mi dispiace che questo mio comportamento abbia provocato anche la frustrazione di altra gente. Ma ricordi Bobby Darin? Nel giro di quattro anni (in realtà poco più di un anno n.d.a.) passò da "Splish Splash" a "Queen Of The Hop" a "Make The Knife", tre canzoni totalmente diverse una dall'altra, ma egualmente belle. Io credo sia possibile muoversi in ambiti diversi e rimanere sempre un buon artista. Sarebbe stato più semplice far uscire un altro Harvest ogni quattro anni. Mi sento come un cane da caccia che ha continuato a girare in circolo. Ogni volta penso di aver finalmente trovato il mio posto. Dai tempi di Comes A Time e Rust Never Sleeps sto continuando a sperimentare nuove sensazioni, a battere nuove strade tramite approcci sempre differenti. Così ho puntualmente dato l'impressione di un musicista che vuole suonare più stili, ma, continuando a seguire la metafora del cane, stavo solo seguendo il mio istinto, il mio fiuto. Mi ritengo fortunato proprio perché mi sono quasi sempre divertito a fare ciò che volevo.

Quasi sempre?
Non mi sono divertito a registrare Tonight't The Night. La morte di Danny Whitten (membro dei Crazy Horse n.d.a.) aveva lasciato un profondo segno su di me e così quella di Bruce Berrie, un roadie di C.S.N.Y. Ero veramente giù in quel periodo e non riuscivo a venirne fuori. Penso che avesse qualcosa a che fare con l'intero establishment. Quando sei agli inizi della tua carriera cerchi di arrivare dove ti sei prefisso, e quando ci arrivi, a costo di mille sacrifici, ti rendi conto che non è come te l'eri immaginato. Io ho raggiunto una considerevole dose di successo in un lasso di tempo ragionevolmente breve, e mi sono ritrovato annientato da fatti che hanno lasciato un profondo segno su di me, tipo la morte di persone a me molto vicine come Danny. Rimanevo solo con me stesso, con quel feeling di vuoto che inevitabilmente si rifletteva sulle mie composizioni. Non cercavo di nascondere nulla di ciò che stava accadendo intorno a me.
Mi piace considerare Tonight's The Night come il lato oscuro e drammatico di This Note's For You.

Quali sono state le motivazioni che ti hanno spinto sulla strada del soul e rhythm and blues con This Note's For You?
L'idea dei Blue Notes è nata mentre ero impegnato nell'ultimo tour europeo, lo scorso anno e ha cominciato a concretizzarsi al mio ritorno negli States, quando iniziai un piccolo tour acustico. A un certo punto dello show, il palco si apriva e usciva un'atipica band: un roadie suonava il sax, Pancho (Frank Sampedro dei Crazy Horse n.d.a.) l'organo e via dicendo. Mi resi conto che mi divertivo di più a suonare quei tre o quattro brani blues che il resto dello show, che oramai non rappresentava più una sfida per me. Il materiale era stato troppo consumato negli ultimi due anni di tour e non accendeva più il mio entusiasmo. E anche quando, in un secondo momento, mi trovai ad ascoltare i nastri dei concerti, riuscivo solamente a sentire quella manciata di canzoni blues. Così cambiai il bassista e il batterista, formai una sezione di fiati di cinque elementi e mi rimisi sulla strada coi Blue Notes.

Sei sorpreso dalla reazione entusiasta all'ultimo disco da parte della stampa, che è tornata ad appoggiarti incondizionatamente?
Non sai mai cosa aspettarti dai giornalisti. Riescono sempre a sorprendermi ogni volta che pubblico un album. Nell'arco della mia carriera ho avuto da loro ogni possibile reazione, ogni possibile commento. Per questo cerco di non prenderli troppo sul serio. Non li prendevo sul serio quando mi facevano a pezzi, non sarebbe serio farlo ora che mi incensano. Non posso lasciarmi influenzare dalle loro opinioni proprio per il motivo che sono solo opinioni. E vengono dall'esterno, che è spesso il luogo meno adatto a giudicare. Ma sono sorpreso che This Note's For You sia stato accettato, perché due anni fa i giornalisti e la casa discografica avrebbero detto: "Una sezione di fiati? Ma questo non è Neil Young!" E mi avrebbero portato un'altra volta in tribunale, come nell'84, dopo Everybody's Rocking. 

Mi piacque molto la tua dichiarazione dopo aver appreso la notizia della denuncia da parte della Geffen: "Essere denunciato per non aver fatto un disco commerciale dopo vent'anni di carriera è meglio che vincere un Grammy". Non credo rientrasse nelle loro aspettative un Neil Young che faceva rockabilly.
Everybody's Rocking non è un album rockabilly. È old rock'n'roll, old pop rock'n'roll. Rockabilly è la musica che suonano gli Stray Cats, molto meno basata sul blues di quanto lo fosse quella di Everybody's Rocking. In quell'album c'era il rhythm and blues bianco con venature pop che andavano per la maggiore nei Fifties, ma nessuno se n'è accorto. Hanno continuato a chiamarlo rockabilly. Alla Geffen non furono molto soddisfatti delle vendite, ma forse dimenticavano che erano stati loro a spingermi a realizzare un disco del genere. Io avevo consegnato il primo Old Ways, completamente diverso da quello che è stato poi pubblicato anni dopo. Ritenevo che in quei nastri ci fosse materiale per un grande album. Non piacque a quelli della Geffen. Dissero: "Questi nastri ci spaventano. Perché non fai un album di rock'n'roll?" Così tornai a casa e cominciai a pensare al rock'n'roll di trent'anni fa. E nacque Everybody's Rocking, che considero il miglior disco che ho realizzato negli anni trascorsi alla Geffen.

Quale consideri il tuo miglior disco in assoluto?
Tonight's The Night. Se metti Tonight's The Night, Everybody's Rocking e This Note's For You uno in fila all'altro vedrai che c'è continuità, che è stato sviluppato, a distanza di anni, un certo discorso, che c'è un inizio, uno svolgimento e una temporanea fine. E la stessa cosa si può dire per Harvest, Comes A Time, e Old Ways in una direzione, e Everybody's Knows This Is Nowhere, Zuma, e Rust Never Sleeps in un'altra. C'è continuità nella mia carriera, c'è un sentiero. Il problema è che, a volte, non è molto facile da individuare.

In che misura pensi di aver mantenuto il contatto con i vecchi fan e di averne acquistati di nuovi?
Credo che una discreta percentuale di vecchi fan continui a comprare i miei dischi. Ma ce ne sono di giovanissimi che non erano neanche nati ai tempi dei Buffalo Springfield. E sono quest'ultimi a presentarsi ai concerti. I fan di mezz'età, i quarantenni non sono in grado - o non hanno voglia - di sopportare la corsa frenetica al biglietto. Verrebbero a vedermi solo se mi esibissi in luoghi di grande capienza, dove è possibile acquistare i biglietti un'ora prima dello spettacolo. È bello sentire il contatto coi più giovani. È la ragione per cui siamo qui.

In un tuo recente brano, "Hippie Dream", dicevi che "le navi di legno erano soltanto un sogno hippie". Non hai il timore, unendoti nuovamente a C.S.N., di salire su un'altra wooden ship?
Questo è il motivo per cui non andrò in tour con loro. Non sono pronti. In studio puoi catturare quei grandi momenti, metterli sul disco e dare l'illusione di essere ancora grandi. Ma il palcoscenico non può nascondere i brutti momenti. Ho passato gli ultimi anni a mettermi a posto fisicamente, a disintossicarmi. La mia vitalità è la prova che quei problemi appartengono al passato. Non voglio salire sul palco e far piangere la gente di nostalgia. Uno show di Crosby Stills Nash and Young, oggi come oggi, sarebbe pura nostalgia. 
La gente che accorrerebbe a vederci troverebbe dei quarantenni con pance enormi che hanno trascorso gli ultimi dodici anni davanti al televisore imbottiti di droga. Li vedrebbe lottare per due ore e mezzo per rimanere in piedi, come un pugile nel disperato tentativo di arrivare alla fine del combattimento per il titolo mondiale, li vedrebbe solo ammucchiare canzoni di cui magari non ricordano neanche tutte le parole. E cosa penserebbe la gente di loro e di se stessi, visto che si sono identificati con il gruppo per tanti anni? Non voglio mostrare queste cose al pubblico, non voglio che vedano C.S.N.Y. in quello stato.

Certo non sarebbe la stessa cosa che suonare coi Blue Notes. Sul palco l'intesa tra di voi è perfetta.
Quei ragazzi sono fantastici. Con loro il divertimento è sempre assicurato. E almeno loro sono sempre svegli al cento per cento durante l'intero arco dello show. Danno il meglio di sé, indipendentemente dalla risposta del pubblico, dalle dimensioni della sala o da quante persone sono intervenute. Alcuni di loro, non più di sei mesi fa, caricavano e scaricavano casse. Hanno tutti famiglia e questa è la loro grande occasione per pagare le bollette e comprare qualche nuovo vestito ai figli. Non che si diventi ricchi, perché suoniamo solamente in locali che contengono un migliaio di persone o poco più. Ma crediamo che questa sia la dimensione ideale per il tipo di musica che suoniamo. E se la richiesta è tanta possiamo sempre fare più show nella stessa città, come qui a New York dove replicheremo per quattro sere.

Suonare musica blues ti ha permesso di tirar fuori dal cassetto alcuni musicisti - chitarristi in particolare - che hai magari sempre ammirato, ma a cui difficilmente potevi ispirarti suonando country music?
Sì. Mi sono sempre piaciuti Jimmy Reed, Bobby Blue Bland, John Lee Hooker, Little Walter e la sua armonica, Paul Butterfield, Steve Cotton Band, Mike Bloomfield. Jimmy Reed è il più grande di tutti, comunque.

Dovrebbero anche essere aumentate le opportunità di sbizzarrirti con la chitarra.
Oh, certo. Quando suonavo country, il sound era sorretto da violino e steel guitar e non esistevano tanti spazi per la mia chitarra. Ma nei momenti di relax, quando prendevo una chitarra in mano, suonavo sempre canzoni blues. A casa o sul bus, magari dopo un concerto country di due ore. Mi mettevo comodo sul sedile, guardavo fuori dal finestrino e, anziché cantare "Cinnamon Girl", mi lanciavo nei classici del blues. 

Tuo padre ha scritto un libro su di te. Ti è capitato di leggerlo?
Sì. La parte che mi ha affascinato maggiormente è stata quella in cui mio padre descrive i sentimenti, le sensazioni dei miei genitori quando ero piccolo, la loro reazione quando venni colpito dalla poliomielite. È stato bello leggere le stesse paure, le stesse preoccupazioni che nutro io nei confronti dei miei bambini.

I Sixties erano gli anni dell'Idealismo, gli Eighties sono gli anni del Realismo. Questa differente connotazione può avere alterato il tuo meccanismo compositivo?
È possibile. Credo di essere più realista di un tempo, anche se conservo tuttora alcuni ideali e convinzioni di ciò che costituirebbe un miglioramento per il mondo. La mia anima è sempre la stessa. È cambiato il corpo. Oggi ho molte cicatrici in più di vent'anni fa. Alcune ferite si rimarginano, altre no. E credo lo si possa constatare nelle mie canzoni: oggi ho un rapporto molto più sereno con la mia famiglia e con la mia musica, e posso trattare argomenti che un tempo non avrei mai pensato di affrontare.

Le tue love song non sono così disperate e malinconiche come nei Sixties.
Credo di aver esplorato entrambi i lati del rapporto con una donna, quello felice e sereno e quello disperato e triste. Tutto dipende dai periodi. Certi anni sono migliori di altri. Le canzoni dei Blue Notes riguardano quasi esclusivamente l'universo femminile: relazioni, party, vita di strada?

"This Note's For You" è una canzone in un certo senso idealista: "Non voglio soldi/Non canto per la Pepsi/Non canto per la Coca Cola/Per Miller Bud o Spuds/O per i politici/Non canterò per nessuno/Questa nota è per voi". Combattere le sponsorizzazioni non è un po' lottare contro i mulini a vento?
È idealismo. Io ho dovuto cantare alle Budweiser Concert Series perché avevano raggiunto un accordo con il mio promoter e non c'era verso di tirarsi indietro. I soldi li hanno dati al promoter e così lui ha potuto pagare noi musicisti, ma io non ho fatto patti in prima persona con la Budweiser. Bevo Budweiser, ma non è il caso che sponsorizzi anche i miei concerti. Non ho intenzione di criticare chi accetta una situazione del genere, ma voglio salvaguardare il mio rapporto col pubblico. Ho una lunga relazione con la mia audience, e non voglio che niente e nessuno si frapponga. Se devono mandarmi vaffanculo, voglio che sia per la mia musica, non per le mie decisioni. Non voglio che la gente immagini che qualcuno ha comprato la mia musica, impresso il proprio marchio e poi offerto l'insieme a un pubblico. Perché questo è il rischio che si corre. Hanno comprato tutti i posti dove posso suonare e stanno diventando pericolosi. Il più grande sogno di un bambino degli anni Ottanta è partecipare a uno spot televisivo di una marca di birra. Era necessario far sapere alla gente che non ero d'accordo.

Quando hai composto quella canzone? 
Sette mesi fa, ottobre o novembre dello scorso anno. L'ho suonata per la prima volta all'ultimo Farm Aid. Ero rimasto sbalordito nel vedere i cartelloni che annunciavano Miller High Life Concert Series presents Neil Young and the Crazy Horse, dove il mio nome era scritto con gli stessi caratteri e aveva la stessa altezza della birra. E io non ne ero a conoscenza. Non sapevo neanche esistesse una serie di concerti sponsorizzata dalla Miller. Rimasi disgustato dal loro modo di presentare le cose. Pensai: "Questo sembra ciò che non è". Posso ancora comprendere i musicisti che girano spot pubblicitari per le grosse compagnie. Ma loro cercano solo di sfruttare il rock'n'roll per vendere i loro prodotti, senza preoccuparsi di noi. Potrebbero almeno aiutare chi ha bisogno. Anche noi artisti dovremmo devolvere parte del costo del biglietto a un'organizzazione per i senzatetto, per gli affamati, visto che il governo non ci arriva. Dovrebbero aprire, che so? un Budweiser Center For The Homeless a Manhattan.

Questo è idealismo stile Sixties?
L'idealismo è scomparso nel pubblico, nella gente, non negli artisti. È l'audience che decide i cambiamenti sociali, non certo il musicista. I musicisti non possono far altro che cantare le loro canzoni. È la risposta della gente a fare la differenza, a far crescere nuovi fermenti. Nei Sixties ognuno era convinto che si potesse cambiare il mondo. Poi è arrivata la delusione, e dopo ancora la disillusione. 
Oggi esiste un numero impressionante di intossicati d'alcol e droga che negli anni Sessanta erano hippies e adesso si trovano in clinica per farsi curare. Gli hippies di allora sono o drogati e alcolizzati o avvocati e liberi professionisti. Questo non era il domani che gli hippies si attendevano, che tutti ci attendevamo - professionisti o drogati. Essenzialmente perché nei Sixties nessuno pensava al domani. Il credo di allora diceva: pace, amore, musica e nirvana, deponiamo le armi e non preoccupiamoci di nulla, tutto andrà a posto da solo. Non è stato così.

Quando un movimento, una corrente di pensiero così notevole come quelle dei Sixties si dissolve, la paura più grande da combattere diventa quella di non riuscire più a convincere la gente che qualcosa può ancora cambiare.
Se perdi la speranza sei finito, ma io credo che un grosso cambiamento potrà avvenire solo quando il mondo si sentirà minacciato da qualcosa che proviene dall'esterno. Non parlo di sconvolgimenti scientifici o di esseri da un altro pianeta. Ma la mia sensazione è che un Paese ritrovi la propria unità solo quando si sente minacciato da un altro Paese.

Lasciamo il passato e parliamo del futuro prossimo: le elezioni presidenziali.
Spero che non vinca George Bush. Lo odio. Jesse Jackson è l'unico che potrebbe davvero cambiare le cose in questo Paese. Proprio l'altra sera, prima di addormentarmi, mi sono sorpreso a chiedermi: "Chissà che cosa starà facendo Jesse Jackson? Starà dormendo, guardando la televisione, fumandosi una sigaretta? Chissà se avverte la responsabilità di essere l'unico dei candidati che può cambiar faccia all'America?" Il suo metodo porterebbe dei benefici ai senzatetto, alle fasce sociali meno agiate. In questo Paese l'assistenza sociale è inesistente. Hanno provato in molti modi a farla funzionare, inutilmente. E il problema sta raggiungendo dimensioni insopportabili. Il sistema di Jackson potrebbe rappresentare una sfida all'indifferenza.  Il pericolo maggiore che deriverebbe dall'elezione di Jesse Jackson è la sua vulnerabilità. Jackson è il più vulnerabile dei candidati. Dovesse malauguratamente succedere qualcosa di grave, l'opinione pubblica si spezzerebbe immediatamente in due, con gravi rischi in politica estera. Ma Dukakis non porterebbe alcun cambiamento. Sarebbe business as usual.

Un artista con una carriera ultraventennale alle spalle conserva ancora sogni nel cassetto?
Oh, sì. Avevo un vecchio progetto. Sei mesi fa proposi a Dylan di incidere un album alla maniera delle big band di una volta, in giro per le stazioni radiofoniche americane. Volevo portarlo a Chicago, New York, Minneapolis, Atlanta, Miami? e farlo incidere in quelle grandi sale che certe emittenti hanno a disposizione e che utilizzavano per registrare le big band. Due soli microfoni: uno per la band e uno per il cantante. Una sola registrazione per ogni brano. Avrei privilegiato i pezzi da crooner.

Come reagì Dylan?
Mi guardava fisso. Disse che non gli sembrava una brutta idea. E poi vorrei produrre Frank Sinatra.

Siamo seri.
Sono serissimo. Frank Sinatra è un grande artista che potrebbe incidere un ottimo album di musica contemporanea. Sono sicuro che prima o poi ce la farò.

Cosa ti attira nel produrre Sinatra?
Sono molte le persone in grado di produrre un nuovo talento - come Tracy Chapman, ad esempio, l'artista più significativa emersa negli ultimi anni. Il mio lavoro con Sinatra sarebbe invece unico. Frank ha ancora una grande voce e potrebbe cantare molti dei miei brani. Se accetta la mia proposta potrà scegliere le canzoni che preferisce. Se David Lee Roth può cantare Frank Sinatra perché Frank Sinatra non può cantare Neil Young?