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lunedì 1 maggio 2017

Sleeps With Angels / Mirror Ball - The Rolling Stone archives

SLEEPS WITH ANGELS – 1994

Apparentemente si sono incontrati per una questione di giorni. Agli inizi dello scorso aprile, Neil Young tentò attraverso gli usuali canali manageriali di entrare in contatto con Kurt Cobain. Era un gesto di preoccupazione e di supporto verso il chitarrista dei Nirvana dopo la quasi fatale overdose di Roma il mese prima. Cobain non ha mai ricevuto il messaggio, anzi ne ha lasciato uno lui, un biglietto d’addio in cui spiegava i motivi dei suo suicidio vergato con grafica che esprimeva dolore e una logica rischiosa che citava una delle frasi più famose di Young: “È meglio bruciare che svanire piano”. Young, che di esperienza con inni rivolti ai morti e alla morte ne ha parecchia (“Ohio”, “The needle and the damage done”, “Tonight’s the night”) sicuramente non pensava che quelle parole dovessero essere prese così alla lettera. Ma Sleeps With Angels, scritta da Young come replica immediata al mortale fraintendimento di Cobain e brano-chiave di questo straordinario nuovo album, non è una canzone né di dolorosa rabbia né di pungente autorimprovero. Di fatto ha l’apparenza di un breve semplice totem che segna la perdita con una delicatezza quasi paterna: “Lei era una regina adolescente/ vide il lato più oscuro della vita/ fece accadere le cose/ ma quando quella notte lui lo fece/ lei fece aumentare la bolletta del telefono/ si spostò di città in città (troppo tardi)/ lui dorme con gli angeli (troppo presto)”.
La turbata bellezza di “Sleeps With Angels” è nel modo amabile ed esperto in cui Neil Young & Crazy Horse, il miglior nome del garage rock americano degli ultimi venticinque anni, ricreano vividamente l’effettivo sound di Cobain e dei Nirvana. C’è tutto, come se “About a girl” o “All apologies” fossero sottoposte al feroce trattamento di Re-ac-tor: questo grazie al grezzo e impaziente rombo della sezione ritmica composta da Billy Talbot e Ralph Molina, al tetro luccicare della linea melodica e alle chitarre vigorosamente distorte di Young e Frank Sampedro che segano cicatrici nella preghiera sussurrata della litania del cantato. Con un’audacia e una sensibilità che va oltre la forma della più sincera lusinga, Young ha reso un affettuoso tributo a Cobain, alla sua vita, al suo dolore, al suo talento e a tutte le cose che ha lasciato incompiute o non dette, riportando il tutto brevemente alla vita in musica. Ironicamente Sleeps With Angels è un disco che avrebbe potuto dare conforto a Cobain se costui fosse vissuto abbastanza da poterlo sentire. Nonostante lo scoppiettare della pira funeraria della canzone che intitola il lavoro, Sleeps With Angels è carico sia di spirito combattivo e di romantico ottimismo, sia degli angoscianti botti che riecheggiano da una zona di guerra e di una paura mortale. A volte Young butta tutto nella stessa canzone, come in “Prime of life”, un impressionante salto all’indietro al dolente ronzio pop dei suoi primi lavori solisti (“The loner”, “I’ve been waiting for you”) in cui segna il luogo dove si comincia a non avere più il tempo di trovare tutto ciò di cui si è sempre sognato. Nello strisciare sconnesso del piano di “Driveby” Young riflette facendo venire i brividi su una maniera straziante e perfino casuale in cui il destino sceglie le vittime a sangue freddo: “Be’, ti senti invincibile/ è solo una parte della vita/ c’è una battaglia in corso e non lo sai”. Il ritornello è brutalmente diretto, con la parola “driveby” (è l’assurdo modo di uccidere passando in auto e sparando a casaccio con un mitragliatore, molto in uso tra le gang giovanili) ripetuta lentamente quattro volte in una specie di ritornello intontito cantabile. Accanto a ogni sussulto di tetro realismo come nella gelida struttura del giorno del giudizio di “Safeway cart” con quel glissando sgusciante del basso e una sorda armonica tipo sirena di un bombardamento, c’è anche la confidenzialità indurita dalla battaglia e la fede salutare di “Train of love” una ferma promessa di fedeltà nella vecchiaia resa nel vecchio stile resuscitato delle ballate di Harvest (“Di amare e onorare finchè morte non ci separi/ ripeti con me/ questo treno non torna mai indietro”). In realtà tutto il disco scorre avanti e indietro con il ritmo e il rigore di una bella, appassionata discussione da bar. Melodie vocali e frammenti di alcune canzoni vengono liberamente riprese con differenti effetti poetici in altre. Le due ninnananne sorelle che aprono e chiudono l’album, “My heart” e “A dream that can last” hanno in effetti lo stesso suono metallico dei vecchi pianoforti da saloon. “Change your mind” e “Blue eden”, due imponenti fantasticherie di distorsione chitarristica che insieme durano più di venti minuti, includono un grezzo ed esteso soliloquio sui saliscendi dell’amore (“Ti distrugge/ ti abbraccia/ ti protegge/ ti confina/ ti distrae/ ti sostiene/ ti distorce/ ti controlla”) e sul “tocco magico” che ti può aiutare quando hai toccato il fondo. 
Sleeps With Angels non è il primo album fatto da Young sulle ampie spaccature del Sogno Americano, o su cosa sia rimasto come rifugio ai teenager dopo le promesse infrante degli anni sessanta e l’era di Reagan e Bush, ma è uno dei suoi migliori, tra i più drammatici, combattimenti tra canzoni e coscienza che suggerisce, senza insistere, sul fatto che il camminare attraverso le fiamme non necessariamente comporta il prendere fuoco. Se questo venisse da un qualunque altro meschino membro dell’aristocrazia rock degli anni sessanta o settanta, suonerebbe come un inutile scherzo. Qui, guidato da queste chitarre agitate e dal trasporto del mormorio di quei pianoforti da vecchio west, non solo è credibile, ma ispira anche. Sleeps With Angels è anche ricco di risonanze della lunga vita in musica di Young. Il canadese si è raramente allontanato dai suoi schemi base del folk pop tinto di country e del rock ronzante senza orpelli. Ma qui entra nella propria eco con le stesse dignità e piglio che porta nel Nirvana sound di “Sleeps With Angels”. La minaccia bassa e gutturale degli assoli di “Change your mind” rievocano fortemente il carattere meditativo dei lunghi assoli oscuri di Everybody Knows This Is Nowhere. “Trans am”, una storia ambientata in un desolante paesaggio da battaglia nucleare, parla di un mitico cambio di gomme ed è una “Last trip to Tulsa” elettrica filtrata da Mad Max, un lungo racconto guarnito da uno stridore in sottofondo e dalle staffilate singhiozzanti di una chitarra wah-wah. E poi c’è “Piece of crap”, una rauca bordata contro il materialismo contagioso e una maledizione contro i canali televisivi commerciali (“L’ho vista alla TV/ l’ho comprata per telefono/ ora sei a casa da solo/ con una stronzata”) che fuma come se “This note’s for you” si incontrasse con “Opera star” al massimo volume di Weld. È un grande blob di r ‘n’ r che a un primo ascolto non sembra appartenere a questo disco. Ma scommetto venti testoni che entro la fine dell’anno sarà scelta come cover version nei bis dei concerti di tutte le punk bands più discriminate di tutto il mondo. Inoltre dice più o meno le stesse cose del resto dell’album: il fatto che ci sia tanta merda nel mondo non significa che dobbiamo sopportarla.
Kurt Cobain ha tristemente trovato un modo di uscirne. Neil Young, per fortuna, ci sta ancora lavorando sopra. 
David Fricke, Rolling Stone 1994

Con le sue melodie semplici come quelle di un bambino prodigio, con quello stile chitarristico più duro di quello di musicisti di decenni più giovani e con quell’inconfondibile voce affilata, Neil Young resta di gran lunga la voce più vitale della sua generazione. Quella voce trascina e sorprassa le barriere dello stile e del tempo. Vero nella forma, Sleeps With Angels spazia dall’amabile “My heart” a “A dream that can last”, entrambe riecheggianti al pianofortem passando attraverso le malinconiche aperture metalloidi di “Piece of crap”, “Western hero” e “Trans am”, brani che si uniscono alla precedente gloria stracciata di “Cortez the killer” e “Broken Arrow” nella loro ambivalente disamina del mito americano. Assi del protogrunge, i Crazy Horse inchiodano una tenera (e non lacrimosa) elegia a Kurt Cobain nella canzone che intitola il lavoro e nei quindici minuti (nessuno dei quali superfluo) di “Change your mind”, un quasi definitivo ritratto del difficile paradiso dell’amore. Autore di testi illuminato e teso sui dettagli e su umori indelebili (la minacciosa “Driveby”, il pathos dei senza tetto e delle loro vite nomadi di “Safeway cart”), Young ottiene dalla realtà odierna una poesia uguale alle sue tristi e amabili ricostruzioni del nostro passato. Ma è negli episodi più personali (“Prime of life”, “Change your mind”, “A dream that can last”) che è più toccante; con parole semplici rende le vere complessità del cuore. Sleeps With Angels è un frutto d’arte coraggioso, stimolante, ispirato di uno dei più avventurosi sopravvissuti: con Live through this delle Hole di Courtney Love (la vedova di Cobain) è un disco pauroso, feroce, ma anche meraviglioso nel condividere il fuoco del momento, la profonda intensità e il forte desiderio di vita. Adesso.
Paul Evans, Rolling Stone 1994


MIRROR BALL – 1995

Non è un segreto che Neil Young ami i Pearl Jam e viceversa. Quando nel 1993 il gruppo aprì per Young, spesso li richiamò sul palco per una versione di “Rockin’ in the free world”; quando venne introdotto nella Rock ‘n’ roll hall of fame, fu Eddie Vedder dei Pearl Jam a fare gli onori di casa, decretando il cantante un “grande autore, un grande esecutore, un grande canadese”. Perciò, il fatto che questa società di mutua ammirazione si potesse tramutare in un album era probabilmente inevitabile, ma anche sapendo questo è difficile non restare sorpresi dalla forza che Mirror Ball riesce a infondere a questa relazione.
Anche se Young è il partner dominante, dopotutto il concetto, le canzoni e l’album sono farina del suo sacco, sono i Pearl Jam che finiscono per determinare le forme e il sapore di questa musica, fornendo un livello di idee e di energia che va ben aldilà del dovuto per un gruppo di accompagnamento. Giusto per capire quanto i Pearl Jam sappiano trasportare in queste canzoni basterà confrontare questa versione di “Act of love” con quella di Young assieme ai Crazy Horse ascoltata all’inizio di quest’anno dal vivo. Sia alla rock ‘n’ roll hall of fame che al concerto “Voters for Choice” a Washington, la versione di “Act of love” dei Crazy Horse era un gigante legnoso, una lenta maratona di accordi e assoli divaganti. Non è solo la minore durata (poco meno di cinque minuti) e la relativa assenza di assoli di chitarra che distingue la versione dei Pearl Jam, ma anche la vitalità ritmica. Dove i Crazy Horse risultavano essere lugubri e muscolosi, i Pearl Jam hanno la pulizia di un campione di pesi welter, azzannando gli accordi forti del ritornello con agilità dal piede leggero e con la sicurezza di chi sa graffiare le orecchie. Non è solo una questione di stile musicale, perché abbiamo una differenza quasi generazionale all’opera. I Crazy Horse si cullano nell’eccesso della grandeur acid rock superamplificata, i Pearl Jam preferiscono la cruda bellezza del minimalismo anfetaminico del punk. Young comunque è affascinato da entrambi gli stili e dopo aver trascorso gran parte di Sleeps With Angels a passare in rassegna la generazione del rock alternativo attraverso il calore dei Crazy Horse, qui fa ruotare il telescopio per capire che effetto fa l’hippismo visto con le lenti dei Pearl Jam.
A essere onesti, la visione può essere anche divertente, perché “Downtown” per esempio rimanda la nozione dei fighissimi ’60 con hippie fumettistici che vanno tutti in un posto dove “danzano il Charleston/ e anche il Limbo”. Ma per quanto divertimento Young e il gruppo riescano a vivere con quest’immagine (assieme al gigioneggiare della canzone da tre accordi), non scherzano sull’eredità più forte e duratura dell’epoca, cioè la sua musica: “Jimi sta suonando là dietro”, canta Young “I Led Zeppelin son sul palco” e anche se la musica non cerca di evocare quel sound, ne tramanda comunque lo spirito. Ma non finisce qui. Con “Peace and love” Young e i Pearl Jam vanno al cuore del legame tra ’60 e ’90. Dopo aver invocato l’ideale mistico con Young che canta di trovare “amore nella gente/ che vive in terra sacra”, Eddie Vedder offre una sorta di contrappunto generazionale cantando “ho trovato l’amore, ho trovato l’odio, ho visto il mio errore” per poi concludere con “ho sbriciolato le mura del dolore per camminare di nuovo”. Due diversi generi di trascendenza di sicuro, ma come suggerisce il finale in crescendo e da inno, sono molto più vicini di quello che ogni generazione pensa.
Non tutte le questioni sollevate da Mirror Ball sono risolte agevolmente: “Act of love” per esempio attacca il tema dell’aborto senza offrire una soluzione politica netta, anzi le parole di Young giocano con l’ironia di così tanto odio e disperazione che si sollevano dopo un atto d’amore. Dipinge il movimento antiabortista come una “guerra santa… che sta lentamente sorgendo” poi descrive un prossimo padre riluttante che mette sotto pressione l’amante per farle terminare la gravidanza: “Ecco il portafoglio/ chiamami qualche volta”. È un correndo di immagini brutte e l’attacco del gruppo è inesorabile come le notizie che gli danno la sua valuta. Piuttosto che lottare contro il corso degli eventi, Young e i Pearl Jam decidono invece di lasciare l’onda, proprio come l’incidente imminente che Young descrive all’inizio di “I’m the ocean” dove il protagonista decide di “far durare l’attimo” invece di sbattere sui freni. E al proprio meglio Mirror Ball prende quell’attimo contraddittorio e da brividi per tutto ciò che vale: dal sollievo dell’accattivante e insistente “Throw your hatred down” alla grandeur telegenica del “cowboy cancerogeno” di “Big green country” sino alla dolorosa rassegnazione di una canzone spossata dal mondo come “Truth be known”. 
J.D. Considine, Rolling Stone 1995