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Neil Young + Promise Of The Real - The Visitor

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David Crosby - Sky Trails

Terzo album in appena quattro anni, il nuovo sofisticato lavoro del membro più anziano di CSN&Y è un'altra prova della sua ritrovata creatività.

venerdì 8 giugno 2012

Americana - Rassegna Stampa (pt.1)


Andare a recuperare le radici della propria tradizione musicale. Fare il punto. Si guarda al passato per paura, nostalgia, mancanza di ispirazione? Anni fa Bob Dylan creò due album meravigliosi: solo chitarra e armonica per ripercorrere in bella solitudine composizioni di folk classico. Lui che aveva iniziato la sua carriera scrivendo in proprio pezzi alla maniera di... I due lavori si chiamano Good as I Been to You e World Gone Wrong. Li realizzò in un momento storico significativo: il passaggio di testimone alla presidenza degli Stati Uniti tra George W. Bush e Bill Clinton. Era un guardate-come-eravamo o un guardate-cosa-siamo-diventati?
Anche Neil Young va a ripescare nel passato, nella tradizione folk, con veri classici e altre cosette meno conosciute, d’origine addirittura ottocentesca o “solo” dello scorso secolo. Per farlo, richiama a rapporto gli scostumatissimi Crazy Horse dopo nove anni (l’ultima volta era stata per la meravigliosa bizzarria di Greendale, a sua volta un affondo nella tradizione letteraria classica statunitense, Thornton Wilder, Sherwood Anderson e le loro storie di provincia). Lo fa a un passo dalle elezioni presidenziali del prossimo novembre: ancora Obama o ritorno dei repubblicani? Un nuovo momento di passaggio che cade in una fase dove impera una generale “irata sensazione di peggioramento”. Ancora una volta, un grande artista sembra dire: ecco, questo è quello che siamo (stati), che abbiamo vissuto: possiamo ripartire da qui?
Come aveva fatto per Greendale, Young crea intorno al suono un immaginario visivo attraverso una serie di video che assemblano splendide immagini di repertorio e ci parlano della Grande Depressione, della ricerca dell’oro, della nascita di una nazione. Visioni perfette per accompagnare, per esempio, la versione elettrica, ubriaca con controcanti maleducati, da saloon, di “Oh Susannah” che apre l’album e che un amico con orecchio fino trova in perfetta consonanza con “Venus” degli Shoking Blue. Resta che è un pezzo straordinario per mettere subito le carte in tavola, per identificare un lavoro complessivo tesissimo, che parte con strutture aperte, pezzi che hanno il sapore dell’improvvisazione, per arrivare, traccia dopo traccia, a una definizione sempre maggiore, a una costruzione chiusa in sé, del suono e dell’interagire degli strumenti. La prima chitarra acustica appare nel penultimo pezzo, “Wayfarin’ Stranger”. Per il resto, sono cavalcate furiose, materia storica plasmata da una sapienza punk per urgenza dei toni ed essenzialità dei suoni (chitarre, basso, batteria e violino qui e là con effetto distorto). Ha il piglio della narrazione quest’opera che è indivisibile e parla di spostamenti, quelli raccontati da Steinbeck, non turistici, ma per necessità. “God Save the Queen” chiude, una marcia acciaccata. La nostra.
Franco Capacchione, rollingstonemagazine.it

Non ci sono dubbi sul genuino sentimento patriottico di un vecchio hippie come Neil Young, che in celebrazione del Memorial Day americano, l'altro ieri, affidava l'apertura del suo sito Internet ad "America The Beautiful" nella versione registrata per il suo controverso disco di protesta Living With War (2006). Il nuovo Americana, antologia di canzoni popolari radicate nella tradizione della confederazione (ma anche di antica origine britannica, e persino scandinava) riparte da lì, o forse da molto più indietro: ad esempio dalla sferragliante "Farmer John" di Don and Dewey e da quell'album del 1990, Ragged Glory, inciso con i Crazy Horse che qui tornano al gran completo a sedici anni di distanza da Broken Arrow (Greendale, nel 2003, faceva a meno dell'apporto del chitarrista Frank "Poncho" Sampedro, che si riunì alla gang in occasione del tour successivo).
Chi conosce il suono sporco, polveroso e "rugginoso" di quella band sa che cosa aspettarsi: folk rock corretto garage, un vecchio motore a scoppio incrostato e sputacchiante che ci mette il suo tempo a ingranare (gli accordi e i suoni di assestamento che aprono il disco) e poi si mette a macinare chilometri (gli implacabili otto minuti di "Tom Dula", quasi una jam psichedelica). Che Young abbia deciso di tirar fuori l'artiglieria pesante per rileggere canzoni che appartengono ai suoi (e in parte anche nostri) ricordi d'infanzia la dice lunga sul suo amore per il rock and roll e sul suo spirito, anche involontariamente, anticonformista. "Oh Susannah", "Clementine" e "God Save The Queen" (proprio l'inno inglese, che qui trova accoglienza perché parte della cultura fondante della nazione americana) sono come non le avete mai ascoltate prima: squassate da lancinanti chitarre in feedback e da ritmi tambureggianti che più che a filastrocche da saggio scolastico fanno pensare a "Down By The River" e a "Cortez The Killer", a dispetto di qualche contrappunto corale (un tratto ricorrente dell'ultima produzione) e di testi piantati nell'immaginario collettivo, adattati - secondo il più consueto e ortodosso dei processi di rigenerazione della musica folk - a melodie create ex nove o pescate in qualche altro serbatoio (e pazienza se non sempre l'accostamento è convincente).
Neil e i suoi desperados riconoscono e accreditano le loro fonti di ispirazione, Odetta e Tim Rose, Burl Ives e Billy Ed Wheeler, ma anche gli Squires con cui nel 1963 il canadese appena diciottenne muoveva i primi incerti passi nel music business. E sembrano divertirsi un mondo a scompaginare le carte seguendo l'intuizione del momento: ascoltateli conversare e ridacchiare in coda a quelle takes che immaginiamo da "buona la prima", sentite Neil commentare compiaciuto la buona riuscita del groove inedito scovato per "Oh Susannah".
Molta parte di quel repertorio è noto ai fan del folk, del rock e del folk-rock: ognuno ricorderà una sua versione di "Wayfarin' Stranger" e di "This Land Is Your Land" (il classicissimo di Woody Guthrie è forse il pezzo più prevedibile della raccolta), molti avranno impressa in mente la "Gallows Pole" dei Led Zeppelin del terzo album e qualcuno rammenterà la "High Flyin' Bird" dei Jefferson Airplane immortalata anche dalla cinepresa di D.A. Pennebaker per Monterey Pop. Beh, scordatevele, perché qui siamo su un altro piano: i Crazy Horse sono al tempo stesso più tradizionalisti e più iconoclasti, quel materiale lo rispettano e al tempo stesso lo maltrattano con assoluta noncuranza. Recuperano gli aspetti più sinistri e inquietanti di nenie apparentemente innocue ("Clementine", storia di un amore paterno o passionale?), affondano il coltello nella piaga di tenebrose murder ballads (un classico del folk, il genere più sanguinolento della storia della musica), snocciolano riff e cori ossessivi ("Oh Susannah", "Tom Dula"), e poi riesumano vecchi spiritual ("Jesus' Chariot"), cavalli di battaglia della musica country ("Travel On" di Billy Wayne Grammer) e hits doo woop di fine anni Cinquanta ("Get A Job" numero uno per i Silhouettes nel '58), reclutando le voci di Pegi Young e di Stephen Stills per la rilettura di "This land is your land".
Sono canzoni che "rappresentano un'America che potrebbe non esistere ancora molto a lungo", ma che spesso, a duecento anni di distanza, conservano un'attualità scioccante. Young non le accosta con lo spirito dell'archeomusicologo, ma con quello sfrontato candore punk che è connaturato alla sua persona. Per rivisitare, una volta ancora, la Vecchia America dei bisonti e delle praterie, della frontiera, della ferrovia e dei pellerossa che difendono la terra dall'uomo bianco, mettendosi dalla parte di chi sta per soccombere. Cavalcando una Locomobile al posto del puledro (nella suggestiva immagine di copertina, uno scatto del 1975 in cui la sua faccia e quelle dei Crazy Horse sono sovraimposte a una foto di Geronimo di settant'anni prima), sostituendo arco e frecce con una chitarra/carabina che spara ancora riff a ripetizione. Sulla scena rock è rimasto l'ultimo degli Apache, un'icona vivente che ricorda all'America il suo passato e il suo presente, le glorie e gli orrori, i suoi inferni e i suoi paradisi terrestri. Un epigono di Frederic Remington e di Ansel Adams, capace di ritrarre i grandi paesaggi e la psiche di una nazione come pochi altri, con un tocco naif, nostalgico e immancabilmente struggente.
Alfredo Marziano, rockol.it

Le radici di Neil Young. Nell'ultimo cd butta all'aria le canzoni dell'epopea Usa

Attacca la sua elettrica sferragliante assieme al portento dei suoi rinati Crazy Horse e parte subito in assolo, lasciando l'ascoltatore di stucco. Dove vuol parare quel matto di Neil Young? Pare sistemare l'accordatura per partire su un'infinita jam session, quando compaiono i cori maschili, all'unisono, che intonano “Oh Suzannah”. Somiglia troppo a “Venus” delle Bananarama ma a sentir bene è proprio una versione, quasi irriconoscibile, del classico del folk americano: «Susanna, non piangere per me / vengo dall'Arizona col mio banjo sulle ginocchia». Americana è un titolo importante per un album, anche se si tratta di un album di Neil Young, il suo trentaquattresimo e il primo con i Crazy Horse al gran completo dopo 16 anni. Ma zio Neil non sente il tempo e neppure troppo le responsabilità e se ne frega di evocare un'operazione alla Bruce Springsteen (ricordate le Seeger Sessions?), anzi, butta all'aria la filologia e si diverte come un matto con un tributo tutto suo al canzoniere a stelle e strisce, un tributo sinceramente patriottico, di un patriottismo distorto come la sua chitarra che non ha requie. Neppure va troppo per il sottile, e sceglie le cose che tutti conosciamo, anche noi che gli yankee li guardiamo da quest'altra parte dell'oceano: “Oh My Darling Clementine”, pezzo classico di metà Ottocento che qui dell'originale ha solo il titolo per quanto viene viene sporcata e sgangherata dai Crazy Horse, e soprattutto “This Land Is Your Land” dell'onnipresente padre del folk americano Woody Guthrie, qui assieme alle voci di Stephen Stills e Pegi Young.
Ma non si tratta solo di divertirsi, Neil vuole evocare un sentimento di appartenenza e tracciare una linea di continuità: «Le emozioni e gli scorci che stanno dietro queste canzoni risuonano ancora oggi in quello che sta succedendo nel nostro Paese. I testi sono ancora significativi per una società che sta vivendo profondi sconvolgimenti economici e culturali». E allora ecco “Jesus Chariot”, un western d'assalto con chitarre bellissime che si intrecciano rumorose, gli oltre otto minuti psichedelici di “Tom Dula”, “High Flyin' Birds” già fatta dai Jefferson Airplane o “Gallows Pole” che i Led Zeppelin celebrarono nel loro terzo album basandosi sulla versione di Leadbelly (mentre Young recupera il suo vecchio amore per Odetta). «Sono canzoni che conosciamo dall'asilo ha detto il burbero alla stampa americana ma io e i Crazy Horse le abbiamo completamente riarrangiate e adesso ci appartengono». Tutto vero. L'attitudine è la sua, unica, rilassatissima, naif e sincera, quella di uno che con la musica ancora si diverte e se ne frega di vendere un disco o diecimila. Lascia la coda dei brani dove si sentono chiacchierare e ridere commentando la suonata appena fatta, come dei compari attorno al tavolo di un'osteria. E chiude con un'altra sorpresa: una versione garage-punk dell'inno inglese “God Save The Queen”, tutta cori e chitarre, se possibile ancor più rutilante di quella dei Pistols.
Silvia Boschero, L'Unità

Neil Young è uno spirito libero.
Non si è mai creato problemi sul perché e sul percome, su cosa suonare e come suonarlo : ed ha dimostrato di avere ragione visto che, ad oltre quaranta anni dal suo esordio, siamo ancora qui a descrivere la sua musica..
Americana è un disco fuori da ogni logica.
L'idea è sicuramente originale : prendere dei classici, alcuni scritti addirittura nel 1800, e riarrangiarli con chitarre roventi ed una batteria tosta, quando le edizioni originali talvolta manco avevano dentro una chitarra.
Una idea personale, messa in opera in modo diretto e senza mezzi termini, una idea che però torna indietro nel tempo, torna al 1963, quando Young stava con The Squires, la sua band post scolastica.
Infatti alcune di queste canzoni hanno preso gli arrangiamenti adottati dagli Squires (o Canadian Squires): Young aveva già lavorato a queste canzoni (ad alcune) nel periodo post pubertà, quando ancora era giovane e sbarbato, prima dei Buffalo Springfield, prima di tutto.
E per giustificare questa bizzarra idea è andato a riprendersi i Crazy Horse, che a picchiare duro sono molto bravi, ed ha messo a punto un disco solido ed inatteso.
Umorale, estremo, geniale, folle: Young è un po' di tutto questo ma, ricordiamoci, è un signor musicista, un ottimo autore ed un geniale manipolatore di suoni.
Americana mette a fuoco la prima e la terza opzione : infatti il canadese prende una manciata di classici, più o meno noti, e li mischia bellamente con le chitarre incendiarie dei Crazy Horse.
Frank Poncho Sampedro, Ralph Molina e Billy Talbot : tre manovali del rock.
Quanto di meglio Young è riuscito a trovare, anzi è il meglio : tre picchiatori, ma raffinati nella loro rozzezza.
Erano quasi nove anni che il canadese non univa le forze con la band migliore che abbia mai avuto ed Americana testifica un risultato più che positivo.
Un disco di canzoni tradizionali, di classici ante litteram, che suona come un disco rock fatto e finito.
E Young è anche uno da una botta e via, una prova in studio e vai con quella : e se Le Noise (2010) aveva scacciato i fantasmi di Fork In the Road (2009), ora è giunto il momento di celebrarne il ritorno ai fasti di un tempo.
“Oh Susanna”, scritta da Stephen Foster nel 1847, notissima agli amanti dei film western, ma anche a coloro che hanno collezionato musica dell'ottocento o brani tratti dal grande songbook americano.
Versione dissacrante, chitarre a manetta e liriche leggermente cambiate : il tutto riunito in una composizione che non conserva quasi nulla del brano originale.
Ma funziona, e bene.
La matrice tradizionale si perde completamente nei riff poderosi delle chitarre : è una canzone nuova, non rinnovata, ma nuova.
Che è un po' l'idea che sta dietro a tutto il disco.
La immagino dal vivo, con una torrenziale jam di chitarre e le parole che si perdono nel diluvio di note.
Clementine viene presentata su You Tube con un video che prende la maggior parte delle sue immagini da Sfida Infernale di John Ford: il titolo originale di quel meraviglioso film è My Darling Clamentine, che è anche una canzone notissima.
Le sue radici risalgono al 1884 e Young la riveste di chitarre, stracciando la melodia originale (che però rimane sul fondo) e la rimodella su una sezione ritmica dura e due chitarre ruggenti.
Eppure, come in “Oh Susanna”, la canzone funziona, si ispessisce nel suono delle chitarre e rende sempre più viva la sua struttura melodica.
Sampedro è piegato in due e Young torreggia, cappello in testa, con il suo chitarrone selvaggio.
“Tom Dooley” (“Tom Dula”) è una folk song, scritta da uno sconosciuto che racconta l'omicidio, avvenuto nel 1866, di una donna che si chiamava Laura Foster.
Tom Dula, soldato confederato ed amante della Foster, venne accusato dell'omicidio ed impiccato il primo maggio del 1868.
Young riprende il brano (reso celebre negli anni cinquanta dal Kingston Trio), lo rallenta, usa un coro che canta di continuo “Tom Dooley”, mentre i Crazy Horse ci danno dentro e levano qualunque collegamento con il folk.
Evocativa, pur avendo perso la sua struttura originaria, “Tom Dooley” diventa anche una breve jam nella parte finale.
“Gallows Pole” (la facevano anche i Led Zeppelin) ha origini europee, Young ipotizza la Finlandia nelle sue note.
Neil la arrangia con forza ma non trova, a mio parere, la chiusura del cerchio.
Invece del coro, che quasi infastidisce, avrei preferito un fiddle.
Poi ci mette chitarre e voci ma il risultato è inferiore alle (mie) attese.
Anche “Get a Job” non mi convince.
Si tratta di un brano Doo Wop (l'originale è dei Silhouettes, 1957) che con il suono americana non ha nulla a che vedere : e la canzone, tutta voci e controvoci, andrebbe meglio in un disco di Dion and The Belmonts, che in questo.
Ma poi arriva “Travel On” e spazza ogni dubbio.
“Gotta Travel On” è devastante, poderosa, chitarristica e decisamente bella.
Il brano folk, di origine inglese, è stato adattato da Paul Clayton (ma a renderla famosa è stato Billy Grammer), ma questa versione fa tanto Woody Guthrie.
Sia per la canzone che per l'arrangiamento possente: mettete le chitarre acustiche e vedrete Woodrow Wilson Guthrie apparire sullo sfondo.
“High Flyin Bird”, scritta da Billy Ed Wheeler, è stata interpretata nel lontano 1964 da Stephen Stills con una folk band dell'epoca (Au Go-Go Singers).
Young, chitarre a manetta all'inizio, la porta subito in ambito rock, senza mezzi termini.
Versione abbastanza buona, che ha però sempre quel coro dietro tutto, che io non avrei messo.
“Jesus Chariot (She'll Be Coming Round The Mountain)” è stata scritta nel 1800 e la sua origine potrebbe essere un negro spiritual.
Dura, chitarre aperte e batteria incalzante.
Una rock and roll song a tutti gli effetti, con Young ed altre voci, che qui sono misurate, che rincorrono le chitarre, ma la melodia è forte ed intensa e viene alla luce in modo prepotente.
Il finale, poi, è travolgente con riff di chitarra fieri.
“This Land is Your Land”, oltre al canadese, vede anche Stephen Stills e Pegy Young come voci aggiunte.
La canzone di Woody Guthrie, definita canzone del secolo, è sicuramente tra le più importanti di sempre.
Rilettura in bilico tra rock e folk elettrico, è meno dura delle altre, ma decisamente ben costruita ed assolutamente coinvolgente.
Il taglio attuale non distrugge la canzone e, con le liriche vere (prese dal manoscritto originale), questa versione è da antologia.
“Wayfaring Stranger” è una grande ballata, l'hanno fatta tutti (da Johnny Cash in poi), ma è insita in profondo nella tradizione folk canadese.
Meno elettrica delle altre è (quasi) acustica, in un disco in cui le chitarre sono roventi.
Chiude, a sorpresa, “God Save The Queen”.
Young la ha inserita perché racconta che, prima di diventare l'inno inglese, è stata composta in America, nel diciassettesimo secolo, ed è stata cantata a lungo nel British Commonwealth.
Naturalmente le chitarre la distruggono subito e la patina storica si perde in un diluvio di suoni.
Bella versione, assolutamente personale, che trasforma l'inno inglese in una ballata possente.
Una costante di Americana. 
Paolo Carù, Buscadero