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martedì 6 novembre 2012

Psychedelic Pill - Recensioni internazionali

Una rassegna stampa dalle principali testate internazionali


Per Neil Young, gli anni Sessanta non sono mai finiti. La musica, i ricordi e i cambiamenti infestano le sue canzoni e i suoi album migliori come profumo dolceamaro: ispirazione rinnovata, vitale e senza fine che pure rimandano sempre a promesse infrante e ideali traditi. In "Twisted Road", una delle otto nuove canzoni di questo turbolento, doppio cd, Young ricorda, in una metafora brillantemente amalgamata, la prima volta che ascoltò "Like A Rolling Stone" di Bob Dylan: "La poesia fuoriusciva dalla sua lingua / Come Hank Williams che masticava una gomma". E Young ti dice cosa ha fatto di quel momento: "Ho avvertito la magia e l'ho portata a casa / L'ho rivoltata e l'ho fatta mia", canta sopra all'andatura spavalda e grezzamente country dei Crazy Horse, come se la meraviglia di quei giorni e i suoi sogni fossero ancora a portata di mano.
Ecco quindi la confusione e lo sgomento. Psychedelic Pill è il secondo album di Young del 2012 con gli Horse, squisitamente maleducata band che ha da 43 anni, e possiede la torbida onestà e la brutale esuberanza dei loro dischi migliori. Questo inizia con una perversione particolare: i 27 minuti martellanti di fuzz-trance di "Driftin' Back". Alla chitarra principale, Young sputa feedback e strangola il suo distorsore troppo a lungo, si dilata follemente sui due accordi di fedele supporto del chitarrista ritmico Frank Sampedro, del ritmo marziale del bassista Billy Talbot e del batterista Ralph Molina. Ogni sei minuti, più o meno, il guaito spezzato di Young taglia il frastuono, trafiggendo il flashback con un sognante ritornello a proposito del suo contemporaneo disgusto per la qualità scarsa degli mp3, la cui schifosa fedeltà "blocca la mia rabbia / blocca i miei pensieri". Non c'è modo di fraintendere, in effetti, il tono di Young. Per molti dei suoi 90 minuti circa, Psychedelic Pill è un furioso trip: lunghe canzoni con jam di chitarre e sfuriate surrealistiche ("Mi farò un taglio hip-hop", ghigna senza un apparente senso in "Driftin' Back") interrotte da brevi esplosioni di calda beatitudine. E' una giostra bizzarra e irresistibile. "Psychedelic Pill" è un twist stile "Day-Glo-angel" che rimanda a "Cinnamon Girl", nella prima delle due versioni qui presenti, con un phaser che suona come un jet. Ma poi arriva "Ramada Inn", 17 minuti di chitarre arrostite e stressate in cui Young esamina un amore sopravvissuto, in qualche maniera, ai bei tempi che si trasformano nella routine e nei bisogni quotidiani.
Persino le cose dolci sono taglienti. Nell'allegro country-funk di "Born In Ontario" Young ammette di scrivere canzoni "per dare un senso alla mia rabbia interiore". E cerca ancora di trovarvi speranza. "Io e alcuni miei amici / Stavamo per cambiare il mondo... Ma poi il tempo è cambiato... E mi si spezza il cuore", confessa Young attraverso nuvole nere di distorsione in "Walk Like A Giant", con l'orecchiabile fischiettio degli Horse. Il tocco finale alla canzone è l'idea di una poderosa marcia da gigante: tamburi come tuoni e chitarre come secchi colpi di tosse. Ma il vero finale allude a una rinascita: una purificante coda non cantata come un coro in acido. Young potrà sembrare l'ultimo hippie ancora in piedi, ma suona ancora come un tizio che crede che il suo sogno non sia finito.
David Fricke, Rolling Stone

Neil Young non è proprio un artista che abbia sofferto molto del blocco dello scrittore. Negli ultimi anni molti dei suoi dischi sono sembrati degli spontanei dispacci di una mente superproduttiva. È stato costretto all'azione da un presidente inutile, e dal bisogno ossessivo di parlare della situazione economica americana mediante metafore stradali. La forma di alcuni progetti è nata da nuove collaborazioni – per esempio col produttore Daniel Lanois – mentre altri sono derivati da reunion con vecchi collaboratori, dato che Young ciclicamente ritorna ai musicisti di cui ha avuto fiducia per oltre quattro decenni, con una capricciosa lealtà, bisogna dirlo. È facile pure pensare a Young che rovista nei suoi stessi archivi, ripetutamente rimandando il prossimo volume della sua retrospettiva ogni volta che qualcosa di vecchio lo stimola a creare qualcosa di nuovo, velocemente.
Parlando a Uncut alcuni mesi fa, Young ha dato l'impressione che buttar fuori un libro sia stato facilissimo. “Scrivere è una cosa davvero semplice” ha detto a Jaan Uhelzski, “le cose vengono fuori”. Poi ha fatto intendere che la sua iperattività artistica nasce dalla necessità: “Mi hanno pagato per scrivere il libro”, ha detto, “e ciò significava che non potevo andare in tour [di solito va e viene dai tour continuamente]. Io spendo i soldi nel momento in cui li ottengo. Non mi interessa quanti soldi avere, solo usarli per qualcosa”.
Nel 2012, poi, questo magnate errante ha trovato un modo astuto per avere diverse entrate da un'unica idea. Prima ha scritto un libro che potrebbe essere un'autobiografia, Waging Heavy Peace, in pubblicazione quest'autunno. Secondariamente ha riunito gli eroici Crazy Horse per trasformare canzoni folk della sua infanzia in uno sconclusionato, rinvigorente disco, Americana. Infine Young si è tenuto stretto Ralph Molina, Billy Talbot e un impegnatissimo Frank Sampedro, per ulteriori sessions che sono confluite nel 35° e più lungo album della sua carriera: Psychedelic Pill, una notevole serie di jam che ritornano prepotentemente sul tema del ricordo, delle memorie.
Psychedelic Pill si apre in modo pittoresco con una specie di acido flashback. Quando inizia “Driftin' Back” Young è da solo alla chitarra acustica, “sognando di come le cose suonano oggi le cose / scrivendone nel mio libro”, e lottando con la relazione tra se stesso e i suoi lettori. Dopo circa 80 secondi, i Crazy Horse si uniscono per qualcosa di insolitamente dolce, armonie stile CSNY, ma in un audace colpo di scena sono gradualmente soverchiati da una versione elettrica della canzone. Una jam imminente entra in dissolvenza, in mezzo a un assolo multiforme come molti altri.
“Driftin' Back” sale e scende per 27 minuti, ancorata – se questo è il termine adatto – dalla personale interpretazione di Ralph Molina di come tenere il tempo, mentre Young passa per una vasta selezione delle sue più languide e melliflue strategie d'attacco. Il miglior predecessore potrebbe essere “Slip Away” sul sottovalutato disco del 1996 Broken Arrow, album che condivide molte somiglianze, almeno musicalmente, con Psychedelic Pill. I versi qui sono disposti casualmente sul terreno accidentato, impressionistici frammenti di conversazione, fantasticherie e invettive sull'atto creativo e la meditazione, sul “bloccare la mia rabbia” ed evidentemente soccombervi. “Non voglio l'mp3” protesta a un certo punto […] prima di lamentarsi dell'uso di Picasso nel design della carta da parati. Molto, molto più tardi annuncia con sconcerto “Mi farò un taglio hip-hop”, e conclude, più plausibilmente, “Troverò la mia religione / Potrei essere un pagano...”
Come metodo per tener lontani gli scettici, è difficile pensare a un'apertura migliore di “Driftin' Back” per un album nel catalogo di chiunque. Per i Rusties fiduciosi che si sono goduti la jam “Horse Back” - un'orizzontale estrapolazione da 37 minuti di “Fuckin' Up” e “Cortez The Killer” postata su neilyoung.com lo scorso gennaio per annunciare il ritorno degli Horse – la buona notizia è che Psychedelic Pill ne contiene ben tre in quello stile espansivo e senza fretta. Due di esse, “Ramada Inn” e “Walk Like A Giant”, saranno già familiari ai fan che l'hanno sentita nei bootleg del recente tour americano dei Crazy Horse.
“Ramada Inn” (16:50) è la più tenera, con una sfumatura insolitamente coerente e narrativa a proposito di una lunga relazione messa alla prova dall'alcol. La presenza nelle recenti setlist dei concerti di “Love And Only Love”, dal disco del 1990 Ragged Glory, dà un'idea del tono elegiaco che Young mette sia nella voce che nella chitarra, e la gentilezza che ottiene dai grezzi compagni di band. Poi, “Walk Like A Giant” (16:29; dal vivo, il finale in stile Arc si protende per altri 10 minuti) vede da una parte gli assoli epici di Young e dall'altra una vivace melodia fischiettata.
La materia trattata non differisce dai dischi che Young ha prodotto a partire da Greendale, 2003 – in pratica, il fallimento della sua generazione nel rispettare la promessa di salvare il mondo. “Una volta camminavo come un gigante sulla terra”, canta, “Ora mi sento come una foglia trascinata dalla corrente”. Ma se il testo allude a una sconfitta, con le mutevoli possibilità di un assolo chitarristico dimostra ancora di crederci. Mentre “Walk Like A Giant” sputacchia verso il finale, lui non ha mai suonato così furioso e potente.
All'opposto, il quarto brano per lunghezza, “She's Always Dancing”, è una quisquilia da 8 minuti e 33. Deliziato dalla mossa di “Driftin' Back” in apertura, evidentemente, Young ripete il trucco, lanciandosi in un'introduzione a cappella che viene consumata da un'altra torrida ed estatica jam, questa sul tono di “Like A Hurricane”. La protagonista, uno spirito libero teso e bruciante, è molto simile alla donna “in vestiti scintillanti” che fa i suoi “movimenti da festa” nella title-track. “Psychedelic Pill” presa da sé è abbastanza fragile, Young trova un discreto riff e lascia che il frammento di una canzone si costruisca per darle vita: l'ha persino introdotta, lo scorso agosto in un concerto a Red Rocks, ammettendo: “E' una canzone nuova ma suona uguale a una vecchia. Non so nemmeno che cosa sia”. “Cinnamon Girl” potrebbe essere l'istintiva risposta, ma ancor più simile è “Sign Of Love” di Le Noise (2010). E' la canzone più incerta del disco e Young la fa due volte, prima in un “phased mix” che affetta l'intera traccia mitragliandola di effetti, presumibilmente per ottenere una risonanza psichedelica, poi in una cruda, casalinga risposta ai brogli sonori di Daniel Lanois in Le Noise.
“Twisted Road” è una bonaria passeggiata tra nostalgici punti di riferimento (“Like A Rolling Stone”, Hank Williams, Roy Orbison, “ascoltare i Dead alla radio”), scritta per quelle che sarebbero diventate le sessions di Le Noise: i Crazy Horse l'avevano provata prima di essere licenziati in favore dei marchingegni di Lanois. “For The Love Of Man”, un sentito tocco di svenevolezza, è per Psychedelic Pill ciò che erano “Ordinary People” o “Hitchhiker” - un brano inedito pescato dall'archivio e riorganizzato per oscure ragioni. Le versioni live del 1981 di “For The Love Of Man”, nota anche come “I Wonder Why”, ne mostrano l'ispirazione – il figlio Ben nato cerebroleso – che è la stessa del disco di quell'anno, Reactor, anche se non lo stesso stile.
Psychedelic Pill va avanti per circa 88 minuti, attraverso due cd, tre vinili o un bluray, che Young adora. È l'opera di un uomo ancora preoccupato del concetto di libertà, che sente ancora il bisogno – sia spirituale che, pare, finanziario – di lavorare, ma che si è organizzato in modo da poter portare avanti gli affari con straordinaria libertà. Jonathan Demme, il regista che ha collaborato insieme a Young per tre film, ha detto a Jaan Uhelszki: “Prima dell'aneurisma [nel 2005] Neil mi disse che un tempo si sentiva come un gigante, e ora si sente come una foglia nella corrente... E' stato uno spartiacque quel momento. Gli ha permesso di assumersi rischi ancora più grandi.”
Per alcuni, Psychedelic Pill sembrerà un monumentale lavoro di autoindulgenza. Per altri, invece, il suo peso e la sua eccentricità ne faranno una delle espressioni più pure del genio di Young ad oggi. Al suo centro c'è un'ultima canzone, uno strambo e vivace numero country chiamato “Born In Ontario”, che raccoglie i temi del disco in una pepita digeribile lontanamente imparentata a “Everybody Knows This Is Nowhere”. “Born In Ontario” abbraccia in modo fresco le radici, la famiglia, la filosofia, l'ambizione della libertà, la vita sulla strada, e la consolazione dello scrivere: “Una volta ogni tanto, quando le cose vanno male / Prendo la penna e scribacchio su un foglio / Cercando di dare un senso alla mia rabbia interiore”.
Come tante cose che Neil Young canta, sulla carta dà l'impressione di essere semplicistica. Nel contesto di questo album mastodontico, però, giustapposta al lavoro chitarristico così eloquente ed emozionale, contiene la gioia, la profondità e il paradosso di Psychedelic Pill: un album ispirato dalla stesura di un libro, che raggiunge la maggior profondità quando le parole sono immerse nel grosso e irresistibile carico della musica.
John Mulvey, Uncut

Il primo album di Shakey e gli Horse con canzoni originali dal 1996, ritrova il proprio timbro sonoro come si rinfilano un paio di babbucce – bellissime armonie, dolenti cambi di accordi e scoppiettanti ritmi country-rock che permettono a Young di improvvisare assoli alla chitarra girovagando per la stanza. E girovaga parecchio – 87 minuti, molti dei quali volgendosi indietro a una notevole vita con malinconia e umorismo. La divagante ma sublime apertura di 27 minuti, “Driftin' Back”, lo dipinge come un Victor Meldrew del country-rock, che si lagna della qualità degli mp3 e minaccia di farsi “un taglio hip hop” - una promessa che ricorderemo. “Twisted Road” ricorda con un brivido quando ascoltò per la prima volta “Like A Rolling Stone” di Dylan, “sentii quella magia e me la portai a casa”. Dovunque la familiare alchimia con questa vecchia band ispira alcune delle sue migliori canzoni dai tempi di Ragged Glory, 1990. La straordinaria “Ramada Inn” - elogio di una coppia che invecchia, legati l'un l'altro dall'alcol e dall'amore – è bella a un livello doloroso. “Walk Like A Giant” ritorna a uno dei temi preferiti – la morte del sogno hippie – ma con un ritrovato idealismo che riaccende il vecchio fuoco.
Dave Simpson, Guardian.co.uk

“Il modo in cui lei balla tiene in piedi il mio mondo”, cinguetta Neil Young in “Psychedelic Pill”, la title-track del suo 35° album in studio, che languidamente si fa strada nel libro dei record come il suo disco più lungo. Se un'ora e mezza di Neil fa pensare a molti assoli di chitarra – be', sì, è così.
“Ogni sua mossa è come una pillola psichedelica / che non posso trovare da un dottore” prosegue Young insieme al riff. La canzone dura tre minuti, comunque, e non detta il tono dell'album; la psichedelia non è il suo mestiere. Questa è solo una parentesi. Young tornerà al tema di ragazze danzanti più tardi, con “She's Always Dancin'”, canzone resa notevole dall'ammasso di armonie dei Crazy Horse.
In realtà, Psychedelic Pill di Neil Young non è una tavoletta di acido, è più una madeleine. Il passato è così vivo che lo si può toccare, e non solo nella forma dei Crazy Horse, l'eroicamente trasandata band con cui Young gioca non appena ha urgenza (erano loro anche nelle prove generali uscite a giugno, Americana, una divertente ed eccitante cavalcata tra le folk-songs che si cantano a scuola).
Qui, “Twisted Road”, una sorta di single, celebra gli eroi contemporanei di Young, come Dylan, Roy Orbison e i Grateful Dead. Young ha appena pubblicato un libro di memorie, una specie di compendio a questo album.
Il loro sforzo più simbiotico è in apertura al disco, la “Driftin' Back” di 27 minuti e mezzo, canzone che dà un assaggio di Waging Heavy Peace, il libro che si concentra tanto sull'iniquità delle tecniche di registrazione digitali quanto sulla band d'esordio di Young, i Buffalo Springfield. “Non mi piace il modo in cui le cose suonano oggi / L'ho scritto nel mio libro”, osserva beffardamente Young nel brano, mentre la sua chitarra si scontra vivacemente con quella di “Poncho” Sampedro.
In poche parole, Young odia gli mp3, non gli piace Picasso e rimpiange parecchio i 35$ che ha dato al Maharishi. Si fa domande sulla sua appartenenza religiosa. In modo più pertinente, si dispiace un po' che la generazione dei Sessanta non ha cambiato il mondo. A 66 anni, è più che altro consapevole della sua vulnerabilità, dai giorni dell'aneurisma nel 2005. Questi ultimi argomenti si intrecciano magnificamente in “Walk Like A Giant”, il brano più oziosamente vero. 16 minuti e mezzo nei quali la sobrietà del tema è bilanciata da una lieve melodia fischiettata, coretti doo-wop e la chitarra tonante di Young.
Per molti versi, la chitarra di Young talvolta è molto più magniloquente della sua voce. I fans hanno un'alta tolleranza, nei confronti di questo titano del Nord America, della miscela tra furia esplicita (del tipo “Vogliamo l'impeachment per il presidente”, 2006) e calma prosaica. Qui, poi, ci sono autocitazioni (“hey, now, now”) e lamentele. Le chitarre riempiono le lacune logiche con spirito istintivo di chi suona da 40 anni e oltre, alternando jams che sicuramente si sono già viste ma non così tanto da ricordarsene.
In una parola, Young sfida la facile persuasione; lui è l'uomo le cui registrazioni e pubblicazioni seguono i cicli lunari. “Penso che potrei essere un pagano” conclude in “Driftin' Back”. L'uomo rifiuta di essere suddiviso in pezzettini ordinati e ciò non è mai stato così chiaro che non su questo accidentato ma coinvolgente album. È questo, pare, il suo messaggio: espandetevi.
Kitty Empire, Guardian.co.uk

Il vecchio Shakey non fa uscire tanto dei dischi, di questi tempi, quanto degli affreschi mentali musicali. Psychedelic Pill è il secondo album con i Crazy Horse quest'anno, ma il primo contenente materiale inedito da circa un decennio. È un doppio album, 85 minuti e oltre, e la traccia d'apertura, “Driftin' Back”, da sola arriva quasi a mezz'ora.
“Driftin' Back” è Neil Young classico. Non il classico Neil Young di Harvest o On The Beach, capite bene, ma il classico Neil Young che sa essere divertente e furioso, sottile e sgraziato, elettrizzante e indulgente allo stesso tempo.
È un modo devastante per aprire un album ma aumenta anche le aspettative. Queste non verranno schiantate man mano che il disco prosegue, quanto erose gentilmente. Perché con tutti i trucchetti su tre accordi, ci sono momenti in cui i lavori di chitarra sono talmente tirati che sembra che i musicisti stiano in piedi con un sostegno per poter continuare a suonare. Ci sono anche momenti di sublime maestosità.
Quello che il fan casuale vuole sapere è questo: Psychedelic Pill è il primo album essenziale di Young dopo Freedom del 1989, a cui somiglia? Forse. Ma anche se non lo è, per certi versi è il miglior album non essenziale che abbia mai fatto.
Simmy Richman, Independent.co.uk

 […] Ogni volta che Young porta gli Horse fuori dal fienile, è l'autoindulgenza a fare da padrone, anche se la decisione rende i fan eccitati più che mai. […] Ma Psychedelic Pill è il più accurato ritratto in studio, finora, del Cavallo. Tre canzoni superano i 15 minuti e l'apertura di “Driftin' Back” si avvicina alla mezz'ora, allontanando i deboli di cuore. Sono le tre canzoni più lunghe mai pubblicate da Young (escludendo Arc) e si sente. “Driftin' Back” in particolare sembra indurre una trance basata sulla progressione degli stessi accordi, interrotta occasionalmente da brevi invettive a proposito di acconciature hip-hop e della qualità degli mp3.
A parte queste sfide da maratoneta, suonare con i Crazy Horse per Young è un toccasana: sai esattamente cosa andrai a fare, e non ci sono le sorprese che c'erano sull'eccellente Le Noise, 2010, ricco di sperimentazioni con il loop. Una canzone, “She's Always Dancing”, sembra quasi una versione strumentale di prova di “Like A Hurricane” a cui si aggiunge una nuova traccia vocale eccellente – ed è bella abbastanza da essere considerata la seconda migliore jam del disco. “Ramada Inn” sono i Crazy Horse che colorano un mosaico seguendo i numeri, indistinguibile da tante altre del loro periodo tardo, al di là del fatto che non vuole finire.
Non sorprenderà i fan di Neil Young, tra l'altro, che molte delle canzoni parlano dell'invecchiare, proseguendo una scia di ossessioni che va avanti da 50 anni. Gran parte di Psychedelic Pill è Young che si guarda indietro, dalla coppia sposata da tempo in “Ramada Inn” al classico rock citazionista di “Twisted Road”. Ricorda persino il suo ritorno all'ovile, in “Born In Ontario”, un country-rock che ci fa tirare un sospiro di sollievo, anche se reca in sé la terribile mancanza della slide guitar del compianto Ben Keith, un “ausiliario” degli Horse da sempre.
Ma il sapore nostalgico di Young è sempre stato tendente all'acido. Quando si riferisce alla Woodstock Generation tende a farlo con severità e rabbia per il fallimento del sogno hippie, sebbene lui si aggrappi ancora alle sue promesse. Psychedelic Pill suggerisce il lato moderato di questa severa presa di posizione, come nella dolce “Twisted Road” con i suoi rimandi privi d'ironia a Dylan e ai Dead, e nell'effetto “da trip” che rovina la title-track.
Per fortuna il finale epico dell'album, “Walk Like A Giant”, segna una seghettata linea attraverso questa adorabile storia con un solo cambio di accordi, che arriva immediatamente dopo un verso terribilmente stupido a proposito di Neil e degli amici che volevano cambiare il mondo. In effetti “Walk Like A Giant” è facilmente la migliore performance dei Crazy Horse dai tempi di Ragged Glory. Ancora una volta, la formula è la stessa – prende a prestito persino dal riff di “Hey Hey My My” - ma tra i versi il Cavallo è frustato fino ad avere la schiuma alla bocca. Tutta la grandezza di Neil Young come chitarrista elettrico è mostrata a pieno regime, il suo particolare tono che vira dal ruggito felino e dal feedback sino all'esplosiva furia mentre gli altri tre lo condiscono con una controparte sottile e sempre in secondo piano.
Nonostante la pazienza richiesta per arrivare fin qui, il brano sottolinea quello che è il trucco insito nella lunga carriera di Young: il suo tono autoindulgente può anche essere quello più apprezzato dal pubblico. A questo punto, “questi vecchi ragazzi sanno ancora rockeggiare!” può anche diventare lo slogan della previdenza sociale. Ma c'è ancora abbastanza vita e atteggiamento strafottente in Psychedelic Pill per ricordare all'ascoltatore che “meglio bruciare che svanire lentamente” non significa necessariamente morire da giovani. Se mettere in cerchio le carrozze fa attizzare il fuoco a Neil Young, siate felici di pagare per assistere.
Rob Mitchum, Pitchfork.com

Come un cavallo imbizzarrito, è stato difficile contenere Neil Young e i Crazy Horse nell'ultimo anno. All'inizio del 2012 hanno pubblicato Americana […]. Ora si scatenano davvero su Psychedelic Pill, un pazzesco set intriso di jam che si dilunga in due dischi con solo 8 canzoni. Non ci vuole un matematico per capire che molte canzoni devono essere estremamente lunghe per riempire quello spazio; infatti unendo tre brani insieme si arriva a un'ora di ascolto. Questa piccola consapevolezza di certo spedisce i fan dei Crazy Horse al settimo cielo, potendo godere delle divagazioni rock, mentre i fan dello Young cantautore dovranno respirare molta aria di indulgenza.
La verità sta nel mezzo. Le cinque canzoni di lunghezza consueta su Psychedelic Pill non sono il meglio del meglio di Young, ma hanno il loro fascino. “Born In Ontario”, con un groove country-rock che rimanda ai Buffalo Springfield, è una gemma di poche pretese in cui Young celebra il suo luogo natio mentre ancora trova il tempo per “cercare di dare un senso alla mia rabbia interiore”. “For The Love Of Man” mostra che gli Horse possono anche imboccarne una lenta e bella, dove Young mostra il suo lato Brian Wilson.
La title-track potrebbe anche avere un paio di riff riciclati ma è supportata da una certa produzione d'atmosfera per cui non sfigurerebbe tra le uscite dell'estate '67. Questo “volgersi indietro” musicale è anche il tema delle tre lunghe canzoni di Psychedelic Pill, tutte a proposito del passare del tempo e degli inconvenienti che si incontrano.
“Driftin' Back” è piena di humour nero dato che il narratore cerca di trovare una pace spirituale in mezzo alla vita moderna (il suo mantra: “hey now now, hey now now”). “Ramada Inn” è più sobria dal momento che offre un chiaro scorcio di una relazione a lungo termine e dei sacrifici che essa richiede per non annegare.
Il migliore di questi colossi è “Walk Like A Giant”, che vede Young consolare amorevolmente se stesso per gli ideali perduti, prima che gli Horse simulino come potrebbe suonare la marcia di un gigante attraverso le botte di Ralph Molina e le coltellate alle chitarre. È un modo giusto per finire un disco che somiglia a un mostro scatenato.
Il problema di Psychedelic Pill, ed è un problema sostanziale, è che, a parte quel finale ispirato, i passaggi strumentali non si distinguono per essere memorabili. Per tirare avanti sono un po' troppo dipendenti dalla sezione ritmica di Billy Talbot e Molina, Frank Sampedro stende un fangoso tappeto con la chitarra ritmica e Young parte con gli impeti di feeback, alternativamente ronzando o strillando, seguendo la musa, senza un'apparente connessione con i suoi testi improvvisati.
In pratica se capitate nel mezzo di una di queste jam epiche, non sapete riconoscere che canzone è. Che vi infastidisca o meno, questo vi dice comunque che con Psychedelic Pill dovrete testare la vostra tolleranza. Nessuno negherà mai a Neil Young e ai Crazy Horse il diritto di galoppare, ma ciò non significa che tutti possano seguirli in questo scomodo viaggio.
Jim Beviglia, americansongwriter.com

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