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Terzo album in appena quattro anni, il nuovo sofisticato lavoro del membro più anziano di CSN&Y è un'altra prova della sua ritrovata creatività.

giovedì 23 settembre 2010

Le Noise - Rassegna Stampa (pt.1)


Nel nuovo Le Noise, Neil rimette al centro il suo strumento favorito di sempre e regala un album complesso e illuminante.
Sempre di suono si tratta. Soprattutto di suono. Non tanto di composizioni. Neil Young incontra per la prima volta Daniel Lanois dietro un mixer. Ed è pura ricerca sonica. Non poteva essere diversamente. Pensate a quell'altro meraviglioso mammut che si chiama Bob Dylan e a quel suo capolavoro che è Oh Mercy: musica del Delta rivissuta attraverso lo sguardo onirico di Daniel. La tradizione che si trasforma in un'astrazione senza tempo. Un capolavoro. Dunque, Neil, solo soletto, entra nello studio di registrazione domestico di Lanois, a Los Angeles, e mette otto nuove composizioni nelle mani del produttore. Sono canzoni per chitarra sola. Ma l'idea che vi state facendo (un ritorno alle origini, evviva!) è sbagliata. Non country, non folk. C'è tutto questo, ma non secondo gli schemi classici. Siamo più dalle parti di Weld e del suo gemello terrorista Arc, registrati live durante il tour con i Sonic Youth di spalla, anno 1991. nel senso di progetto musicale forte, non per il risultato. In quel caso c'era la pressione dei primi bombardamenti su Baghdad, l'idea di riproporre attraverso feedback esasperati, il sibilo di un missile, l'esplosione.
Qui, forse, nei testi c'è un'apertura, un filo di speranza (in “Rumblin'”, che chiude l'album, Neil dice: “Soffia un vento nuovo, non lo senti?”). E quando parla di “terra delle opportunità” (in “Hitchhiker”) il sottotesto è amaro. Ma Young non illumina con le parole, con il suono sì, sempre o quasi. Mai sazio, mai fermo. Ed è lì la sua grandezza, anche in Le Noise: lui e la sua chitarra, elettrica per lo più, il suono delle corde che passa attraverso le mille macchine di Lanois, che si fa riverbero, che perde quota, a un passo dalla stecca mentre la voce di Neil viene doppiata, pure lei filtrata e diventa un loop ipnotico, un controcanto sintetico e antico insieme. Un lavoro di apertura di spazi, attraverso infinite alterazioni di suono. Una sorta di pressapochismo nel risultato finale che è, invece, raffinata, caparbia ricerca musicale.
“Angry World”, al centro del lavoro, è paradigmatica: quella voce che accentua le sue fragilità e che sembra ubriacare i feedback, quegli echi ce arrivano da lontano, un effetto lo-fi a riprendersi quello che Dinosaur Jr. e fratelli hanno conservato vivo negli anni. Solo in due casi, negli accordi spagnoleggianti di “Love And War”, e nella classicità, questa sì così younghiana, di “Peaceful Valley Boulevard”, il suono torna cristallino. Oltreoceano, in questi tempi, si propagano fonti di pura energia attraverso grandi dischi come gli ultimi Arcade Fire, Deerhunter, Of Montreal. E attraverso Young, con questo suo “a parte”.
Franco Capacchione, Rolling Stone Italia


L'ennesima sfida vinta: un disco per voce e chitarra (per lo più elettrica) con le affascinanti ambientazioni sonore di Lanois. Intimo, cupo spiazzante.
Se il “bisonte” sapesse in quali condizioni vengono fatti ascoltare i suoi album, probabilmente si scomoderebbe di persona per impartire qualche sonoro cazziatone. Gentilezze a parte, al termine del nostro unico ascolto ci troviamo nella situazione grottesca di scoprire che certe “pernacchie” sospette, provenienti dalle casse, non sono frutto delle diavolerie del produttore, ma dei woofer cotti e mangiati. L'ascolto in una situazione non ottimale è comunque sufficiente per cogliere che il nuovo album di Neil Young, frutto della collaborazione con Daniel Lanois, è l'ennesimo capitolo a parte e una nuova sfida vinta. Lo spirito guida è sempre lo stesso e lo parafrasiamo in questo modo: per restare vivo, il rock and roll (e lo stesso Young) deve reinventarsi; perciò meglio darlo alle fiamme che vederlo svanire nell'eutanasia della ripetitività. Pur essendo un lavoro fortemente caratterizzato dalla produzione, le canzoni ci sono, ma senza basi ritmiche e celate da un cumulo di suoni potenti. Una violenza d'impatto che disegna immagini cupe e apocalittiche, con cui Neil Young cerca di delineare anche un nuovo paradigma, ben sintetizzato nella frase che egli stesso ha pensato per le magliette vendute durante il tour estivo nel quale alcune di queste canzoni sono state presentate in anteprima: “I said solo, they said acoustic”. È un disco solitario, cantautoriale, intimo e accorato; ma denso di suoni in 3D, paradossalmente più corposi che in certi suoi album plugged con i Crazy Horse, e di quelli dell'opaco Mirror Ball con i Pearl Jam. Young si diverte coi suoi più amati giocattoli (la White Falcon e la Old Black); dall'altra parte del vetro, un Lanois irriconoscibile conferisce al songwriting una timbrica poderosa, scaturita da processi di phase e manipolazioni elettroniche. Nessun overdub, ma molti effetti. Due sciamani sintonizzati su differenti abilità tecniche: l'inconfondibile tocco younghiano, moltiplicatore di emozioni, incontra mani che, a memoria sul mixer, ne dipingono una nuova visione. Contrariamente al suo solito, stavolta Lanois non ha toccato uno strumento, intervenendo esclusivamente sulle chitarre suonate da Neil Young e contribuendo dal banco a edificare questa cattedrale sonora (bellissima, in questo senso, la copertina dell'album, che ritrae il bisonte in controluce sotto il tempietto della villa californiana di Lanois dove le canzoni sono state registrate e hanno preso corpo). Per descrivere questo disco occorrerebbe davvero “ballare d'architettura”.
L'impatto è granitico: i riff incendiari e le tonalità basse, in riverbero, della claudicante “Walk With Me” riempiono l'aria. In “Sign Of Love” gli effetti elettronici sono anche più evidenti, ma non tolgono quel senso di liberazione che si comincia a respirare, tipico dei suoi dischi in solitaria. Il primo pensiero ascoltando “Rescue You”, è che Neil Young abbia voluto estrarre il meglio e il peggio del suono chitarristico, da sempre anima del rock di ogni declinazione. Delle 8 canzoni, sono però i due episodi “acustici” a innalzare il livello di songwriting: “Love And War”, dall'originale fraseggio che richiama il folk inglese e anche qualcosa di ispanico, in cui una voce struggente esprime il personale dolore per chi non ha saputo comprendere l'autenticità del suo impegno contro la guerra; “Peaceful Valley Boulevard”, climax dell'album e tra le sue migliori canzoni di sempre, dal cui testo affiora quell'America vista con uno sguardo unico, coerente e personale: dalla corsa all'oro, ai disastri ecologici, passando per gli spari di “Powderfinger”. Altro brano molto interessante è “Hitchhiker”, un viaggio a ritroso tra le proprie escursioni da junkie, che prende di peso il bellissimo ritornello di “Like An Inca” (Trans, 1982). Gli altri episodi (la conclusiva “Rumblin'” su tutti) concorrono alla riuscita dell'operazione, che entusiasmerà i fedelissimi e spiazzerà ancora una volta i frequentatori non abituali, soprattutto perché si tratta di un lavoro dall'indiscutibile fascino spiazzante, ma enigmatico e non immediatamente assimilabile. Non stiamo comunque parlando di un disco di puro noise e feedback (come fu Arc del 1991), ma di canzoni in piena regola. Un consiglio: rimandate comunque l'acquisto di un paio di mesi, quando dovrebbe uscire la versione con allegato il dvd contenente i filmati delle session. 
Pier Angelo Cantù, Jam 2010

Dopo un disco bruttino (Fork In The Road) era lecito attendersi un bel disco.
Non un capolavoro, ma un bel disco.
E Young ci è riuscito, sfiorando il capolavoro in un paio di episodi (“Love And War” e “The Hitchhiker”).
Per la prima volta è entrato in studio assieme a Daniel Lanois, in veste di produttore ma anche di polistrumentista.
Young è una forza della natura e, da solo, è in grado di fare cose epiche.
E con Lanois le ha fatte: ci sono almeno quattro canzoni di questo disco che sono tra le cose più belle del canadese, mentre altre sono degli esperimenti, però mai fini a sé stessi.
Ci vuole coraggio, ma a Neil non manca di certo, per fare quello che ha fatto lui.
Le Noise è un disco inatteso, bello, lucido, profondo, ma inatteso.
È difficile pensare che uno vada in studio per fare certe cose quando potrebbe sedere sugli alllori e fare le solite cose: ma a questo punto non si chiamerebbe Neil Young.
Neil ci ha abituato ad alti e bassi, vedi il recente Fork In The Road, più svogliato che brutto, inciso troppo di fretta, ma qui sfiora, in alcune canzoni, la perfezione.
Young è un egocentrico, Lanois pure: Le Noise è il risultato dell'incontro di due personaggi fuori dal comune.
Young suona l'elettrica e canta con voce tesa, malinconica, triste oppure grintosa, Lanois riempie il disco di rumori, rendendo il tutto più intrigante: il pampleth funziona, i rumori si attaccano alla Gretsch del canadese, che frigge ed urla come non mai.
Vi dico subito che il disco lo dovete ascoltare diverse volte, prima di giudicarlo.
Al primo ascolto ero parzialmente negativo, poi l'ho lasciato crescere e non solo mi piace, ma continuo ad ascoltarlo.
Si doveva intitolare Twisted Road, invece Lanois ha insistito così tanto che adesso il titolo è Le Noise: Twisted Road è più younghiano, ma Le Noise definisce alla perfezione il contenuto.
“Walk With Me” è tenebrosa ma piena di fascino: un urlo nella notte, con una chitarra sferragliante dietro alla voce.
Neil parte con una chitarra dura, usa un eco sul ritornello e, quando dovrebbe entrare una batteria, ecco Lanois coi suoi rumori, le sue mattanze elettroniche, le sue divagazioni strumentali.
Spiazzante.
Se Neil Young avesse voluto usare questa canzone per qualche film, gli avremmo consigliato The Road, quello tratto da Cormac McCarthy.
“Walk With Me” rappresenta al meglio quello che ci attende ed il ritornello diventa quasi orecchiabile.
Nel suo Twisted Road tour di questo anno, Young ha presentato quasi tutto il disco (lo su può ascoltare su You Tube) e “Walk With Me” fa proprio una bella scena.
“Sign Of Love” è una classica ballata alla Neil Young, ha una parte melodica coinvolgente ma affoga, in positivo, nel marasma di suoni della coppia: Young canta con voce distesa, Lanois fa il resto, assieme alla chitarra del Loner.
“Someone's Gonna Rescue You” è cantata quasi in falsetto e ricorda vagamente “Tonight Is The Night”.
Ha un interessante cambio melodico che dà più forza alla struttura della canzone, mentre Lanois è meno insistente, rispetto alle prime due canzoni.
“Love And War” è una delle più belle: prima di tutto è acustica, senza Lanois, e la melodia esce alla scoperto limpida.
Classica composizione del nostro, ha un testo amaro ed autobiografico, dove la parola amore è seguita da guerra, ma piace sin dal primo ascolto.
È la prima canzone che vi permette di entrare decisamente nel disco: ascoltatela, poi ripartite dall'inizio.
Young è un grande autore e, ancora adesso, è in grado di scrivere canzoni che ti lasciano a bocca aperta: la sua vena è ben lungi dall'essere inaridita.
“Angry World” ha un intro elettrico, subito a contatto coi suoni di Lanois.
La voce è un po' filtrata, ma la canzone c'è: bello il ritornello, notevole il contorno che, sembra un controsenso, aiuta il brano a crescere ulteriormente.
“The Hitchhiker” è il brano più rock del disco e, come nel caso di “Love And War”, ci troviamo di fronte ad una grande canzone.
Una canzone epica che, dal vivo, fa furore: le vedrei bene con una ritmica dietro alla voce, diventerebbe ancora più travolgente.
“The Hitchhiker” ha un potenziale straordinario ed un ritornello splendido.
La chitarra di Neil macina note e la canzone cresce, cresce, cresce.
Intro possente, chitarra vibrante, la canzone è bella e forte, tesa e diretta ed i suoni di Lanois stanno benissimo, “Peaceful Valley Boulevard” è la più lunga, supera i sette minuti.
È acustica, non ha i rumori di Lanois, ma più la si ascolta, più ci coinvolge, ci affascina: ballata dalla struttura narrativa, rappresenta un viaggio epico nella frontiera americana.
Chiude “Rumblin'”.
Intro rumoristico, la canzone inizia in modo diseguale, ma poi esce allo scoperto l'autore ed il brano migliora.
Degna conclusione, forte e decisa, di un disco anomalo, diverso da qualunque cosa avete sentito sino ad oggi, ma decisamente affascinante. 
Paolo Carù, Buscadero 2010


Neil Young è un genio. E lo è Daniel Lanois. E capita che due grandi teste pensanti facciano musica assieme, ma non è per niente scontato che il risultato sia maggiore della somma delle parti, come dovrebbe essere in teoria.
Invece, per Le Noise il miracolo della musica si avvera: Neil Young prodotto da Daniel Lanois. Il suono e le canzoni di Young ci sono e sono riconoscibili. La produzione stratificata di Lanois, pure. Ma c’è molto di più. C’è un grande artista che a 65 anni suonati si rimette in gioco su più fronti.
Young ha un passato da luddista antitecnologico: ricordate i dischi degli anni ’70 – su tutti On The Beach – mai pubblicati in CD, come protesta al freddo digitale? Le Noise è un disco antitecnologico, ma in un altro modo: è la miglior sfida all’iPod che possiate trovare in giro. Fin dal titolo, che ammicca al cognome del produttore, ma che in realtà allude agli strati e strati di suono, agli effetti e colori con cui sono trattati le voci e le chitarre elettriche che sono spesso gli unici elementi delle canzoni. Tutto per gentile concessione dell’altro canadese, Lanois. E tutto difficile da ascoltare con le cuffiette bianche, rippato e compresso in mp3. Certo che lo potete fare, ma vi perdete tutto il divertimento, a partire dal riverbero sull’iniziale “Walk With Me”, al suono delle corde metaliche di un’acustica su “Love And War”, o i paesaggi sonori di “Angry World”, con la voce di Young messa in eco in sottofondo. Ascoltato a bassa definizione, questo disco perde la sua profondità.
Poi, siccome Young è Young – per dire, uno che da qualche tempo si è messo a scrivere sulla sua bacheca su Facebook – il disco esce in una versione iper-tecnologica in Blu-ray, e ci sarà anche un’App per iPhone e iPad con una versione interattiva e “aumentata” del disco. Giusto che non si dica che lui, che fino a qualche tempo fa prendeva in giro la mela con le cuffie, non vede il mondo che cambia. Solo che lo usa a modo suo, senza farsi usare.
Ma sono dettagli, perché il vero centro di tutto è la musica. Ricordate quando Paul Simon lavorò con Brian Eno? Ne venne fuori un disco due identità sonore sovrapposte, che non si toccavano mai, rimanendo distanti. Invece, in Le Noise, Lanois è riuscito a prendere il suono di Neil Young, il suo modo di scrivere canzoni e interpretandolo, dandogli nuovi vestiti senza snaturarlo. Young, da par suo, ha fatto un disco per voce e chitarre elettriche, con canzoni forti, dalle parole caustiche (come in “Angry World”: “Certa gente vede il mondo come un business plan”), o riflessive sul proprio passato (“Hitchhiker”). Insomma, l’avrete capito: un piccolo grande gioiello, una lezione. Fatevi un favore: non scaricate questo disco, compratelo in CD e ascoltatelo su un buono stereo, o con un buon paio di cuffie. 
Gianni Sibilla, rockol.it